Alfiero Grandi. Discutere di orario di lavoro vuol dire guardare oltre il presente

Alfiero Grandi. Discutere di orario di lavoro vuol dire guardare oltre il presente

La discussione sulla riduzione dell’orario di lavoro è un’ottima iniziativa. Discutere di orario di lavoro vuol dire guardare oltre il presente, le convenienze immediate, cogliere le tendenze e cercare di guidare i processi per contrastare quelli errati e favorire quelli socialmente condivisibili. In sostanza avere un’idea di futuro. La riduzione dell’orario di lavoro vuol dire affrontare il rapporto tra innovazione tecnologica e occupazione, qualità del lavoro. L’innovazione ha più facce, risparmia lavoro ma moltiplica produttività e potenzia il lavoro, creando lo spazio per creare nuova occupazione anche di qualità.

Dahrendorf sosteneva che si stava procedendo verso una società dei due terzi, cogliendo il rischio di un crescente dualismo sociale, che in effetti da tre decenni ha avuto un’impennata impressionante, più del previsto. I lavoratori hanno perso potere contrattuale, diritti, salario, mentre cresce un’area di precarietà con mille facce, la disoccupazione reale è in crescita come conferma la spada di Damocle delle 150 crisi sul tavolo del Governo, perfino tornano gli “schiavi” che lavorano in condizioni inumane, senza dimenticare una grande area di povertà e di esclusi, che il reddito di cittadinanza ha toccato solo in parte. Per fare una discussione seria sulla riduzione dell’orario di lavoro occorre tenere conto di due dati: vengono considerate occupate persone che lavorano qualche giorno al mese ma l’Italia è ancora sotto le ore lavorate prima della crisi, manca un milione di lavoratori ad orario pieno. Del resto l’attività produttiva si è ridotta e questo ha ridotto non poco l’occupazione, oppure ha peggiorato seccamente le condizioni di lavoro e le retribuzioni.

De Masi ha ricordato che mediamente i lavoratori che hanno una vera occupazione in Italia lavorano alcune centinaia di ore in più l’anno dei paesi europei paragonabili, quindi concentrano su di loro una quantità di ore lavorate che potrebbe essere destinata ad altri. Gli incentivi che in questi anni sono stati messi sull’allungamento dell’orario di lavoro, sui premi aziendali ha costruito le condizioni per concentrare il lavoro su una parte dei lavoratori. La parte sociale delle retribuzioni a livello aziendale e di categoria ha aggiunto tasselli al rapporto più stretto tra lavoratori e aziende. Quanto accade fuori da queste aree di lavoratori è un ulteriore elemento che spinge alla fedeltà aziendale. Un tempo l’iniziativa sulla riduzione dell’orario di lavoro era più immediata. In aziende con centinaia o migliaia di lavoratori potevano esserci con maggiore facilità iniziative, stante l’unitarietà fisica dello svolgimento del lavoro. Oggi il compito è più complesso perché spesso “gli altri” debbono ancora essere assunti, le loro condizioni di lavoro potrebbero essere meno convenienti, la loro collocazione fisica è altrove. Del resto in altri paesi è frequente che i più giovani abbiano condizioni meno buone e siano i primi a saltare in caso di licenziamenti. Per non parlare della difficoltà creata dalla frantumazione del mercato del lavoro. Per questo ritengo che abbiano un ruolo centrale le norme che possono regolare e agevolare la riduzione dell’orario di lavoro per creare nuovi spazi di occupazione. In sostanza la politica per l’occupazione e la riduzione dell’orario di lavoro

Ridurre l’orario ha conseguenze positive sulla produttività che come è ormai provato è migliore quando il lavoro non raggiunge livelli di oppressione. Le migliori proposte nel nord Europa parlano, vedi da ultima la Finlandia, di tempo di lavoro ridotto per avere un migliore rendimento ma anche della possibilità di avere tempo per dedicarsi ad altro: cultura, famiglia, hobby, infatti la premier della Finlandia è la prima che ha parlato apertamente di hobby. Tuttavia la riduzione dell’orario anche se intuitivamente si comprende che potrebbe migliorare la condizione di chi lavora e di chi oggi non lavora o non lavora abbastanza ha bisogno di un quadro in cui inserirsi. Ricordo le 150 ore per la formazione dei lavoratori, un’avanzata esperienza sindacale che in Italia è legata all’impegno di Bruno Trentin. Il contratto di lavoro ne previde la possibilità, poi però l’iniziativa attuativa ha avuto bisogno della costruzione di un sistema formativo ad hoc e nei luoghi di lavoro di una sensibilizzazione dei lavoratori per portarli ad usare questa opportunità, che ebbe successo.Se la riduzione dell’orario di lavoro è una scelta strategica in una società frammentata occorre una svolta politica di fondo che sorregga il cambiamento e questo può avvenire solo se le forze sociali a partire dal sindacato si intesteranno la svolta.

Per ridurre l’orario di lavoro è necessario un quadro politico di riferimento, senza il quale gli incentivi, non solo economici non esisterebbero, quindi occorre una nuova legislazione di sostegno. Se è un obiettivo socialmente importante deve essere supportato da normative e da fondi di sostegno almeno per la parte di avvio. Per ridurre l’orario di lavoro è necessario un quadro contrattuale in gran parte da costruire e in questa fase probabilmente sarebbe utile anche un accordo interconfederale per indicare le linee guida della contrattazione. Potrebbe tornare utile perfino l’esperienza maturata nei contratti di solidarietà che pure sono una cosa che ha origini diverse. È evidente che la riduzione dell’orario di lavoro deve diventare un punto centrale delle scelte sindacali (non verrà mai regalato) non solo quando ci sono riduzioni di personale ma anche in positivo per ampliare l’area di quanti lavorano.

Un esempio. L’apertura dei negozi, se contenuta entro linee guida socialmente accettabili potrebbe essere affrontata con provvedimenti che aiutano la piccola distribuzione, che altrimenti non è in grado di tenere il passo con la grande distribuzione. Se questo aspetto venisse affrontato in modo corretto si potrebbe aprire una fase molto interessante e in grado di garantire buoni risultati.Ci sono proposte come quella di Alleva che è certamente un contributo originale ad una discussione seria su come realizzare un obiettivo socialmente importante per chi lavora troppo, quindi potrebbe migliorare la sua condizione, e chi lavora troppo poco e non realizza il necessario per vivere, andando ad ampliare la schiera di quanti lavorano ma restano ugualmente poveri. I lavoratori hanno bisogno di un quadro politico che garantisca nel tempo i risultati che promette, perché solo in alcuni casi i tempi di attuazione e l’area di intervento saranno tali da consentire di controllare direttamente gli esiti.

In questi giorni un concorso per mille posti ha avuto duecentomila partecipanti, per la semplice ragione che quel lavoro introdurrà nella vita di un migliaio di persone un elemento di prevedibilità. La continua aleatorietà, la concorrenza allo stremo non solo non migliorano la produttività ma creano uno stato di ansia e di precarietà sociale che rende difficile programmare. Può essere che la certezza del lavoro non basti da sola ad aiutare le giovani coppie a fare figli ma è certo che senza un’idea di quello che accadrà nel proprio futuro molti si sentono scoraggiati. In realtà intervenire sul lavoro per redistribuirlo, per diffonderlo, per valorizzarlo riconoscendo l’importanza per il futuro della nostra società di aiutare a fare figli e quindi regolandolo correttamente può aiutare a modificare il futuro della nostra società.

Valorizzare il lavoro, affrontare la sua redistribuzione, mantenere un livello retributivo paragonabile a quello attuale per quanti lavoreranno di meno è una scelta di fondo importante per il futuro della società italiana ed è evidente che portare un deciso miglioramento nel lavoro avrà conseguenze positive nella qualità dell’economia e della produttività.

È la rivoluzione che può fare diversa la società, l’economia, la qualità della vita, riducendo l’ansia che è così presente nella nostra società.

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