Iraq. Gli attacchi missilistici iraniani alle basi Usa non hanno provocato vittime, ma sono state solo minacce cruente

Iraq. Gli attacchi missilistici iraniani alle basi Usa non hanno provocato vittime, ma sono state solo minacce cruente

L’Iran ha sferrato nella notte un primo attacco di rappresaglia in Iraq nei confronti degli Stati Uniti, che in un raid condotto lo scorso 3 gennaio sull’aeroporto di Baghdad avevano ucciso il generale Qasem Soleimani, capo della Forza Qods dei Guardiani della rivoluzione islamica. Lo ha fatto prendendo di mira due basi aeree che ospitano militari Usa con 22 missili balistici: 17 verso quella (enorme) di Ayn al Asad, nel governatorato occidentale di Anbar, e cinque verso quella di Harir, nel Kurdistan iracheno, non lontano dal capoluogo Erbil nel quale sono di stanza anche le forze italiane impegnate nell’addestramento dei Peshmerga. Quasi tutti i missili hanno centrato il bersaglio, provocando ingenti danni alle due installazioni militari, ma sia le autorità degli Stati Uniti che quelle dell’Iraq hanno negato che vi siano vittime.  Circostanza che ha spinto il presidente statunitense Donald Trump a pubblicare un tweet nelle ore immediatamente successive all’attacco: “Tutto bene! L’Iran ha lanciato missili contro due basi militari in Iraq. Ora è in corso una valutazione delle vittime e dei danni. Per il momento, va tutto bene! Abbiamo di gran lunga le forze armate più potenti e meglio equipaggiate del mondo!”. Il capo della Casa Bianca ha successivamente confermato che non ci sono vittime, e ha annunciato in conferenza stampa a Washington che gli Stati Uniti imporranno nuove sanzioni nei confronti di Teheran se la Repubblica islamica non modificherà la propria attitudine nella regione e ha espresso l’auspicio di un nuovo accordo sul nucleare iraniano. Il ministro degli Esteri iraniano, Mohammad Javad Zarif, da parte sua, ha utilizzato la stessa piattaforma per rivendicare un attacco definito “proporzionato” e di “autodifesa”, nel rispetto con quanto previsto dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite. L’obiettivo principale, ha aggiunto, è stato “la base dalla quale sono stati lanciati attacchi armati vigliacchi contro nostri cittadini e ufficiali”. “Non vogliamo un’escalation o una guerra, ma ci difenderemo contro ogni aggressione”, ha concluso il capo della diplomazia di Teheran.

Gli analisti nelle ultime ore si sono interrogati sulla singolarità di un attacco che ha comportato un importante dispendio di fuoco ma che, nel contempo, sembra avere accuratamente evitato di provocare un’ulteriore escalation. Come mostrano le immagini satellitari della base di Ayn al Asad diffuse dall’emittente statunitense “Cnn”, sono stati colpiti solo obiettivi periferici all’interno dell’installazione. Questo sta alimentando nelle ultime ore la convinzione a Washington che l’Iran abbia evitato di proposito di provocare vittime, sia tra i militari statunitensi che tra quelli iracheni di stanza nelle due basi. Di questo, ad esempio, si è convinta una fonte del Pentagono sentita da “Bloomberg” in condizioni di anonimato. “Le valutazioni degli attacchi condotti dagli Stati Uniti indicano che l’Iran potrebbe aver mirato ad aree spopolate dell’estesa base aerea di al Asad. I missili di precisione hanno colpito aree deserte. L’assenza di vittime statunitensi può mitigare il potenziale di un’escalation”, ha osservato la fonte. A questo va aggiunto che in giornata il premier iracheno Adel Abdul Mahdi, attraverso un suo portavoce, ha fatto sapere di essere stato informato dell’imminente attacco iraniano prima che questo avvenisse. Il capo del governo dimissionario di Baghdad ha precisato che gli iraniani non hanno indicato quali basi avrebbero colpito, ma hanno chiarito che sarebbero state prese di mira installazioni nelle quali si trovano militari Usa.

Alcuni osservatori suggeriscono che Abdul Mahdi potrebbe aver passato l’informazione agli Stati Uniti (il premier iracheno ha reso noto altresì di essere stato in contatto con Washington nei minuti dell’azione iraniana). Tale decisione potrebbe essere stata assunta con l’obiettivo di evitare che l’Iraq sia terreno di scontro di un’ulteriore escalation: da mesi, infatti, a Baghdad si consuma un conflitto a bassa intensità tra Washington e Teheran che ha avuto il suo apice nell’assalto del 31 dicembre all’ambasciata Usa a Baghdad e nell’operazione del 3 gennaio che ha portato all’uccisione di Soleimani e del leader delle Brigate Hezbollah Abu Mahdi al Muhandis. In questo senso va anche la risoluzione con cui il 4 gennaio scorso la Camera dei rappresentanti irachena, in una sessione disertata dalle forze politiche sunnite e curde, ha votato una risoluzione che impegna il governo a rimuovere le forze straniere dal territorio nazionale. Gli Stati Uniti hanno fatto sapere per ora di non essere disposti ad accontentare le forze politiche locali, smentendo il contenuto di una lettera firmata dal comandante della task force in Iraq, generale William Seely III, che notificava alle autorità di Baghdad un dislocamento di truppe in vista del ritiro. Una copia della lettera, definita “un errore”, era stata consegnata persino al premier Abdul Mahdi.

Il giornalista e analista Elijah Magnier suggerisce in queste ore che quella di questa notte possa essere stata “una minaccia” più che un attacco di rappresaglia: se le forze Usa non dovessero lasciare l’Iraq, sarebbe il messaggio, il prossimo raid potrebbe essere più preciso. I Guardiani della rivoluzione islamica, che hanno rivendicato la responsabilità del lancio di missili dal territorio iraniano, hanno fatto sapere in effetti di avere preparato altre operazioni. Nel frattempo, dopo aver protestato a gran voce per il raid condotto dagli Usa il 3 gennaio, il ministero degli Esteri dell’Iraq ha annunciato che convocherà anche l’ambasciatore dell’Iran a Baghdad, Iraj Masjedi, dopo l’attacco della scorsa notte. Il territorio e le basi irachene – dove si trovavano forze irachene e non irachene – sono state attaccate nella notte di mercoledì 8 gennaio con missili iraniani, evidenzia la diplomazia di Baghdad. Il ministero degli Esteri rifiuta questi attacchi e li considera una violazione della sovranità irachena, invitando tutte le parti interessate a mostrare moderazione e ad adoperarsi per ridurre le tensioni nella regione e per non trasformare l’Iraq in un campo di battaglia per regolare i conti in sospeso. L’Iraq è un paese indipendente e la sua sicurezza interna è una priorità, per questo “non consentiremo che sia un campo di battaglia, un punto di passaggio per effettuare attacchi o un luogo da cui effettuare attacchi per danneggiare i paesi limitrofi”.

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