Nuccio Iovene. Il 26 gennaio non si vota solo in Emilia Romagna, ma anche in Calabria, occultata sui media nazionali

Nuccio Iovene. Il 26 gennaio non si vota solo in Emilia Romagna, ma anche in Calabria, occultata sui media nazionali

Solo una settimana ci separa ormai dalle elezioni regionali che, a detta di tutti, segnerebbero non solo le sorti delle regioni interessate per i prossimi cinque anni, ma anche quelle dell’attuale governo, delle forze politiche che ne compongono la maggioranza e delle scelte che saranno chiamate a compiere. Per la verità, anche se si vota domenica 26 gennaio in due regioni (Calabria ed Emilia Romagna), a leggere i principali quotidiani, ascoltare i principali notiziari e talk show nonché le dichiarazioni dei principali leader politici a fare la differenza sarà solo una delle regioni al voto e cioè l’Emilia Romagna. E già questo è l’indice di un problema. Certo l’Emilia Romagna è una grande regione del nord, con quattro milioni e mezzo di abitanti, tra le più ricche e meglio amministrate regioni d’Italia, con una rete di servizi (a partire dalla sanità per finire agli asili nido) tra i più efficienti e diffusi, e oggi simbolicamente al confine estremo tra le regioni del nord tutte cadute in mano leghista e quelle del centro ancora in parte governate dal centrosinistra (dopo la sconfitta recente in Umbria). La conquista da parte di Salvini dell’Emilia Romagna avrebbe quindi un valore simbolico assai rilevante e gli consentirebbe, dopo lo scivolone estivo che per bramosia di potere gli ha fatto saltare il banco, di rialzare la voce e rivendicare nuove elezioni. Al contrario uno stop dell’avanzata leghista in quella regione dimostrerebbe che il “capitano” è tutt’altro che imbattibile, che il centrosinistra se unito e credibile potrebbe essere ancora in campo e rimanderebbe ai grillini, dopo le ultime ripetute batoste elettorali, l’onere di una scelta di fondo.

Al contrario la Calabria continua ad essere una delle regioni più povere d’Italia, con una popolazione in calo ormai sotto i due milioni di abitanti, e il record (da quando è stata introdotta l’elezione diretta del presidente della regione) di non aver mai rieletto per la seconda volta il proprio presidente uscente. E anche per questa ragione tutti danno per scontato il prossimo esito elettorale in Calabria e cioè la vittoria a tavolino del centrodestra. Una vittoria che se ci sarà, non sarà per niente merito del centrodestra, ma frutto del disastro compiuto dagli altri, a partire dal Pd per finire ai cinque stelle passando per la cosiddetta sinistra. Ed è bene dirlo ora, prima delle elezioni, perché dopo potrà risultare vano e scontato. Anzi la Calabria (come già successo altre volte) può risultare anticipatrice di tendenze negative in grado di affermarsi nell’intero Paese, mentre l’analisi impietosa di queste tendenze potrebbe mettere in luce gli errori compiuti e consentire di provare ad evitarli nel prossimo futuro. Cominciamo dai cinque stelle. Nelle ultime elezioni politiche il partito di Grillo e Di Maio è risultato in Calabria di gran lunga il primo partito con il 43,4%, e ha eletto ben diciotto parlamentari su trenta (venti deputati e dieci senatori). Neanche la DC nei momenti di sua massima forza aveva raggiunto nella regione un risultato simile. Solo qualche anno prima, alle regionali del 2014, i cinque stelle però avevano appena sfiorato il 5% senza eleggere neanche un consigliere regionale. Anche alle ultime elezioni comunali a Lamezia Terme, quarto centro della Calabria, qualche settimana fa i cinque stelle si sono fermati al 5%, senza eleggere neanche un consigliere comunale. Da una forza politica che ha raggiunto un consenso così ampio ci si sarebbe aspettati un ruolo centrale ed una azione politica volta a raggiungere un risultato conseguente. Esclusa la possibilità di un accordo con i propri alleati di governo a livello nazionale i cinque stelle hanno scelto di correre da soli, candidando a presidente della regione il professore universitario Francesco Aiello.

Ma a dieci giorni dal voto il senatore dei cinque stelle Nicola Morra, eletto anche lui in Calabria, presidente della commissione parlamentare antimafia ha dichiarato che Aiello non è sostenibile perché parente di un boss della ‘ndrangheta. C’è da rimanere senza parole: se è così perché non si è evitato di candidarlo? Non poteva Morra acquisire, visto il suo ruolo, per tempo tutte le informazioni necessarie? Questo è stato, al momento, solo l’ultimo colpo di scena della assurda campagna elettorale che la Calabria sta vivendo. Ma non l’unico ovviamente. Molti dei candidati nelle sei liste a sostegno del centro destra, infatti, provengono direttamente dalle liste che cinque anni fa avevano sostenuto Oliverio ed il PD. E si tratta di consiglieri regionali uscenti, addirittura dell’ex presidente del consiglio regionale, o esponenti di primo piano di quel partito. Un trasformismo diffuso e vissuto senza alcun imbarazzo, figlio di una lunga pratica mai condannata seriamente e bloccata dalle forze politiche, che invece hanno continuato ad utilizzarla incuranti dei guasti profondi che determinava e dei colpi inferti alla credibilità della politica. Una corsa a correre sul carro del vincitore, mentre il Pd ha sciolto il nodo della propria candidatura solo a poche ore dalla scadenza della presentazione delle liste. Oliverio, presidente uscente e attualmente inquisito, al termine di un mandato tutt’altro che esaltante e non contento di aver collezionato nella sua lunga carriera istituzionale il mandato di sindaco di San Giovanni in Fiore, quello di consigliere e assessore regionale all’agricoltura per due legislature negli anni ottanta, quattro legislature da deputato, due mandati da presidente della provincia di Cosenza ed una da presidente della regione ha cercato fino alla fine di ricandidarsi. Solo l’intervento, tardivo, del Pd nazionale che ha scelto Callipo lo ha fatto alla fine desistere.

A sostegno di Callipo però ci sono solo tre liste, perché la sinistra non è neanche stata in grado di formarne una propria (a dimostrazione del pessimo stato di salute in cui si è ridotta) mentre Italia Viva, che non ha presentato proprie liste, ha addirittura lasciato libertà di voto per i propri potenziali elettori. C’è infine un movimento civico guidato dall’ex dirigente della protezione civile Carlo Tansi che però deve misurarsi con lo sbarramento previsto dalla legge elettorale regionale che è dell’8%, vere e proprie forche caudine volute per impedire una possibile rappresentanza delle forze politiche minori. Ovviamente a questa situazione così compromessa si è arrivati non solo per gli errori degli ultimi mesi, che pure ci sono stati, ma a seguito di un lungo disinteresse nei confronti della regione, delle sue dinamiche politiche, delle degenerazioni che hanno corroso e compromesso le forze politiche e la loro credibilità, la loro vita democratica e quella delle istituzioni locali con la considerazione miope e sbagliata di una realtà poco significativa, su cui non era il caso di metterci la faccia. Tralasciando ora, per ragioni di brevità, le ultime inchieste giudiziarie e quelle ancora più antiche, ma non il peso e l’importanza che la criminalità organizzata continua ad avere nella regione, si capisce il perché sulle elezioni in Calabria si preferisca a livello nazionale il silenzio e si eviti di parlarne. E invece se si vuole seriamente promuovere una svolta nel Paese e dare vita ad una nuova forza ed a una nuova prospettiva politica, dopo le elezioni, con tutto questo bisognerà tornare a fare i conti seriamente e una volta per tutte.

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