Il libro. “Transizioni digitali”, volume controcorrente sull’impatto dell’alta tecnologia nel mondo del lavoro

Il libro. “Transizioni digitali”, volume controcorrente sull’impatto dell’alta tecnologia nel mondo del lavoro

L’innovazione tecnologica è un argomento all’ordine del giorno. E non potrebbe essere altrimenti visto che sta modificando profondamente il nostro modo di vivere e di lavorare. Ma fino a ch e punto le tecnologie informatiche stanno creando una nuova civiltà? Come leggere i suoi effetti sull’occupazione? Domani lavoreremo tutti seduti davanti a una tastiera? O invece l’intelligenza artificiale sostituirà gran parte degli esseri umani? E i disoccupati cosa faranno? A porsi queste domande è Patrizio Paolinelli nel suo ultimo libro intitolato: Transizioni digitali. Sindacato, lavoro privato e pubblico impiego nell’era hi-tech (Arcadia Edizioni, Roma, 2019, 215 pagg., 12, 00 euro il cartaceo, 6.00 euro l’e-book).

Scritto con un linguaggio chiaro e accattivante Transizioni digitali appare sin dalle prime pagine una riflessione controcorrente. La rivoluzione digitale è infatti osservata come un fenomeno storico: esiste da mezzo secolo ed è necessario farne un bilancio. In particolare è necessario valutarne l’impatto sul mondo del lavoro perché ancora oggi è il lavoro che fonda l’identità degli individui e qualifica la loro partecipazione alla vita sociale. Nella nostra società prevale invece una lettura mitizzata dell’hi-tech. Lettura contro cui Paolinelli si scaglia ritenendola prevalentemente una falsa narrazione che impedisce sia di comprendere la reale portata della transizione in corso sia di pianificare il futuro del lavoro nell’interesse della collettività. Il bilancio della transizione digitale effettuato da Paolinelli è chiaro e possiamo riassumerlo in alcuni punti essenziali: 1) oggi non è più utilizzabile la teoria della compensazione, teoria secondo la quale gli occupati di un comparto produttivo passano a un altro così come avvenne con la transizione dall’agricoltura all’industria e da questa al terziario; la rivoluzione digitale si differenzia dalle precedenti rivoluzioni industriali perché all’aumento di produttività non segue un aumento dell’occupazione così come era avvenuto in precedenza; 3) l’attuale ondata di automazione mieterà più posti di lavoro di quanto sarà in grado di crearne; 4) lo sviluppo dell’intelligenza artificiale andrà a sostituire attività altamente qualificate.

Una volta demolito il mito della rivoluzione digitale Paolinelli osserva come la tecnologia è applicata nei comparti produttivi del nostro Paese. Allo scopo prende in esame le condizioni di lavoro in alcune piattaforme digitali e le relazioni industriali sia in fabbrica sia nella pubblica amministrazione. Per quanto riguarda le piattaforme digitali si assiste a un arretramento spaventoso dei diritti e delle tutele dei lavoratori tanto da ricordare forme di sfruttamento schiavistico. Mentre, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, nella fabbrica 4.0 esistono alcune iniziative di coinvolgimento dei sindacati, come ad esempio il “Patto di fabbrica”, che non si riscontrano nella pubblica amministrazione. La quale, rispetto all’impatto della tecnologia sui processi produttivi, è arroccata a una visione verticistica che tende a escludere le rappresentanze dei lavoratori. Dinanzi alle nuove forme di organizzazione dei processi produttivi, alla trasformazione dei modi di lavorare e alla disoccupazione tecnologica qual è il compito del sindacato nel breve-medio termine? Paolinelli propone alle rappresentanze dei lavoratori di fare un ulteriore salto di qualità perché se si assiste a una dirompente metamorfosi del lavoro anche il sindacato è costretto a mutare pelle. Se vuole essere soggetto attivo di tale mutazione il sindacato è chiamato a orientare il proprio agire in vista di un progetto di sostenibilità sociale dell’innovazione tecnologica dentro e fuori i luoghi di lavoro. Una sfida che Paolinelli riassume così: “Quando lo Stato sembra abdicare al proprio ruolo e il mercato è sovrano incontrastato di sé stesso, occorre che il sindacato si trasformi in un programmatore sociale a pieno titolo così come, sul fronte opposto, lo sono le grandi multinazionali del digitale. Nessuno gli stenderà il tappeto rosso per farlo accomodare. Sarà un ruolo che dovrà conquistarsi”.

Share