Nuccio Iovene. M5S prigionieri del governo precedente più che protagonisti di quello nuovo. E la sinistra?

Nuccio Iovene. M5S prigionieri del governo precedente più che protagonisti di quello nuovo. E la sinistra?

Quelle di Di Maio da capo politico del movimento Cinque stelle possono definirsi dimissioni preventive. A pochi giorni dal voto in Emilia Romagna e Calabria, regioni nelle quali il movimento ha scelto di andare da solo, le previsioni non sono certamente rosee, anzi. E Gigino piuttosto che farsi processare a seguito di una nuova disfatta elettorale ha scelto di giocare d’anticipo dimettendosi. L’obiettivo è sterilizzare la discussione immediata sul risultato di domenica sera, evitare la richiesta di dimissioni che al quel punto sarebbe venuta avanti con forza e rinviare il tutto all’appuntamento congressuale di marzo, puntando ad arrivarci con le mani libere. Pura tattica, del genere che faceva arricciare il naso ai grillini degli albori, gioco politico puro e posizionamento in vista della guerra che si aprirà sul controllo del movimento. Il primo partito d’Italia, poco meno di due anni fa, dopo la batosta delle europee e quella delle precedenti regionali ed amministrative con ogni probabilità si ridurrà a percentuali ad una sola cifra e risulterà ininfluente sui destini delle regioni chiamate domenica al voto. Le dimissioni sono state accompagnate ovviamente dagli strali nei confronti del fuoco amico, dei sabotatori interni al movimento.

Ascoltando il discorso ad occhi chiusi non si poteva fare a meno di pensare al Renzi del dopo referendum. In entrambi i casi nessuna traccia di un accenno di autocritica, di una analisi seria degli errori compiuti e delle ragioni che hanno portato ad un cambiamento così radicale del clima nei propri confronti. Dopo aver sdoganato Salvini, e averlo fatto crescere oltre misura, assecondandolo in tutte le peggiori politiche, invece che vivere e rivendicare la svolta (che il tradimento del leader della Lega aveva imposto) come una occasione vera per rimettersi in gioco facendo i conti con i propri errori Di Maio e i Cinque stelle sono apparsi come coloro che guidano l’auto con il freno a mano tirato. Ancora prigionieri del governo precedente più che protagonisti di quello nuovo. A poco servirà la giaculatoria che nelle elezioni locali il movimento tradizionalmente va male, che il risultato non è indicativo della forza politica che si manifesterà alle prossime elezioni, che ovviamente sono elezioni differenti e non paragonabili. Dimentichi invece che le prime anticipazioni di quella che poi sarebbe stata la crescita improvvisa dei Cinque stelle si era registrata proprio in occasione di importanti elezioni locali: Parma, Livorno e poi Roma e Torino.

La verità è che i Cinque stelle ancora sembrano non capire che il clima è cambiato e occorre correre ai ripari se vogliono continuare a svolgere un ruolo. Dopo aver ottenuto i consensi che hanno ottenuto, ed essere stati al governo, non possono bastare le chiacchiere per superare le difficoltà, che sono grandi ed oggettive. Davanti a loro si presenta un bivio, farsi travolgere dagli eventi, aprire una lunga fase caratterizzata dalla resa dei conti interna, accompagnata da un fuggi fuggi generalizzato di cui già si intravedono i primi sintomi, oppure scegliere di giocare il ruolo di una componente importante di un nuovo campo progressista in grado di opporsi alla destra di Salvini e Meloni. Ma con chiarezza e senza ambiguità. Il governo attuale come scelta e come prospettiva quindi, non come sala d’attesa nella speranza che ritornino impossibili tempi migliori. A rendere possibile questa ipotesi è anche la profonda diversità che l’Italia ha con altri Paesi europei, ormai con una sinistra che si è autoridotta al lumicino e senza neanche l’affermazione di una forza come i verdi. A renderla difficile invece è proprio la storia recente e la selezione del ceto politico operata dai Cinque stelle, l’assenza di una qualsiasi competenza e di una visione politica del Paese e del proprio ruolo, in grado di andare oltre il populismo.

In questo senso e per la prima volta la proposta avanzata nei giorni scorsi da Zingaretti sembra essere all’altezza delle necessità. Il Pd come puro contenitore non basta e non serve, non ha appeal. C’è bisogno di mettere in campo una proposta politica nuova ed una organizzazione che con credibilità se ne faccia portatrice. Le sardine hanno avuto il merito di fare emergere un popolo disponibile a mobilitarsi, per niente rassegnato, e bisognoso di una sponda politica credibile e determinata. E questo ha consentito di riaprire la partita in Emilia Romagna e nel Paese, sottraendo le piazze e la scena al bulimico Salvini. Ma, come in altre occasioni, per durare il movimento deve avere delle risposte, deve capire che la propria disponibilità e generosità ha un senso ed uno scopo, non solo occasionale. Ed è su questa carta che le forze residue della sinistra dovrebbero puntare, per tornare ad essere parte di un movimento e di un progetto più grande. Superando vecchi settarismi e impossibili autosufficienze, sapendo che per tutti (dal Pd alla sinistra, ai cinque stelle) è giunta l’ora di un cambiamento. Altrimenti la sconfitta è nelle cose.

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