Banche. Popolare di Bari, il decreto salvataggio non spegne le polemiche. Dura e lunga replica di Bankitalia alle accuse di M5S

Banche. Popolare di Bari, il decreto salvataggio non spegne le polemiche. Dura e lunga replica di Bankitalia alle accuse di M5S

Il decreto legge varato in notturna dal Consiglio dei ministri – che introduce “misure urgenti per il sostegno al sistema creditizio del Mezzogiorno e per la realizzazione di una banca di investimento”, con l’obiettivo di rilanciare la Banca Popolare di BARI e “tutelare i risparmiatori, le famiglie, e le imprese supportate dalla Bpb” – non spegne certo le polemiche in merito alla vicenda della crisi dell’istituto bancario pugliese, sottoposto venerdì scorso a procedura di amministrazione straordinaria da parte della Banca d’Italia a causa delle perdite patrimoniali. “Sono salvi i risparmi dei cittadini, nessuna pietà per i manager disonesti e gli amici degli amici. Il decreto sulla Banca Popolare di Bari che abbiamo approvato ieri sera in Consiglio dei ministri aiuta solamente i risparmiatori, anche se vi diranno il contrario. La verità è che da quando il Movimento 5 Stelle è al governo, le cose si fanno diversamente” scrive su Facebook il capo politico del Movimento 5 Stelle Luigi Di Maio, sottolineando che con questo provvedimento “vengono salvati i risparmi dei cittadini onesti” e “non ci sarà nessuna pietà per i manager e gli amici degli amici che hanno ridotto così la banca”. Resta la tensione con Italia Viva, che venerdì sera aveva stoppato il Consiglio dei ministri convocato d’urgenza per affrontare la questione: secondo il vicepresidente dei deputati del partito di Renzi, Luigi Marattin, la creazione di una banca degli investimenti è solo “un tentativo – direi pure fallito – di mascherare quest’intervento con uno slogan orecchiabile. La Banca Popolare di Bari, infatti, è una banca retail. Che è un concetto totalmente diverso da quello di banca di investimento. Inoltre, qualsiasi intervento di questo tipo (cioè lo stato che si mette a fare il banchiere) dovrebbe ovviamente essere considerato alla luce delle norme sulla tutela della concorrenza e sugli aiuti di Stato”.

“Da 5 anni osserviamo – con cadenza annuale – crisi continue di qualche istituto bancario – sottolinea Marattin – Ogni volta, puntualmente, ci viene detto che è l’ultimo. La causa è certamente l’onda lunga della gravissima crisi economica del 2008-2013 (come accaduto in tutto il mondo, dove tuttavia hanno scelto di agire con tempi e modi differenti), ma a questa si aggiunge una governance inefficace che ha permesso per troppo tempo una gestione non guidata da logiche di efficienza ma da dinamiche clientelari e relazionali. Il tentativo più efficace di forzare il cambiamento su questo aspetto (la riforma delle banche popolari del governo Renzi del 2015) ha avuto successo in molti casi, ma è stata strenuamente rifiutata in due. Uno di questi è la Banca Popolare di Bari”.

In una lunga nota, Bankitalia sottolinea che un’eventuale liquidazione della Banca Popolare di Bari avrebbe “rilevanti ricadute” e un possibile “effetto contagio”. Palazzo Koch si difende inoltre dalle accuse, sottolineando che il Governo sapeva della gravità della situazione da febbraio.  La Banca d’Italia ricostruisce in un ampio dossier i diversi passaggi che hanno portato al commissariamento della Popolare di Bari deciso venerdì viste le perdite patrimoniali dell’istituto.

NEL 2010, I PRIMI RILIEVI: La banca d’Italia segnala una prima ispezione con esito “parzialmente sfavorevole” nel 2010. Si parla di carenze organizzative e sui controlli interni. L’esigenza di rafforzare i presidi sui “rischi di liquidità e compliance” vengono rilevati anche nel 2011-12, con la richiesta di un’indagine sull’Audit interno. Nel 2013 si registrano invece progressi ma anche “il permanere di alcune aree di debolezza”. Vengono adottati provvedimenti restrittivi.

DAL 2014, L’ACQUISTO DI TERCAS: Nel luglio “la Banca d’Italia autorizza Bpb ad acquisire il controllo di Banca Tercas”. E’ questa l’accusa che molti muovono a Via Nazionale che nel dossier spiega che l’obiettivo era quello di “salvaguardare i depositanti e rilanciare il piccolo istituto abruzzese”, ma anche quello di creare una dorsale adriatica creditizia. Viene anche fatta una due diligence. L’operazione prevede un contributo del fondo interbancario da 330 milioni. Ma l’intervento viene poi contestato (primavera 2015) dall’antitrust della Commissione Europea “per la sua presunta configurabilità come aiuto di Stato”. L’intervento viene sostituito ma “si ritardano i tempi di integrazione “con significative conseguenze negative sulla attività di entrambi gli istituti”. Poi “solo nel 2019 il Tribunale dell’Unione annulla la decisione UE sugli aiuti a Banca Tercas”. La Commissione europea si appella.

LE DIFFICOLTA’ PATRIMONIALI: I destini della Popolare di Bari si intrecciano con la riforma delle banche popolari. L’assemblea dei soci delibera la riduzione da 9,53 a 7,5 euro il valore delle azioni. “Ne seguono un malcontento della base sociale e richieste di vendita di azioni”, registra Bankitalia. Nel 2016 ci sono indagini su queste nuove azioni e altri controlli “mirati ai profili di adeguatezza patrimoniale e del credito”. Via Nazionale segnala una non piena adeguatezza degli organi dell’istituto per “affrontare le accresciute complessità” anche legate all’acquisto di Tercas. Scattano anche segnalazioni alla Consob su alcuni aspetti che verranno poi multati per 2 milioni.

LA RIFORMA DELLE POPOLARI E I TENTATIVI DI AGGREGAZIONE: Le difficoltà dei conti si intrecciano con la riforma delle popolari che impone la ricerca di aggregazioni. Ma anche con la richiesta, che arriverà da Bankitalia di rinnovo dei vertici. Nel dicembre 2016 il Consiglio di Stato sospende la riforma e interrompe il processo di trasformazione in Spa. “Viene quindi meno una condizione importante per raccogliere capitale di rischio”, scrive Bankitalia. Un anno dopo, agli inizi del 2018, la banca elabora i primi progetti di trasformazione e aggregazione con altre popolari minori. Ma la vigilanza rileva rischi e i progetti vengono accantonati. Solleciti su ristrutturazioni e aggregazione con altre banche saranno fatti anche nel novembre 2018.

LA RICHIESTA DI CAMBIO DEI VERTICI: Bankitalia nel marzo 2017 chiede un rafforzamento della governance con l’ingresso di elementi con specifiche competenze bancarie e finanziarie e “invita il Presidente a dar corso ai propositi di rassegnare le proprie dimissioni”. Mentre i conti diventano sempre più rossi (140 milioni nel primo semestre 2018; 430 milioni il rosso alla fine dell’anno) la Banca d’Italia evidenzia all’inizio del 2019 “un vero e proprio stallo gestionale”, per la conflittualità tra presidente e amministratore delegato. A Giugno la vigilanza di via Nazionale, in numerosi incontri, chiede agli esponenti aziendali “di preservare la coesione nella governance in una fase particolarmente delicata per la banca”. Chiede esponenti autorevoli nel Cda, che si rinnova parzialmente a fine luglio 2019. Il resto è storia recente. “I risultati, ufficializzati a dicembre, evidenziano l’incapacità della nuova governance di adottare con sufficiente celerità ed efficacia le misure correttive necessarie per superare la stasi operativa – racconta la Banca d’Italia – e riequilibrare la situazione reddituale e patrimoniale della Bpb. Emergono inoltre gravi perdite patrimoniali che portano i requisiti prudenziali di Vigilanza al di sotto dei limiti regolamentari”. Ecco che scatta il commissariamento.

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