Governo. Le dimissioni del ministro dell’Istruzione Fioramonti: una tegola su Conte. E si annuncia un gennaio pieno di inciampi per i conflitti interni alla coalizione M5S-Pd-LeU-Iv

Governo. Le dimissioni del ministro dell’Istruzione Fioramonti: una tegola su Conte. E si annuncia un gennaio pieno di inciampi per i conflitti interni alla coalizione M5S-Pd-LeU-Iv

Le dimissioni del ministro dell’Istruzione, Università e Ricerca, Lorenzo Fioramonti, arrivate a Natale, anticipano il mese di fuoco che attende il governo alla ripresa dell’attività politica. Sono diversi, e anche ‘delicati’ per gli equilibri interni, gli appuntamenti da segnare in rosso sul calendario. La prima mina da disinnescare sarà, entro il 7 gennaio, quella della prescrizione che vede l’un contro l’altra schierati M5S, da una parte, e Partito Democratico (assieme ai renziani) dall’altra. Il giorno dopo dovrebbe esserci l’incardinamento della nuova legge elettorale alla Camera. Il 12 scadrà il termine per presentare la richiesta di referendum sul taglio dei parlamentari mentre, il 15 gennaio, la Consulta si esprimerà sulla richiesta di referendum presentata dalla Lega per abolire il proporzionale dal Rosatellum. Il 26, poi, la ‘prova del fuoco’ per l’esecutivo con le elezioni regionali in Calabria ed Emilia Romagna.

Ma andiamo con ordine. Il post di Fioramonti su Facebook

“Due giorni fa ho inviato al presidente del Consiglio la lettera formale con cui rassegno le dimissioni da ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca”, scrive Fioramonti in un post su Facebook. “Per cortesia istituzionale, ho atteso nel rendere pubblica la notizia e mi sono messo a completa disposizione per garantire una transizione efficace al vertice del ministero, nei tempi opportuni per assicurare continuità operativa. Prima di prendere questa decisione, ho atteso il voto definitivo sulla Legge di Bilancio, in modo da non porre questo carico sulle spalle del Parlamento in un momento così delicato”. Le ragioni dell’addio stanno, spiega ancora il ministro, tutte in una legge di bilancio che stanzia poche risorse sul settore scuola, università e ricerca. D’altra parte, Fioramonti lo aveva detto settimane fa: “Tre miliardi alla scuola o mi dimetto”. Risorse che, accusa oggi, non sono arrivate. Nel lungo post, il ministro aggiunge: “la verità, però, è che sarebbe servito più coraggio da parte del Governo per garantire quella ‘linea di galleggiamento’ finanziaria di cui ho sempre parlato, soprattutto in un ambito così cruciale come l’università e la ricerca. Si tratta del vero motore del Paese, che costruisce il futuro di tutti noi. Pare che le risorse non si trovino mai quando si tratta della scuola e della ricerca, eppure si recuperano centinaia di milioni di euro in poche ore da destinare ad altre finalità quando c’è la volontà politica. L’economia del XXI secolo si basa soprattutto sul capitale umano, sulla salvaguardia dell’ambiente e sulle nuove tecnologie; non riconoscere il ruolo cruciale della formazione e della ricerca equivale a voltare la testa dall’altra parte. Nessun Paese può più permetterselo. La perdita dei nostri talenti e la mancata valorizzazione delle eccellenze generano un’emorragia costante di conoscenza e competenze preziosissime, che finisce per contribuire alla crescita di altre nazioni, più lungimiranti della nostra. È questa la vera crisi economica italiana”.

Sinopoli, segretario generale Flc Cgil: pesanti conseguenze dalle dimissioni di Fioramonti 

Molte naturalmente le reazioni alle dimissioni del ministro Fioramonti. La destra, in particolare, va all’attacco del governo, e dello stesso ministro, giudicati entrambi inadeguati, e in molti chiedono le dimissioni dell’intero esecutivo Conte bis. Dal punto di vista dei sindacati, si segnala il commento del segretario generale della Flc Cgil, che scrive in una nota: “Non possiamo tacere sul fatto che le dimissioni di un ministro, oltre ad avere pesanti conseguenze sul piano politico, hanno ripercussioni soprattutto sul piano istituzionale, a partire dal Quirinale, per finire al Parlamento chiuso per ferie, e dunque impossibilitato a dibatterle nel merito. Proprio perché lo esigono il rispetto istituzionale, e la normale prassi costituzionale, dunque, non esistono riscontri nella storia della Repubblica, di ministri dimissionari il giorno di Natale. Nel merito delle ragioni delle dimissioni del ministro Fioramonti, spetta ora al presidente del Consiglio Conte chiarire la posizione del governo in materia di risorse per l’istruzione e la ricerca. Altrimenti, il rischio è che qualunque ministro che seguirà non potrà fare a meno di seguire le orme di Fioramonti”. Inoltre, scrive ancora Sinopoli, “in una recente intervista, il ministro dell’Economia Gualtieri aveva avvertito che su istruzione e ricerca il governo aveva agito su due fronti: bloccare i tagli previsti dal precedente governo, pari a circa sei miliardi di euro, e, anzi, restituire circa due miliardi. E tutto ciò era noto ai ministri fin dalla elaborazione della legge di Bilancio 2020. Come sindacati avevamo reagito sostenendo che le risorse erano e restano insufficienti per sostenere la struttura dell’Istruzione. Ma erano e restano del tutto inadeguate per sostenere Università e Ricerca. Dunque, un problema relativo alle risorse esiste, come esiste un problema gigantesco di rinnovo del contratto nazionale di lavoro, e siamo in attesa di risposte concrete, fattuali sugli impegni sottoscritti. Da chi? In primo luogo dal presidente del Consiglio Conte al quale chiediamo di garantire continuità e stabilità ad un settore strategico dell’amministrazione dello Stato. E in secondo luogo, dal titolare del Mef, Gualtieri, che si è impegnato a rilanciare il settore strategico dell’istruzione e della Ricerca fin dalla elaborazione del prossimo Documento di economia e finanza (Def), reperendo nuove e più congrue risorse. Se le dimissioni del ministro Fioramonti sono state utili ed efficaci lo si verificherà sulla base di quegli impegni assunti da Conte e Gualtieri. E non certo da alchimie di natura eminentemente politicistica, di schieramento”, conclude.

Una tegola piovuta su un governo già provato da mesi di tensioni interne proprio a causa della manovra economica

Se da un lato le forze di maggioranza possono essere soddisfatte per avere evitato di innescare le clausole di salvaguardia e l’aumento dell’Iva, dall’altra le stesse forze hanno potuto verificare le distanze che permangono su temi quali, ad esempio, le riforme, la giustizia e la legge elettorale. Già subito dopo l’Epifania maggioranza e governo dovranno affrontare il nodo della prescrizione. Salvo cambi di programma, infatti, è stato fissato per il 7 gennaio un nuovo vertice sulla riforma della prescrizione, che a quel punto sarà già entrata in vigore da sei giorni. Non a caso i renziani, contrari allo stop della prescrizione dopo la sentenza di primo grado, sia essa di assoluzione o condanna, come prevede la norma Bonafede, hanno già definito “inutile” vedersi dopo l’avvio del 2020, lasciando intendere che, qualora non sopraggiungano novità prima del 31 dicembre, potrebbero disertare il vertice. Ma anche il Pd, pur con toni meno barricadieri, non resterà alla finestra: i dem hanno annunciato una loro proposta di legge da presentare a breve in parlamento, chiedendo anche loro che il vertice venga anticipato, altrimenti faranno partire l’iter del provvedimento in commissione. E i numeri non sono sicuramente dalla parte dei 5 stelle, che finora tengono il punto: tranne i pentastellati, infatti, tutte le altre forze politiche, sia di maggioranza che di opposizione, sono fortemente critiche nei confronti della riforma. L’8 gennaio scadranno i termini per la presentazione degli emendamenti alla proposta di legge di Enrico Costa (FI), che punta ad abrogare tout court la riforma Bonafede. E non è escluso che possa essere lo strumento utilizzato dai detrattori della nuova prescrizione per mettervi la parola fine.

E mercoledì 8 gennaio la maggioranza dovrebbe incardinare in commissione Affari costituzionali della Camera il testo della nuova legge elettorale

Almeno stando al nuovo timing che i giallorossi si sono dati, cosa che presuppone che nei primi giorni di gennaio, se non prima, la maggioranza riesca a raggiungere l’intesa su uno dei due modelli prescelti: ovvero, un proporzionale simil spagnolo o un proporzionale con sbarramento nazionale al 5%. Su entrambi, però, pesa il veto di una delle forze che sostengono il governo: lo spagnolo non è ben accetto dai renziani, lo sbarramento del 5% non piace a LeU. Dunque, il nuovo sistema di voto potrebbe trasformarsi in una ‘spina’ per i giallorossi. Pochi giorni dopo, precisamente il 12 gennaio, scadrà il termine dei tre mesi per presentare la richiesta di referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari. Le firme necessarie sono già state raccolte: sono infatti 64 i senatori (tra cui anche tre M5s) che hanno aderito all’iniziativa. Ma fino al 12 gennaio tutto sarà possibile, compresa l’ipotesi – secondo rumors delle ultime ore – che alcuni dei firmatari ritirino la propria sottoscrizione. Il 12 gennaio, in ogni caso, sarà una data rilevante per la legislatura e lo stesso governo, sia che il referendum si svolga – la finestra cade tra aprile e giugno – sia in caso contrario, in quanto potrebbe prevalere la tentazione di tornare a votare in anticipo per evitare la sforbiciata di 345 parlamentari. Tre giorni dopo, il 15 gennaio, è atteso il responso della Consulta sul referendum leghista che mira a ripristinare il sistema maggioritario, eliminando dal Rosatellum la quota proporzionale. Il via libera al referendum potrebbe dare uno ‘scossone’ alla maggioranza, impegnata nel frattempo in una difficile mediazione sul proporzionale, e fare da spinta a chi mira alle urne anticipate.

Altro appuntamento delicato per il Governo sarà la verifica chiesta da alcune forze di maggioranza e rilanciata dal premier Giuseppe Conte

Tutti i protagonisti hanno parlato genericamente di “gennaio”, senza l’indicazione di una data precisa. Ma, viste le continue fibrillazioni interne, e i diversi nodi ancora da sciogliere – dal fronte giustizia all’Autonomia differenziata, per fare alcuni esempi – non è escluso che l’appuntamento ‘chiarificatore’ nel governo possa slittare a dopo le Regionali. Ed è proprio con le elezioni in Emilia e Calabria che si chiude il ‘rovente’ mese di gennaio. Non è un mistero che l’esito del voto, soprattutto in Emilia Romagna, possa fare da spartiacque: una sconfitta del Pd nella storica regione rossa e la vittoria della Lega salviniana potrebbe innescare un effetto domino che non è escluso possa travolgere lo stesso governo. Un’altra data potrebbe diventare ‘critica’ per la tenuta della maggioranza. Anche se non si tratta di un appuntamento che riguarda direttamente e in senso stretto il governo, il voto in Giunta per le immunità del Senato sul ‘caso Gregoretti’ potrebbe infatti mettere a serio rischio l’unità dei giallorossi. Riflettori puntati su Italia viva. Il voto sulla richiesta di autorizzazione a procedere nei confronti dell’ex ministro dell’Interno, Matteo Salvini, avanzata dal Tribunale dei ministri di Catania dovrebbe svolgersi attorno al 20 gennaio. I 5 stelle, con il capo politico Luigi Di Maio e il Guardasigilli Alfonso Bonafede si sono schierati per il sì all’autorizzazione, a differenza di quanto avvenne per il ‘caso Diciotti’, quando la Lega era al governo con i pentastellati. Pd e Iv non si sono ancora espressi nel merito: attendono di studiare le carte, ma i tre senatori renziani potrebbero diventare l’ago della bilancia in Giunta qualora decidessero per il no o per una più prudente astensione. La vicenda è già al centro di un duro scontro tra Governo e leader leghista, con uno scambio di ‘carte’ e di accuse reciproche. Salvini è accusato di “sequestro di persona aggravato dalla qualifica di pubblico ufficiale, dall’abuso dei poteri inerenti alle funzioni esercitate, nonché per avere commesso il fatto anche in danno di soggetti minori di età”. L’episodio incriminato è avvenuto lo scorso luglio, poco prima che la Lega aprisse la crisi di governo: l’allora ministro dell’Interno non consentì lo sbarco a 131 migranti rimasti per giorni a bordo della nave. Insomma, non resta che attendere. E a questa agenda potrebbe aggiungersi un discorso di fine anno del Capo dello Stato che si annuncia molto duro nei confronti del governo e delle forze politiche. Auguri.

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