Alfonso Gianni. La riduzione dell’orario di lavoro torna alla ribalta

Alfonso Gianni. La riduzione dell’orario di lavoro torna alla ribalta

Sono passati esattamente 90 anni da quando John Maynard Keynes, correva l’anno 1930, si trovava a Madrid nel mese di giugno per tenere una conferenza sulle Prospettive economiche per i nostri nipoti destinata a diventare celebre quanto disattesa. Come è noto il grande economista inglese non era uomo incline alle profezie, eppure, non a caso, le sue risposte alle domande che lui stesso si poneva “Quale livello di vita economica possiamo ragionevolmente attenderci fra un centinaio di anni?” non lasciavano equivoci quanto a nettezza e precisione: “Turni di tre ore e settimana lavorativa di quindici ore possono tenere a bada il problema per un buon periodo di tempo. Tre ore di lavoro al giorno, infatti, sono più che sufficienti per soddisfare il vecchio Adamo che è in ciascuno di noi”. È chiaro che non pensava affatto che un simile obiettivo potesse materializzarsi di colpo: “Ma naturalmente tutto avverrà per gradi, non come una catastrofe”. Che quindi ci si sarebbe dovuti muovere in quella direzione per tempo, tenendo conto dello sviluppo materiale delle forze produttive, dell’evoluzione della tecnologia, della crescita delle capacità e dei bisogni umani.

C’erano ragioni forti che muovevano in quella direzione. Keynes era convinto che di lì a poco una nuova malattia sarebbe comparsa nella società “la disoccupazione tecnologica” quella particolare forma di disoccupazione strutturale che “dovuta alla scoperta di strumenti economizzatori di manodopera procede con ritmo più rapido di quello con cui riusciamo a trovare nuovi impieghi per la stessa manodopera”. Ed è esattamente quello che sta avvenendo ai giorni nostri nei paesi a capitalismo più sviluppato con sempre maggiore rapidità. Ma Keynes non si preoccupava solo, e non sarebbe poco, del problema occupazionale. La sua preoccupazione riguardava il futuro della persona, potremmo dire la piena liberazione delle sue potenzialità. Nella conferenza di Madrid a un certo punto Keynes ricorda l’epitaffio scritto sulla tomba  di una lavorante domestica “Non portate il lutto, amici, non piangete per me che farò finalmente niente, niente per l’eternità”.

Ma Keynes non è affatto convinto che il far niente sia la condizione desiderabile. Anzi egli osserva: “Per la prima volta dalla sua creazione l’uomo si troverà di fronte al suo vero, costante problema: come impiegare la sua libertà dalle cure economiche più pressanti, come impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto del (capitale) gli avranno guadagnato”. Sia detto di sfuggita: Keynes disprezzava l’opera di Marx, eppure quanta vicinanza tra questa affermazione, lasciando da parte la fiducia nell’interesse composto, e un’altra assai famosa del pensatore di Treviri nella Ideologia Tedesca! E ancora, come non ricordare il cenno assai denso, ma purtroppo non sviluppato, al tema del passaggio dall’economia della scarsità a quella dell’abbondanza fatto da Claudio Napoleoni in Cercate ancora (Editori Riuniti, 1990). Eppure manca un decennio a completare quei cento anni di cui parlava Keynes e dobbiamo constatare che siamo molto lontani dalla realizzazione delle sue previsioni e che sarà assai difficile che i dieci anni che restano possano colmare questo divario.

Tuttavia negli ultimi tempi il tema della riduzione d’orario sta riprendendo quota. Recentemente la discussione è stata animata dalla proposta della giovane premier finlandese Sanna Martin che ha parlato di 6 ore di lavoro quotidiane lungo 4 giorni alla settimana a retribuzione invariata. Un sondaggio sulla pagina Facebook de La stampa ha raccolto finora l’80% di consensi a una simile proposta su 3mila risposte. Un piccolo segnale della potenziale popolarità che il tema potrebbe avere se venisse impugnato a dovere.

È importante quindi che la Cgil non si sia lasciata sfuggire l’argomento. Agostino Megale già presidente dell’Ires Cgil e ora dell’Istituto di Ricerca e Formazione Lab, ha proposto una versione della riduzione di orario di lavoro “a scorrimento”, quindi con la previsione di dover lavorare a turno anche nei week end, certamente il lato meno gradevole, in modo di portare o avvicinarsi al 100% del tempo della utilizzazione degli impianti, fiscalizzando gli oneri contributivi dei giovani da assumere (la sua previsione è di un incremento del 20% delle assunzioni per garantire il pieno utilizzo degli impianti) e sfruttando l’aumento di produttività, nonché il risparmio derivante dalla minore usura dei lavoratori che potrebbe sensibilmente ridurre – come già si è verificato in diverse esperienze- malattie e incidentistica. Giustamente Megale ha affermato che “ridurre la settimana di lavoro a 32 ore non sarebbe solo una misura di solidarietà difensiva”, come ad esempio, quella messa in opera a suo tempo dalla Volkswagen per impedire i licenziamenti “ma di solidarietà espansiva , cioè da generalizzare in modo strategico, per accrescere occupazione e produttività in tutto il sistema Italia”. Si può discutere sui dettagli della formula trovata. E sarebbe bene farlo. Ma qui conta ora cogliere l’elemento essenziale.

Se si vuole generalizzare la riduzione dell’orario di lavoro, come imporrebbe l’addensarsi della nuvola della disoccupazione tecnologica e come sarebbe necessario per liberare tempo per sé – obiettivo fortemente sottolineato dalla premier finlandese – non ha davvero senso contrapporre la soluzione sindacale a quella legislativa. La contrattazione aziendale o di settore potrebbero fare da battistrada con esperienze qualificanti, ma queste dovrebbero essere propedeutiche a soluzioni generali che solo una revisione per legge su gli orari di lavoro può garantire, meglio naturalmente se in sintonia, e viceversa, con i contratti nazionali di lavoro. È paradossale che i recenti dati sull’incremento occupazionale ci dicono che esso è frutto essenzialmente di un part-time obbligato e non desiderato per mancanza di reddito e dall’altro lato non si comprenda la necessità di una battaglia sul piano culturale, politico, sindacale e legislativo su una materia così decisiva per la condizione di vita non dei nostri nipoti, ma qui ed ora dei nostri figli oltre che di noi stessi. Una battaglia che peraltro, visto i processi di integrazione dell’economia, dovrebbe assumere una dimensione europea. Cosa tutt’altro che impossibile, visto che altri, oltre le nostre frontiere, sono più avanti di noi nelle idee, nelle proposte e nelle esperienze concrete.

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