Nuccio Iovene. Riduzione dell’orario di lavoro. Un tema fondativo della sinistra progressivamente abbandonato

Nuccio Iovene. Riduzione dell’orario di lavoro. Un tema fondativo della sinistra progressivamente abbandonato

Ciclicamente il tabù imperante, relativo alla possibilità di una riduzione dell’orario di lavoro, viene infranto. Nel nuovo anno a riaprire il dibattito è stata la notizia che la giovane premier finlandese Sanna Marin aveva ipotizzato una giornata lavorativa di sei ore per quattro giorni alla settimana. Proposta effettivamente discussa lo scorso anno nel congresso del suo partito, ma non al momento  all’ordine del giorno nel suo Paese. Nei mesi precedenti era stato il Labour a proporlo per la Gran Bretagna. Trentadue ore settimanali per quattro giorni lavorativi. La reazione in Italia, in entrambi i casi, è stata immediata e come sempre superficiale e spropositata. Quasi tutti, dalla destra ad esponenti del Pd, si sono affrettati a prenderne le distanze e a dichiararla improponibile.

Il punto è che un tema fondativo della sinistra, quello di un lavoro dignitoso e di un tempo liberato dal lavoro e finalizzato ad un miglioramento della qualità della vita, è stato progressivamente abbandonato e trasformato dalle destre economiche e di governo nel suo esatto contrario: precarizzazione del lavoro, aumento della disoccupazione, cancellazione di diritti e tutele fondamentali. Risale a cento anni addietro la prima conquista della giornata di otto ore, e le mondine cantavano “se otto ore vi sembran poche provate voi a lavorar”. A metà degli anni sessanta si arriva alla settimana di quaranta ore. Alla fine degli anni novanta ci si riprova con la proposta delle trentacinque ore senza successo, anzi, essa viene presa a pretesto per la fine del primo governo Prodi. Lavorare meno, lavorare tutti per anni è stato uno slogan semplice e chiaro. L’idea al tempo stesso di far crescere anche per questa via l’occupazione e migliorare le condizioni di vita delle persone e delle famiglie, avere più tempo per sé, per la cultura, la vita sociale, il tempo libero, la coniugazione dei tempi di vita con i tempi di lavoro. Poi nel tempo il tema di una possibile riduzione dell’orario del lavoro nel nostro Paese è stato rimosso, cancellato, trasformato in un tabù. Eppure nel mondo non sono poche le esperienze, positive, che vanno in quella direzione, soprattutto nei Paesi del nord Europa, ma anche in Francia e Germania. E singole aziende vanno sperimentandolo come la Toyota o la Luxottica.

Delors, già presidente della Commissione Europea, ne aveva parlato nel congresso del Partito Socialista Europeo nel 1997. Diceva allora: “Se vogliamo evitare che, in futuro, alcuni lavorino 70 ore a settimana e altri non lavorino affatto, bisogna fin d’ora prevedere questi cambiamenti. I nostri contemporanei aspirano in generale ad una maggiore possibilità di controllare il loro tempo: lavorare meglio, divertirsi meglio, diversificare le proprie attività di tempo libero, partecipare alla vita pubblica e aderire a qualche forma associativa. Dobbiamo aprire una riflessione sul modo in cui è auspicabile addivenire ad una pianificazione del tempo. Conseguentemente dobbiamo interrogarci sulle finalità dello sviluppo”. Purtroppo le cose non sono andate in quella direzione, l’affermarsi del pensiero unico, la idolatria della globalizzazione hanno portato il mondo in un’altra direzione con le conseguenze che tutti conosciamo, e la sinistra ha finito per omologarsi rinunciando ad un punto di vista critico sulla società, a interpretarne i bisogni e proporre nuovi obiettivi. Ora che il tema, timidamente, si riaffaccia sarebbe bene non lasciarlo cadere. Riaprendo una riflessione di fondo sul lavoro e la sua qualità, sullo sviluppo e le sue compatibilità sociali e ambientali, sul ruolo delle politiche pubbliche.

E a sostenerla questa riflessione servirebbe un progetto ed un soggetto. Invece tutta l’attenzione è concentrata e proiettata sui prossimi quindici giorni, sulle elezioni regionali, certamente importantissime, ma sulle quali è impossibile e al tempo stesso impensabile poter costruire una qualunque strategia di lungo respiro. Quel respiro di cui ci sarebbe invece tremendamente bisogno.

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