Parlamento. Si naviga a vista sul referendum per la legge taglia eletti e sulla legge elettorale. Nessuno si fida di nessuno

Parlamento. Si naviga a vista sul referendum per la legge taglia eletti e sulla legge elettorale. Nessuno si fida di nessuno

Il referendum costituzionale contro il taglio dei parlamentari, il referendum elettorale della Lega per instaurare il maggioritario puro e il Germanicum, la proposta di legge elettorale depositata oggi, sono tre storie quanto mai intrecciate tra loro sul piano giuridico e politico. Secondo la maggior parte dei giuristi se il 12 gennaio verranno depositate in Cassazione le firme di almeno 64 senatori per chiedere il referendum costituzionale contro il taglio dei parlamentari, per un cavillo giuridico si aprirebbe la possibilità per il referendum della Lega di essere ammesso da parte della Corte Costituzionale, che si pronuncerà tre giorni dopo, il 15 gennaio. Se invece non fosse chiesto il referendum sul taglio dei parlamentari e questa riforma costituzionale entrasse in vigore il 12 gennaio, per il referendum della Lega non ci sarebbero possibilità di essere ammesso.

Un passo indietro al fotofinish che porta con sé non poche perplessità

Rinviata, è questa la versione ufficiale, la presentazione delle firme per richiedere il referendum confermativo sulla legge che taglia i parlamentari. Il tutto si è svolto come il più tradizionale dei colpi di teatro, con giornalisti e cameramen pronti ad immortalare l’atto in Cassazione, per poi sentirsi dire: ‘Qui non arriverà nessuno’ . “Alcuni senatori hanno chiesto di ritirare le firme, altri senatori stanno chiedendo di aggiungere le proprie e quindi ci è sembrato corretto riaprire i termini, a breve comunicheremo una nuova data”, spiega a caldo Andrea Cangini, parlamentare di Fi e promotore della raccolta, dopo una riunione in Senato durante la quale sono stati sollevati non pochi dubbi, sia dagli azzurri sia dai Dem. In tutto i senatori che si sono defilati sono 8, sei di Forza Italia e due del Pd, facendo scendere da 66 a 58 la quota, proprio a poche ore dall’appuntamento fissato per le 11 al Palazzaccio. Per richiedere la consultazione popolare di fatto servono 64 sottoscrizioni, quindi all’appello mancano sei firme che dovranno essere consegnate entro il 12 gennaio. Una corsa contro il tempo, che apre non pochi interrogativi. Le defezioni, infatti, soprattutto tra i dem, arrivano il giorno dopo l’annuncio da parte della maggioranza di voler presentare una riforma elettorale proporzionale con soglia di sbarramento al 5 percento. E nella truppa di senatori azzurri che hanno fatto un passo indietro a fare notizia sono i 4 parlamentari vicini all’area di Mara Carfagna: Mallegni, Dalmas, Masini e Stabile. Questa mattina, trapela, è stata aperta una riflessione con Carfagna sull’opportunità di sostenere il referendum su una legge che è stata votata con convinzione, ma che resta una riforma pasticciata. A guidare la ritirata lo stesso Mallegni, che proprio in fase di stesura del verbale da consegnare alla Corte è intervenuto bloccando l’iniziativa. “Ho subodorato, ma lo so quasi per certo, che qualche furbacchione pensava che tra oggi e l’indizione di un ipotetico referendum si potesse andare a votare ancora col vecchio numero dei parlamentari”, spiega il senatore toscano.

Ora gli occhi sono puntati proprio sulla truppa dei ‘carfagnes’, dopo le voci di una partecipazione della deputata azzurra al gruppo dei responsabili a sostegno del governo giallorosso. Soprattutto nel giorno in cui il premier Conte confida di non disdegnare un ingresso in maggioranza di Forza Italia, votando con Pd e M5S come già avvenuto al Parlamento Ue: “Se si dovesse verificare questa condizione la valuteremo. Sarebbe un passaggio senz’altro significativo” . Ipotesi che la stessa Carfagna ha sempre smentito, mettendo dei paletti tra lei e il governo delle 4 sinistre. Resta il fatto che questa mossa, che coinvolge anche Pd e altri azzurri che nulla hanno a che fare con l’ex ministra, rischia di essere letta come il primo atto dei responsabili per salvare il Conte 2. Di fatto, qualora non si raggiungessero le firme, il taglia poltrone entrerebbe in vigore dal 13 gennaio, accompagnato dal sentire comune in parlamento che la legislatura si allungherebbe fino a scadenza naturale. “Con Camera e Senato dimezzati – è il ragionamento – chi non avrebbe paura del voto anticipato, con il rischio di non essere rieletti?”. L’ipotesi che tutto salti e che alla fine non si raggiunga il numero di firme necessario viene tuttavia rimandata al mittente dagli stessi promotori. Il pacchetto dovrebbe essere consegnato domani alle 15 in Cassazione, grazie all’intervento della Lega che in queste ore sta valutando di fornire il numero delle mancanti.

Il caos anche sul disegno di legge elettorale che introduce il sistema tedesco

E’ stato depositato alla Camera il testo della proposta di legge elettorale, a prima firma del presidente della commissione Affari costituzionali, Giuseppe Brescia, che prevede un proporzionale corretto con soglia di sbarramento nazionale al 5% e riconosce un diritto di tribuna alle forze minori. Non è un testo sottoscritto da tutta la maggioranza, in quanto nell’ultima riunione non è stata raggiunta un’intesa complessiva, anche se c’è il sostanziale via libera di M5s, Pd e Iv. Sulla proposta, però, già piovono critiche: innanzitutto delle opposizioni (con Roberto Calderoli che ribattezza la riforma con il dispregiativo nome di ‘Petellum’), ma anche degli stessi giallorossi. Leu è contraria allo sbarramento nazionale al 5% e promette battaglia (anche se Articolo 1 non sbatte la porta, “passo avanti positivo”, dice ad esempio D’Attorre), mentre i renziani bocciano il diritto di tribuna. Intanto, però, la maggioranza incassa l’obiettivo di mettere un punto fermo in Parlamento, con la speranza di disinnescare la consultazione popolare e stoppare l’iniziativa salviniana. Il ‘capitano’, infatti, mira all’opposto a un sistema maggioritario “anti ribaltoni”, eliminando dal Rosatellum tutti i collegi proporzionali. Se dovesse arrivare un via libera al quesito della Lega (approvato da 8 consigli regionali), la maggioranza non avrebbe altro da fare che adeguarsi per evitare il giudizio dei cittadini e orientarsi su un sistema di voto che abbia una componente di maggioritario. Tra le ipotesi di ‘salvataggio’ in extremis c’è chi non disdegnerebbe il primo progetto del Rosatellum (dal nome dell’autore, Ettore Rosato), che venne bocciato nella scorsa legislatura e che prevedeva una suddivisione a metà tra proporzionale e maggioritario (50% di collegi uninominali e 50% plurinominali). In caso, invece, il referendum non dovesse svolgersi, e la situazione dovesse precipitare prima del via libera alla nuova legge, nella maggioranza c’è chi si dice pronto a rispolverare l’attuale Rosatellum, opportunamente ‘epurato’ della quota uninominale. Insomma, si naviga ancora a vista. Tanto che tengono a precisare un po’ tutte le parti in causa, il testo presentato oggi è solo un primo passo. E, Consulta consentendo, la strada sarà lunga.

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