Banche. PopBari, il Gip dispone tre arresti e una interdittiva per gli ex vertici

Banche. PopBari, il Gip dispone tre arresti e una interdittiva per gli ex vertici

Questa mattina i finanzieri di Bari hanno eseguito un’ordinanza di applicazione della misura cautelare personale degli arresti domiciliari nei confronti dell’ex presidente della Banca Popolare di Bari, Marco Jacobini (indagato per false comunicazioni sociali, falso in prospetto, ostacolo alla vigilanza, maltrattamenti ed estorsioni), di suo figlio Gianluca, già Condirettore Generale (indagato per false comunicazioni sociali, falso in prospetto, ostacolo alla vigilanza, maltrattamenti ed estorsioni) e di Elia Circelli, attuale responsabile della Funzione Bilancio e Amministrazione del medesimo istituto di credito (indagato per false comunicazioni sociali).  Nei confronti di Vincenzo De Bustis Figarola, già direttore generale della Popolare di Bari ed ex amministratore delegato (indagato per false comunicazioni sociali, falso in prospetto, ostacolo alla vigilanza, maltrattamenti ed estorsioni) è stata invece adottata la misura cautelare interdittiva del divieto temporaneo di esercitare la professione di dirigente di istituti bancari nonché degli uffici direttivi delle persone giuridiche e delle imprese. L’ordinanza emessa dal gip giunge all’esito della richiesta di adozione delle misure cautelari avanzata dalla procura di Bari nel mese di luglio dello scorso anno nell’ambito di una corposa indagine avviata al fine di accertare le cause che hanno portato al dissesto finanziario della Banca Popolare di Bari, recentemente commissariata dalla Banca d’Italia con proprio provvedimento emesso in data 13 dicembre 2019. Le lunghe indagini condotte dai finanzieri Gruppo Tutela Mercato Capitali, articolazione del Nucleo di polizia economico finanziaria di Bari specializzata nel contrasto ai reati societari e bancari, eseguite anche con l’ausilio di consulenti tecnici nominati dalla procura della Repubblica, hanno portato alla luce, spiegano gli inquirenti, molteplici condotte illecite perpetrate mediante l’esposizione nei bilanci di esercizio di fatti non corrispondenti al vero, l’omissione di rilevanti informazioni nella redazione dei prospetti informativi diffusi in occasione della offerta pubblica di acquisto di nuove azioni, l’ostacolo all’esercizio delle funzioni di vigilanza svolte dalla Consob.

Con l’ordinanza eseguita oggi sono state contestate a vario titolo ai quattro indagati le risultanze investigative emerse dall’analisi condotta sulla documentazione acquisita presso l’Istituto di credito o fornita da Banca d’Italia e dalla Consob nell’ambito delle ordinarie forme di collaborazione istituzionale svolte dagli organismi di controllo e vigilanza, dalle attività di captazione di comunicazioni telefoniche e di analisi forense compiute sui computer e server sequestrati nel corso delle indagini, e mediante raccolta di informazioni da testimoni. All’esito della complessa attività investigativa sono state accertate e contestate, sottolineano gli inquirenti, “molteplici gravi e continuate condotte fraudolente finalizzate alla esposizione nei bilanci di esercizio relativi alle annualità 2014, 2015, 2016, 2017 e nella semestrale 2018 di dati non veritieri al fine di occultare perdite di rilevante entità subite dall’Istituto bancario così da gonfiare artificiosamente il patrimonio della banca e trarre in inganno i soci ed il pubblico sulla reale situazione dell’Istituto di Credito”.  Per farlo, sottolineano ancora gli inquirenti, si è fatto ricorso a fittizie operazioni di cartolarizzazione consistenti nella cessione di crediti deteriorati a una società finanziaria, la Chariot Funding LLC, e nel successivo riacquisto da parte della stessa Banca Popolare di Bari, degli strumenti finanziari che la società aveva messo in vendita allo scopo di finanziare la cessione. L’operazione, avvenuta a cavallo dei due bilanci di esercizio, ovvero nel 2017 la cessione dei crediti deteriorati e nel 2018 l’operazione di acquisto dei titoli, apparirebbe “esclusivamente finalizzata a rappresentare l’esistenza di una liquidità, indicata nel bilancio 2017 pari a 500 milioni di euro, di fatto inesistente in quanto riutilizzata l’anno seguente per il riacquisto dei titoli emessi dalla stessa società di cartolarizzazione”. Si è poi scoperta l’indebita contabilizzazione negli anni dal 2015 al 2018 di imposte anticipate sulla perdita fiscale per complessivi 141 milioni di euro, pur essendo emersa la piena consapevolezza che la banca non avrebbe potuto conseguire negli anni successivi gli utili necessari per riassorbire dette perdite fiscali. Accertata anche l’omessa svalutazione degli avviamenti relativi agli anni 2014, 2016 e 2017, riferiti a rilevanti partecipazioni detenute dalla banca in diverse società: Fusione ex Nuova Banca Mediterranea, Ramo d’azienda Gruppo Intesa San Paolo, Fusione ex Banca Popolare di Calabria, Ramo d’azienda promozione finanziaria da ex Popolare, Bari Servizi Finanziari SIM Spa, Fusione ex Banca Popolare della Penisola Sorrentina, Tercas – Cassa di Risparmio della Provincia di Teramo Spa e Banca Caripe Spa, mediante la reiterata violazione dei principi contabili che presiedono alla redazione dei bilanci e delle norme di carattere tecnico che invece imponevano il ridimensionamento del valore degli avviamenti per complessivi 397.666.126 euro. Infine, l’indebito appostamento nei bilanci relativi agli anni 2016 e 2017 di attività pari a 42 milioni di euro derivanti da un credito vantato verso l’Ente Ecclesiastico Ospedale Francesco Miulli, la cui inesigibilità era invece nota stante l’ammissione dell’Ospedale Miulli alla procedura del concordato preventivo.

Inoltre, al fine di agevolare la vendita di prodotti finanziari emessi in seguito agli aumenti di capitale deliberati negli anni 2014 e 2015 per l’acquisizione del Gruppo Tercas – Caripe, sarebbero state omesse nei prospetti informativi diffusi in occasione della offerta pubblica di acquisto dei nuovi titoli azionari rilevanti notizie destinate ad informare i potenziali acquirenti sulla reale natura dell’investimento e sui criteri utilizzati per la determinazione del prezzo di vendita delle nuove azioni, nonché sul rischio connesso all’operazione di acquisizione del Gruppo Tercas – Caripe gravato da rilevanti perdite e sulla connessa operazione di salvataggio, sul rischio di illiquidità delle azioni emesse dalla Banca, di fatto rivelatesi invendibili, così impedendo di fatto agli investitori di valutare correttamente i rischi connessi all’acquisto dei titoli.Queste condotte, spiegano gli inquirenti, sarebbero state reiterate anche nei confronti della Consob alla quale, al fine di ostacolarne l’esercizio delle funzioni di vigilanza e controllo, sarebbero state fornite dichiarazioni non veritiere in ordine alla conformità dei prospetti contenenti, in realtà, dichiarazioni mendaci e rilevanti omissioni come rilevato dalla stessa Consob con proprio provvedimento sanzionatorio adottato nel mese di ottobre del 2018.Contestualmente all’esecuzione delle ordinanze cautelari, sono state eseguite 17 perquisizioni presso le abitazioni e gli uffici a Bari, Roma, Milano e Bergamo, nella disponibilità dei quattro indagati e di altri sei responsabili dell’Istituto di credito, di cui quattro indagati nell’ambito dello stesso procedimento, e presso la direzione della Banca Popolare di Bari, dove alcune cassette di sicurezza sono nella disponibilità dell’ex presidente Marco Jacobini.

Un dissesto che viene da lontano, almeno 10 anni, segnato da operazioni spregiudicate, condotte illecite, bilanci aggiustati, prospetti informativi falsificati, mancate informazioni al mercato. E’ questa la storia del dissesto della Banca Popolare di Bari che oggi tocca un’altra tappa con gli arresti degli ex vertici dell’istituto. Fondata nel 1960 grazie a 76 soci, la PopBari nasce come una società cooperativa per azioni fondata a Bari, il primo gruppo creditizio autonomo del Mezzogiorno ed è tra le tre maggiori banche pugliesi e tra le 10 maggiori banche popolari italiane. Se c’è un anno che segna l’inizio della fine, quello è il 2014 quando l’istituto rileva Tercas, la Cassa di Risparmio di Teramo, con 750 milioni di perdite e 1,4 miliardi di sofferenze. Viene varato un aumento di capitale da 800 milioni tagliando il valore delle azioni. La crisi non si ferma. Anzi. La voragine dei conti mostra con il bilancio del 2018 perdite a quota 420 milioni di euro. E, ancora, la situazione peggiora nel primo semestre del 2019 che si è chiuso con una perdita netta di 73,3 milioni e un Cet1 del 6,22%, ben di al di sotto il requisito del 9,45% fissato da Bankitalia. La semestrale ha visto inoltre rettifiche su crediti per 44,2 milioni.

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