Arturo Scotto. Il problema è il troppo nazionalismo. Non solo in Gran Bretagna

Arturo Scotto. Il problema è il troppo nazionalismo. Non solo in Gran Bretagna

Le elezioni in Gran Bretagna consegnano un risultato inequivocabile a favore della Brexit. Johnson ha cavalcato quell’onda e ha vinto. Il Labour, nonostante una campagna elettorale coinvolgente nelle piazze reali e nelle piazze virtuali, perde e perde male.

Ci sarà tempo per analizzare collegio per collegio i risultati veri, che probabilmente diranno che le proporzioni della sconfitta sono inferiori a quelle annunciate anche per via di un sistema di voto ipermaggioritario. Dove chi prende un voto in più, fa banco. Tuttavia un primo giudizio si può cominciare a esprimere e non può che essere articolato in qualcosa di più di 280 caratteri.

La sconfitta non avviene nei centri urbani, dove invece la sinistra vince e recupera un poderoso e diffuso voto giovanile, ma nelle aree più povere e depresse del Paese. Nelle vecchie roccaforti del movimento operaio – che hanno vissuto con più violenza processi di dismissione produttiva, di ritiro del welfare, di isolamento economico – la destra sfonda sul messaggio fortissimo del “Leave” senza se e senza ma.

Quando perdi i presidi sanitari, quando chiudono le fabbriche, quando il sistema dei trasporti va in malora, prevale un sentimento di solitudine e una rabbia che naturalmente si dirotta verso chi possiede ricette semplificate e capri espiatori da esibire. E così finisce per vincere una domanda di identità, non di giustizia sociale.

Paradossale: le vittime del thatcherismo premiano il neonazionalismo di Johnson e non la sinistra laburista che prometteva di archiviare definitivamente quella fase storica. Il Labour aveva puntato tutte le sue carte su uno slittamento della campagna elettorale dalla centralità della Brexit alla questione redistributiva, al rilancio del sistema sanitario nazionale, alla crisi climatica.

Non è bastato: la testa degli inglesi era altrove, aspirava a quell’allargamento del canale della Manica tra Regno Unito ed Europa che tanti guai ha portato nella storia recente e passata. Un messaggio chiaro che parla di un asse intercontinentale sempre più solido tra le due destre populiste di Trump e Johnson – due irregolari nei loro rispettivi partiti – proprio come fu il sodalizio agli inizi degli anni 80 tra Reagan e Thatcher.

D’altra parte per gli inglesi l’Atlantico è sempre stato vissuto più come uno stagno che come un oceano. Una sorta di “nuovo 68” della destra reazionaria che punta a chiudere l’anomalia del modello sociale europeo – o di quello che ne rimane – e a recuperare una potenza geopolitica fondata su quella che la Lady di Ferro non esitò a chiamare la “comune razza angloamericana”.

La frattura tra città e aree interne, tra metropoli e contado, tra grande e piccolo, tra “polpa e osso”, torna a essere la questione principale dei prossimi anni. In quella frattura si annida la diseguaglianza sociale e territoriale ed è lì che attecchisce un messaggio regressivo, protezionista e xenofobo. Non solo in Gran Bretagna, ma in tutto il mondo occidentale.

La destra della protezione non è una congiuntura, non è semplicemente una reazione emotiva. Sta dentro le vene profonde di società in rivolta che hanno bisogno di un nemico immediato da abbattere e non di un progetto che pianifica il futuro, che mira alla ricucitura delle fratture, che prova ad agire nella complessità.

Non lo si combatte con un sussulto eticistico, con una lettura manichea tra i buoni e i cattivi. Perché alla fine vinceranno sempre i cattivi, che appaiono più capaci di aggredire la solitudine e di interpretare una richiesta di “ripresa di controllo” da parte dello Stato. Consiglierei dunque a tutti giudizi meno frettolosi. Meno animati da revanscismi provinciali, come sembra emergere ancora una volta nel dibattito italiano.

Sull’intransigenza di Corbyn si è scatenata una guerra senza precedenti, da parte dei grandi media come della grande finanza. Semplicemente perché aveva segnalato che il problema era la diseguaglianza crescente e non la propaganda antieuropea, provando a ribaltare purtroppo tardivamente l’ordine del giorno della campagna elettorale. Lo hanno dipinto come il pericolo rosso alle porte e gli hanno scatenato contro l’artiglieria pesante, fino all’insultante campagna sul presunto antisemitismo del Labour.

Non ce l’ha fatta, nonostante fosse l’unico che poteva evitare la Brexit proponendo – come d’altra parte ha fatto – un secondo referendum. La sola exit strategy che avrebbe tenuto aggrappata la Gran Bretagna all’Europa: il resto erano propositi astratti, utili ad animare le conversazioni durante il tè delle quattro del pomeriggio al club del Polo, ma non a cambiare il corso delle cose.

Ora tutti liquidano Corbyn come ambiguo, nostalgico, radicale, estremista. Si tratta – vorrei ricordare innanzitutto a me stesso – dello stesso leader che appena due anni fa portava il Labour a un soffio dalla vittoria e a collezionare in termini di voti assoluti il risultato più ampio dal dopoguerra in poi della sinistra inglese. Va tra l’altro aggiunto che quel 32% dei Laburisti di Corbyn di oggi vale 700.000 voti in più dell’ultima vittoria del New Labour del 2005. Distorsioni del sistema maggioritario che dovrebbero dirci qualcosa anche in casa nostra.

Con una leadership laburista alla Blair – che non è mai stato un europeista, basta guardare la guerra in Iraq, la prima vera rottura dalla guerra fredda in poi tra Stati Uniti e Ue – si sarebbe perso probabilmente molto di più. Semplicemente perché la fase economica è cambiata radicalmente rispetto agli anni novanta e la Brexit ha modificato i connotati della narrazione politica, polarizzando in maniera forsennata l’opinione pubblica anglosassone.

I voti operai non li avrebbe visti nemmeno dal binocolo, perché troppo impegnato a rassicurare la comunità di affari della City. Che ha deciso chiaramente che il futuro del Regno Unito è diventare il più grande paradiso fiscale dell’occidente. Il sogno nel cassetto di tanti nostri “italovivaisti” e affini, che appena vedono il drappo rosso della sinistra reagiscono come i tori alla Corrida.

Eppure io non credo che il Corbynismo sia una meteora. Lo dice la ripresa di un voto giovanile che attorno al movimento Momentum – la nuova e vivace base sociale e politica del Labour – chiede il ritorno di una sinistra attrezzata a combattere le distorsioni del capitalismo finanziario, vuole chiudere la stagione della precarieta’ del lavoro, avverte l’esigenza di una transizione ecologica senza compromessi, riscopre pratiche mutualistiche che nella crisi economica garantiscono a migliaia di persone di non restare in dietro. Un deposito di idee e di programmi che non sarà cancellato con un tratto di penna.

Non credo dunque che dopo Corbyn, tornerà Blair. Il campo da gioco in Gran Bretagna – come nel resto dell’emisfero occidentale – si giocherà ancora una volta tra protezione e uguaglianza, ovvero tra destra e sinistra.

Il problema non è il troppo socialismo, il problema è il troppo nazionalismo. Mettiamocelo in testa. Anche in Italia.

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