Papa Francesco. “I morti in mare vittime dell’ingiustizia, e non è bloccando le navi che si risolve il problema”

Papa Francesco. “I morti in mare vittime dell’ingiustizia, e non è bloccando le navi che si risolve il problema”

Il salvagente esposto da papa Francesco durante l’incontro con i 33 rifugiati arrivati in Italia da Lesbo è stato donato a Bergoglio da Mediterranea. Lo si evince dal logo della missione italiana che compare ai piedi della croce in cui è incastonato il giubbotto. Nella targa che ricorda la scomparsa di uno dei migranti si legge “recuperato alla deriva” nel Mediterraneo centrale il 3 luglio 2019, quando in mare c’era il veliero Alex, successivamente sequestrato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina dopo aver portato in Italia 46 migranti salvati in mare. Sulla targa ci sono anche le coordinate in cui è stato ritrovato il salvagente. Lo scorso agosto il capomissione di Mediterranea, Luca Casarini, aveva incontrato il vescovo di Mazara del Vallo, monsignor Domenico Mogavero, e quelli di Palermo e Acireale, monsignor Corrado Lorefice e monsignor Antonino Raspanti.

Papa Francesco, morti in mare vittime dell’ingiustizia

“Siamo di fronte ad un’altra morte causata dall’ingiustizia. Già, perché è l’ingiustizia che costringe molti migranti a lasciare le loro terre. È l’ingiustizia che li obbliga ad attraversare deserti e a subire abusi e torture nei campi di detenzione” ha detto il papa salutando i rifugiati arrivati di recente da Lesbo con i corridoi umanitari. Nell’accesso al palazzo apostolico dal Cortile del Belvedere, Francesco ha fatto collocare una croce in ricordo dei migranti e dei rifugiati, appesa alla quale è collocato un giubbotto salvagente come simbolo dei tanti morti senza nome annegati nel Mediterraneo mentre erano in cerca della salvezza. “È l’ingiustizia che li respinge e li fa morire in mare”, ha ribadito Francesco sulla scorta del suo primo viaggio apostolico a Lampedusa: “Il giubbotto ‘veste’ una croce in resina colorata, che vuole esprimere l’esperienza spirituale che ho potuto cogliere dalle parole dei soccorritori. In Gesù Cristo la croce è fonte di salvezza, ‘stoltezza per quelli che si perdono – dice San Paolo -, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio’”. “Questo è il secondo giubbotto salvagente che ricevo in dono”, ha spiegato il papa: “Il primo mi è stato regalato qualche anno fa da un gruppo di soccorritori. Apparteneva a una bambina che è annegata nel Mediterraneo. L’ho donato poi ai due sottosegretari della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale. Ho detto loro: ‘Ecco la vostra missione!’. Con ciò ho voluto significare l’imprescindibile impegno della Chiesa a salvare le vite dei migranti, per poi poterli accogliere, proteggere, promuovere ed integrare”, ha sottolineato Francesco, specificando che “questo secondo giubbotto, consegnato da un altro gruppo di soccorritori solo qualche giorno fa, è appartenuto a un migrante scomparso in mare lo scorso luglio. Nessuno sa chi fosse o da dove venisse. Solo si sa che il suo giubbotto è stato recuperato alla deriva nel Mediterraneo Centrale, il 3 luglio 2019, a determinate coordinate geografiche”.

Papa Francesco, non è bloccando le navi che si risolve il problema

“Come possiamo non ascoltare il grido disperato di tanti fratelli e sorelle che preferiscono affrontare un mare in tempesta piuttosto che morire lentamente nei campi di detenzione libici, luoghi di tortura e schiavitù ignobile?”. È il primo di una serie esigente di interrogativi con cui il papa ha concluso il suo discorso ai rifugiati arrivati recentemente da Lesbo con i corridoi umanitari. “Come possiamo rimanere indifferenti di fronte agli abusi e alle violenze di cui sono vittime innocenti, lasciandoli alle mercé di trafficanti senza scrupoli?”, ha proseguito Francesco: “Come possiamo ‘passare oltre’, come il sacerdote e il levita della parabola del Buon Samaritano, facendoci così responsabili della loro morte?”. “La nostra ignavia è peccato!”, il monito del papa: “Ringrazio il Signore per tutti coloro che hanno deciso di non restare indifferenti e si prodigano a soccorrere il malcapitato sulla via verso Gerico, senza farsi troppe domande sul come o sul perché il povero mezzo morto sia finito sulla loro strada”. “Non è bloccando le loro navi che si risolve il problema”, la tesi di Francesco: “Bisogna impegnarsi seriamente a svuotare i campi di detenzione in Libia, valutando e attuando tutte le soluzioni possibili. Bisogna denunciare e perseguire i trafficanti che sfruttano e maltrattano i migranti, senza timore di rivelare connivenze e complicità con le istituzioni. Bisogna mettere da parte gli interessi economici perché al centro ci sia la persona, ogni persona, la cui vita e dignità sono preziose agli occhi di Dio. Bisogna soccorrere e salvare, perché siamo tutti responsabili della vita del nostro prossimo, e il Signore ce ne chiederà conto al momento del giudizio”.

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