Agostino Megale, Istituto di Ricerca Lab. Ripensiamo l’orario di lavoro, dentro un piano per il lavoro ai giovani

Agostino Megale, Istituto di Ricerca Lab. Ripensiamo l’orario di lavoro, dentro un piano per il lavoro ai giovani

Agostino Megale, dopo anni passati a guidare il sindacato dei bancari della Cgil, la Fisac, è oggi presidente dell’Istituto di Ricerca Lab, istituito dalla categoria sindacale 10 anni fa, nel pieno della crisi economica più dura e pesante del dopoguerra. In questi giorni l’Istituto è al centro dell’attenzione mediatica per aver prodotto analisi e proposte per la costruzione di un patto per il lavoro che parta proprio da una intelligente rivisitazione dell’orario di lavoro, non solo riducendolo, sic et simpliciter, ma recuperando una generosa idea di flessibilità e di dignità. È evidente che questa elaborazione nasce da un contesto sociale ed economico che il presidente Megale cerca di spiegare con un ragionamento articolato sulla crisi del XXI secolo.

Le crisi bancarie in questi anni hanno avuto un ruolo molto importante. Tant’è che quando parliamo oggi di Popolare di Bari parliamo in realtà della coda di una crisi che ha coinvolto 12 istituti e 50mila lavoratori. Pensiamo a Banca Etruria e a Banca Marche, alla Popolare vicentina e a Veneto Banca, pensiamo alla situazione di Montepaschi, in cui siamo riusciti per la prima volta, anche grazie ad una iniziativa che ha voluto forzare la mano all’Europa, che avrebbe preferito invece licenziare e liquidare, ad affrontare il problema con l’intervento del capitale pubblico rilanciandola mediante la ricapitalizzazione precauzionale pubblica, in ottemperanza alle regole europee. Di sicuro l’insieme di interventi pubblici ha messo in grado il sistema bancario di evitare licenziamenti e  chiusure di istituti. Ed hanno riproposto il tema dell’intervento pubblico in economia, molto attuale oggi mentre si discute della Popolare di Bari o dell’Ilva, ad esempio. Senza schemi ideologici, si può immaginare un ruolo positivo e propulsivo dell’intervento pubblico. Oserei dire che su questo c’è proprio una rivisitazione a sinistra nelle riflessioni attorno al ruolo dello Stato nell’economia e nel rapporto col mercato globale. In ogni caso, l’insieme di questi  interventi nel settore del credito, e nel decennio della crisi, ha dovuto gestire qualcosa come 67mila esuberi, senza un licenziamento, perché attraverso la realizzazione di un Fondo di sostegno al reddito e all’occupazione si è potuto realizzare il ricorso agli esodi volontari con pensionamenti anticipati a tre o quattro anni. Fino al 2017-18, biennio in cui si è conquistato anche il sostegno pubblico al fondo, 648 milioni messi a disposizione. Insomma, abbiamo così costruito le condizioni affinché si potessero gestire gli esuberi ancora presenti nel settore senza ulteriori sacrifici su una manodopera che nel corso degli anni ha affrontato quella che possiamo definire una sorta di “contrattazione difensiva” per poter reggere e poi riprendersi. Nel gestire questi elementi si è rilanciato il fondo di sostegno al reddito, e si è introdotto però un fondo, il Foc, per l’occupazione di giovani. La crisi lascia in eredità una situazione pesante con 67 mila esuberi, ma anche l’assunzione di 22mila giovani.  Dopo 10 anni di difficoltà e di crisi, si porta a soluzione un settore con un contratto nazionale di lavoro che a differenza dei due precedenti ha permesso un primo risultato assai positivo con incrementi economici significativi. È il primo contratto che negli ultimi 30 anni va oltre l’inflazione di circa 2 punti e mezzo e redistribuisce produttività a livello di settore.

Dunque, quanto accaduto negli della crisi economica alle banche e le soluzioni escogitate solo il terreno di coltura da cui prende avvio la vostra elaborazione. Ma torniamo all’analisi della fae. Non credi che ci sia ancora molto da dire e da fare per superare la crisi?

La vera questione è che 12 anni dopo l’inizio della crisi le bolle rischiano di riprodursi perché l’economia finanziaria non viene affrontata con regole adeguate. In un contesto globalizzato esse non possono essere né solo nazionali né solo europee. L’economia dimostra che i problemi hanno “la testa dura” quando non si risolvono, e si ripresentano. Per questo penso che da un lato dovremmo far sì che l’Europa riprenda ruolo e capacità per eliminare le tensioni tra diversi Paesi, e definire quelle regole economiche in grado di produrre equilibri maggiori a livello globale. Ma non è possibile accettare il fatto che l’Italia sia il fanalino di coda in questa Europa: è in testa nell’evasione fiscale, nelle statistiche sul lavoro nero, precario e sommerso, e siamo ultimi per istruzione universitaria e occupazione dei giovani oltre che per investimenti in Ricerca e Sviluppo. È da questo contesto, e guardando alla rivoluzione digitale, al fatto che il 50% delle occupazioni si trasformeranno, guardando alla drastica riduzione del tasso della produttività italiana, 22 punti in meno della Germania, ma con una differenza tra ore di lavoro per cui gli italiani lavorano 1760 ore annue mentre i tedeschi 1360 e i francesi 1420, che nasce la nostra proposta Intanto, non è spiegabile una condizione in cui il capitalismo italiano continua a soffrire di mancanza di visione e scarsi investimenti. La scommessa su cui si può e si deve puntare è che in Italia è giunto il tempo di offrire ai nostri giovani un futuro immaginando un piano di buona occupazione fatta di diritti, reintroducendo l’articolo 18, e fatta di buoni stipendi, cominciando a redistribuire un pezzo del lavoro che c’è.

Ecco dunque la centralità di ripensare l’intera dinamica degli orari di lavoro e della produttività.

Abbiamo pensato che si potrebbero sperimentare, in una realtà che coinvolge trasversalmente 3 milioni e mezzo di lavoratori, moduli di orari di lavoro flessibili e a scorrimento, portando l’orario di lavoro da 40 a 32 ore alla settimana, e a 4 giorni alla settimana, e inoltre pensando a turni “scorrevoli” o a “squadre scorrevoli”, in cui il lavoro che non si fa più al venerdì può essere sostituito da squadre di giovani che subentrano e rendono efficienti servizi e produzione. Questa semplice operazione a parità di retribuzione potrebbe produrre circa 600mila posti di lavoro per i nostri giovani anche con criteri sperimentali. Ciò richiede un riordino del Jobs act, perché con esso si è voluto abolire i contratti espansivi, che si prendano gli sgravi contributivi dati agli apprendisti e li si applichino a questi nuovi giovani. Un terzo di questo costo verrebbe sostenuto in questo modo, un terzo verrebbe coperto da incrementi di produttività dati da questa maggiore flessibilità, e il restante introducendo nei contratti un fondo per l’occupazione giovanile. Diamo vita ad un vero e proprio piano del lavoro per i giovani. II vero tema con cui sconfiggiamo una destra oscurantista, razzista, è anzitutto la capacità di dare un futuro ai nostri figli mettendo al centro al condizione salariale, combinando la giusta attenzione alla riconversione ecologica e alla cultura. Nonostante la debolezza politica e le condizioni di difficoltà di oggi, mettendo assieme attorno a un tavolo, il governo, i sindacati, le imprese, le banche, le università e i centri di ricerca, si punta a dar vita a un grande patto con al centro il lavoro stabile e ben pagato per i giovani, la riforma fiscale, la riconversione per contrastare i guai climatici derivanti da politiche dissennate sviluppate in questi anni. Con la partecipazione dei lavoratori nei consigli di amministrazione. Certo, c’è bisogno di unità sindacale, che in questi mesi grazie al lavoro del segretario Cgil Landini ha fatto notevoli passi in avanti, e dobbiamo essere capaci di realizzarlo guardando al bene del Paese, riducendo le disuguaglianze e dando prospettive future ai giovani.

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