Legge elettorale. Dopo la sentenza della Corte Costituzionale. Le verità di Salvini

Legge elettorale. Dopo la sentenza della Corte Costituzionale. Le verità di Salvini

Salvini ha reagito con violenza alla sentenza con cui la Corte costituzionale ha giudicato inammissibile il referendum con targa leghista che puntava ad introdurre in Italia un sistema elettorale ipermaggioritario, stravolgendo e manipolando pesantemente la legge elettorale che proprio la Lega ha imposto contestualmente all’approvazione del taglio dei parlamentari e che è stata approvata dalla maggioranza verde gialla per blindarne gli effetti, se mai entrerà in vigore.

Così Salvini ha reso pubbliche alcune verità.

Anzitutto che la Lega ha una preoccupante assenza di cultura istituzionale. Di fronte ad una sentenza della Corte costituzionale la Lega reagisce con toni che potrebbe usare (in linea teorica) se di fronte avesse un partito avversario, ma invece si è scagliata contro la Corte che svolge il suo ruolo a presidio della Costituzione, del rispetto dei suoi principi. È evidente uno scatto rabbioso. Inoltre se il referendum è proposto da 8 Regioni, sia pure con un’importante presenza leghista nelle maggioranze, dovrebbero essere le Regioni stesse a gestire politicamente e tecnicamente la bocciatura della richiesta di referendum. Avremmo dovuto sentire Zaia, Fontana, ecc. Invece è apparso chiaro dall’inizio che le Regioni erano solo un paravento, lo strumento che la Lega ha usato per tentare di arrivare al referendum invece di ricorrere allo strumento proprio di un partito che è la raccolta delle 500.000 firme di cittadini. Questo punto è importante perché rivela che gli eletti leghisti delle Regioni sono trattati alla stregua di prestanome e questo andrebbe posto con forza all’attenzione degli elettori dell’Emilia Romagna e della Calabria prima del 26 gennaio, perché la concezione istituzionale della Lega è quella che gli organi di governo, a partire dalle regioni sono degli strumenti nelle mani del gruppo dirigente del partito, rivelando una cultura istituzionale inaccettabile, che fa a pugni con la nostra Costituzione. Per questo il commento alla sentenza della Corte non è venuta dai presidenti delle Regioni ma da Salvini perché lui era il vero motore della richiesta di referendum con finalità ipermaggioritarie che gli altri, ancorché titolari, hanno solo firmato e consegnato agli avvocati.

Se gli elettori dell’Emilia Romagna e della Calabria non vogliono diventare un mero strumento nelle mani della Lega evitino di farla vincere in modo da bloccare sul nascere tentazioni da partito che si sovrappone allo stato.

Per di più il vulcanico Calderoli – il Mefistofele che ispira le mosse della Lega – alcuni giorni prima della sentenza della Corte aveva già presentato una nuova proposta di legge elettorale per riportare in vita il Mattarellum, la legge in vigore fino alle elezioni del 2001. È per lo meno curioso che addirittura prima di avere la sentenza della Corte la Lega avesse presentato una nuova proposta di legge elettorale, del tutto diversa dai risultati del referendum, evidentemente in cuor suo temeva che sarebbe arrivata la bocciatura. Del resto la sentenza della Corte costituzionale sul referendum leghista è chiara nel denunciare il tentativo esagerato di manipolazione delle normative elettorali, con il risultato di lasciare il nostro paese senza una legge elettorale immediatamente applicabile in caso di scioglimento anticipato delle Camere. Se ci pensa bene questo è un tipico corto circuito leghista, da un lato vengono richieste ad ogni piè sospinto le elezioni anticipate mentre dall’altro si finiva con il rendere impossibile effettuarle con il referendum abrogativo. Il resto è propaganda per cercare di nascondere la secca sconfitta della Lega e degli arzigogoli che si era inventata per forzare la mano ed arrivare ad una legge elettorale che le garantisse una maggioranza spropositata in caso di nuove elezioni.

La Lega ha avuto ottimi maestri, quando perde urla ancora più forte per nascondere la sconfitta.

Questo campanello di allarme dovrebbe ricordare a tutti che l’attuale articolo 138 della Costituzione prevede che quando la maggioranza parlamentare sulle modifiche della Costituzione arriva ai 2/3 non è possibile fare referendum popolare e quindi se una maggioranza diventasse troppo forte, arrivando appunto ai 2/3, potrebbe cambiare la Costituzione da sola, a suo piacimento, situazione non prevista dai Costituenti che infatti ragionavano su una legge sostanzialmente proporzionale, rappresentativa, coerente con i 2/3 richiesti. Questa norma va ripensata contestualmente alla legge elettorale in modo da mettere in sicurezza la Costituzione dalle tentazioni di maggioranze artefatte e prepotenti. Dopo questa bruciante bocciatura della proposta leghista di referendum occorre approvare una nuova legge elettorale. Il terreno ora è sgombro e si potrebbe finalmente approvare una legge elettorale in grado di rappresentare il paese reale e che attraverso un sistema proporzionale inizi a recuperare la frattura preoccupante tra elettori ed eletti, che per essere effettivo deve consentire agli elettori di scegliere direttamente i loro rappresentanti, che a loro debbono rispondere del loro operato.

La legge presentata qualche giorno fa dall’attuale maggioranza alla Camera non ha queste caratteristiche, mantiene una soglia di elezione al parlamento troppo alta che sommata alla riduzione del numero dei parlamentari porterebbe ad avere milioni di elettori senza rappresentanza in parlamento, escluderebbe le piccole formazioni politiche, non risolverebbe nulla nel rapporto di (non)fiducia tra eletti ed elettori. Il legame con il referendum sul taglio dei parlamentari è evidente. Il parlamento ha votato il taglio. In tre votazioni la maggioranza era verde gialla, nella quarta è stata quella attuale. Perché le sinistre abbiano votato a favore anziché chiedere di ripensare l’insieme dei provvedimenti come maggioranza resta un mistero, o quasi. Inutile cercare la discontinuità tra governo Conte 1 e governo Conte 2 perché si trova un ostacolo importante proprio in queste giravolte che hanno portato ad una continuità evidente di risultati.

L’unica possibilità di rimettere in discussione questa decisione a questo punto è il no nel referendum costituzionale, come unico modo per riaprire una discussione seria sul ruolo del parlamento che nella nostra Costituzione è centrale, fondamentale e per ottenere una legge elettorale con l’obiettivo di ricostruire un rapporto di fiducia tra eletti ed elettori.

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