Lavoro. L’Italia delle crisi aziendali

Lavoro. L’Italia delle crisi aziendali

Berloni, Safilo, Alpitel. Queste le ultimissime crisi aziendali arrivate al ministero dello Sviluppo economico: 149 i tavoli aperti, un fardello pesante con cui si apre il 2020. Nelle Marche, lo storico marchio di cucine Berloni, ora in mani taiwanesi, ha avviato la messa in liquidazione e 85 persone rischiano di rimanere senza lavoro: il liquidatore attenderà fino al 15 gennaio per ricevere le manifestazioni di interesse. In Veneto e in Friuli, il noto brand di occhiali Safilo ha presentato un nuovo piano industriale quadriennale che prevede circa 700 esuberi dall’anno prossimo, nonché la chiusura totale dello stabilimento di Martignacco (Udine). In Piemonte la Alpitel, azienda operante nel settore delle telecomunicazioni, ha avviato la procedura di licenziamento collettivo per 100 dipendenti, in particolare nella sede centrale di Nucetto (Cuneo) e in quella di Moncalieri (Torino).

Al ministero i tavoli di crisi sono 149, un numero in linea con quello degli anni ultimi cinque anni (144 nel 2018, 165 nel 2017, 148 nel 2016, 151 nel 2015 e 160 nel 2014). Di questi, 102 tavoli di crisi (pari al 68,5 per cento) sono attivi da più di tre anni, mentre 28 sono aperti da più di 7 anni. Il maggior numero di tavoli (20) riguarda aziende con sedi o unità produttive in Lombardia (13,4 per cento del totale), seguono Abruzzo (11 aziende), Campania (10), Piemonte, Lazio e Toscana (9).

Partiamo dalla grande vertenza della ArcelorMittal. Bisognerà attendere martedì 7 gennaio per conoscere le decisioni del Tribunale del riesame sull’altoforno 2. Secondo il cronoprogramma stabilito dal custode giudiziario dovrebbero partire le operazioni di fermata dell’impianto: con lo spegnimento, avvertono i sindacati, si arriverebbe a una produzione (con solo due altoforni) di appena tre milioni di tonnellate, con conseguenti 6 mila lavoratori in cassa integrazione. Nella visita compiuta a Taranto la vigilia di Natale e nella conferenza stampa di fine anno il premier Giuseppe Conte ha ribadito gli impegni del governo per il rilancio in chiave green dell’acciaieria tarantina tramite la realizzazione di una newco mista pubblico-privata. Il 20 dicembre l’ex Ilva in amministrazione straordinaria e ArcelorMittal hanno sottoscritto una bozza di intesa preliminare, da cui i sindacati sono stati esclusi, che peraltro prevede un numero imprecisato di esuberi. Intanto è stata prorogata, a partire dal 1° gennaio, la cassa integrazione ordinaria per 1.400 lavoratori, che si sommano ai 1.900 già in cassa integrazione straordinaria.

La seconda grande vertenza è quella di Alitalia. Naufragato il consorzio con Atlantia, il 21 dicembre scorso è stato nominato commissario straordinario Giuseppe Leogrande, che nelle intenzioni del ministro dello Sviluppo economico Patuanelli “dovrà rendere più attraente la compagnia”, ovvero di risanarla, allo scopo poi di metterla sul mercato. Contemporaneamente è partito il prestito ponte di 400 milioni, il decreto relativo sarà esaminato alla Camera il 13 gennaio, ma sul provvedimento dovrà pronunciarsi anche la Commissione europea. Il premier Conte ha dichiarato che con Bruxelles l’interlocuzione è costante e l’esecutivo confida di non avere difficoltà. L’obiettivo è di chiudere la vicenda entro la metà del 2020.

Anche il mondo del credito attraversa una fase di grande sofferenza. La crisi del settore bancario rappresenta un campanello d’allarme che risuona in tutto il mondo (nel 2019 sono stati annunciati su scala globale oltre 77 mila licenziamenti, segnando un record negativo dal 2015) e l’Italia non ne è immune. I primi nove gruppi bancari italiani prevedono nei rispettivi piani industriali già approvati 34.914 esuberi: di questi 16.434 già completati e 18.480 da realizzare nel prossimo biennio. Unicredit ha fatto sapere che chiuderà 450 filiali italiane, lasciando a casa tra i 5.500 e i 6.000 dipendenti, vale a dire il 15 per cento dei 38 mila totali. Mentre i lavoratori da tutelare di Banca popolare di Bari, dopo il commissariamento, sono 3.200. “Ci troviamo davanti agli effetti dell’innovazione tecnologica e anche a tutto il pregresso delle crisi bancarie”, spiega il segretario confederale Cgil Emilio Miceli, sottolineando che “il sindacato seguirà con attenzione le vertenze e aspetta di vedere che posizioni assumerà il governo”.

Vertenze importanti ci sono anche nella grande distribuzione. Con l’assorbimento della rete AuchanConad ha dichiarato 3.105 esuberi (rispetto ai 6.197 iniziali): l’obiettivo dell’azienda è attuare un mix di mobilità incentivata per 1.000-1500 persone, e poi prepensionamenti, ricollocazioni e contratti di solidarietà. Un piano avversato dai sindacati, che proseguono una protesta che va avanti ormai da sei mesi, chiedendo garanzie per i lavoratori. C’è poi la catena di mobili Mercatone Uno, fallita lo scorso maggio dopo la bancarotta della Shernon Holding, ora in mano ai commissari straordinari che hanno ricevuto 14 manifestazioni di interesse e che dovrebbero a breve decidere le procedure di vendita. I lavoratori coinvolti sono 1.731 (erano 1.824 al momento della cessione): di questi, poco più di 200 hanno richiesto la sospensione dell’ammortizzatore sociale per effettuare attività a tempo determinato.

Passando all’automotive, molto critica è la situazione della Bosch di Bari, produttrice di pompe diesel. Dopo aver usufruito di tutti gli ammortizzatori sociali, nel settembre scorso ha fatto ricorso ai contratti di solidarietà che scadranno in giugno. I posti a rischio sono 624, su 1.805 addetti. La prospettiva desta grande preoccupazione, vista la specifica crisi del diesel. Il 28 novembre si è tenuto il tavolo al ministero: l’azienda non ha fatto passi avanti, mentre il governo ha proposto un investimento pubblico e incentivi fiscali affinché lo stabilimento sia dirottato verso un prodotto rivoluzionario.

Sempre legata alla crisi del diesel è la situazione della Mahle, multinazionale tedesca della componentistica auto, che ha deciso di cessare la produzione a La Loggia (Torino) e Saluzzo (Cuneo), avviando la procedura di licenziamento collettivo per 453 lavoratori, a causa appunto del trend negativo nel mercato del diesel con conseguenti perdite consistenti di fatturato. L’azienda ha per ora accolto parzialmente la richiesta dei sindacati di sospendere la procedura per 60 giorni, fino al prossimo 7 febbraio, per trovare altre soluzioni industriali. Il governo ha espresso l’intenzione di mettere in campo ogni azione per il rilancio dei due stabilimenti e ho comunicato la disponibilità a incontrare il vertice tedesco.

Restando nel mondo dell’industria, va segnalata la crisi dell’azienda di aerostrutture e velivoli civili Dema. La società, che lavora all’80 per cento per Leonardo, Strata e Bombardier, ha annunciato in ottobre 213 esuberi (nei siti di Brindisi, Somma Vesuviana e Paulisi) sui 733 dipendenti attuali. Nell’ultimo tavolo al ministero del 10 dicembre scorso, l’azienda ha esposto gli obiettivi del piano industriale che verranno raggiunti nell’arco di quattro anni attraverso processi di efficientamento organizzativo e produttivo. Allo stabilimento di Somma Vesuviana è stato raggiunto l’accordo che ha esteso la cassa integrazione fino al 31 dicembre, passo necessario per rendere possibile le proroga anche nel 2020. Il ministero si è impegnato a mettere a disposizione dell’azienda gli incentivi previsti nel piano Transizione 4.0 e nei Contratti di sviluppo.

Ci sono poi vicende che si trascinano da tempo. La Ferrosud, azienda del settore metalmeccanico rotabile di Matera, con 78 lavoratori, attraversa una vicenda giudiziaria complessa e non ha pagato gli stipendi. Nell’incontro al ministero del 13 dicembre scorso è stato sottolineato che “non ci sono le condizioni per firmare alcun fitto di ramo d’azienda, anche alla luce del futuro pronunciamento dei tribunali di Arezzo e di Matera”. I sindacati sono in mobilitazione permanente, la riunione è stata aggiornata a data da definirsi. Altra vertenza in piedi dal 2009 è quella della ex Alcoa di Portovesme (Sud Sardegna), il cui stabilimento ha chiuso nel 2014. Ora le distanze sul prezzo dell’energia si sono ridotte, ma serve un ultimo sforzo per chiudere il contratto di fornitura e riavviare la produzione. Attualmente SiderAlloys e Gms hanno assunto 91 persone, ne restano ancora fuori 350 tra diretti e indiretti. Una delle crisi più datate, dall’addio di Fiat da Termini Imerese, è quella della Blutec. Il 16 ottobre scorso sono stati nominati i commissari straordinari che dovranno individuare la nuova missione produttiva. Come area di crisi industriale complessa, la mobilità in deroga è stata trasformata in cassa integrazione straordinaria. L’auspicio è che subentri una nuova realtà industriale. Coinvolti 670 lavoratori, per i quali è stata prorogata la cig, più circa 300 dell’indotto.

Da Rassegna.it

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