Articolo 1 riporta in primo piano “La forza del lavoro”. Un programma di trasformazione democratica e progressista della società

Articolo 1 riporta in primo piano “La forza del lavoro”. Un programma di trasformazione democratica e progressista della società

L’abbiamo chiamata “La Forza del lavoro” l’iniziativa nazionale promossa da Articolo 1 che abbiamo tenuto a Bologna sulla quale mi sembra opportuno ritornare per il valore e il significato che ha rappresentato, riportando in primo piano lavoratrici e lavoratori che sembrano scomparsi nel linguaggio della politica. Abbiamo scelto questo nome per sottolineare l’esigenza etica e filosofica, prima ancora che politica, di attribuire un ruolo positivo ai lavoratori e alle lavoratrici considerandoli innanzitutto come una potenza positiva, la forza propulsiva di un possibile programma di trasformazione democratica e progressista della società.

L’unità del lavoro diventa, in questa visione, la precondizione dell’esistenza della sinistra politica.

Detto in parole povere: senza unità del lavoro non c’è la sinistra, non c’è un soggetto politico organizzato e capace di condurre battaglie significative. Il secondo motivo per il quale abbiamo scelto questo nome deriva dalla constatazione che, in questo momento e non da oggi, manca un partito del lavoro o un partito capace di dare rappresentanza al lavoro. Per comprendere meglio come si sia giunti ad una situazione simile abbiamo proposto una lettura storica diversa, se non originale, del trentennio che ci separa dalla caduta del muro di Berlino. La valutazione proposta sottolinea il ruolo fondamentale avuto da lavoratori e pensionati nei due momenti topici del periodo considerato: la nascita dell’euro e la crisi del 2008: in entrambi i casi lavoratori e pensionati hanno pagato di tasca propria a cavallo degli anni novanta per consentire al Paese di entrare nel gruppo di testa dell’Europa, e per uscire dalla terribile crisi economica circa 10 anni dopo. A fronte di questo sacrificio che consentì ai lavoratori di svolgere una funzione nazionale e democratica, si sarebbe detto un tempo, non ha corrisposto l’assunzione di una piena responsabilità politica nella conduzione dello Stato. Anzi, la legislazione sul lavoro ha consentito l’indebolimento dei diritti fondamentali del lavoro favorendone la divisione interna e le politiche di bilancio hanno indebolito il welfare e la cura delle periferie delle grandi aree urbane. Fino allo strappo sul Jobs act e alla abolizione dell’articolo 18.

Occorre aggiungere che il tentativo di riforma del fisco, abbozzato anch’esso negli anni novanta allo scopo di redistribuire i sacrifici tra le diverse componenti sociali, è fallito di fronte alle resistenze di vasti interessi economici. La frattura tra mondo del lavoro e sinistra politica è profonda e scomposta e a nostro giudizio può essere superata soltanto attraverso l’adozione di un pensiero critico del modello di produzione. Un pensiero che non si ponga soltanto l’obiettivo, pure condivisibile, di attuare politiche re-distributive, cioè a valle di disuguaglianze frutto del processo economico ma di attuare politiche pre-distributive, cioè a monte del processo economico condizionandolo all’esercizio di una piena responsabilità sociale così come previsto dalla Carta costituzionale. Il nostro ruolo di forza di governo ci impone di contribuire alla costruzione della agenda programmatica della maggioranza per il prossimo anno e abbiamo elaborato alcune proposte che ci sembrano utili a percorrere la strada del “ricongiungimento familiare” con milioni di lavoratori e di lavoratrici.

In primo luogo chiederemo l’istituzione di una agenzia unica delle partecipazioni statali capace di orientare una credibile strategia di politiche industriali; in secondo luogo vogliamo che si approvi al più presto una legge sulla prevenzione degli infortuni e sulla sicurezza sul lavoro. Consideriamo una opportunità da non perdere il fatto che ci sia in Parlamento una maggioranza favorevole all’approvazione di una legge sulla rappresentanza: una legge a costo zero che cambierebbe la storia delle relazioni industriali. Infine porteremo in Parlamento la Carta universale dei diritti dei lavoratori proposta dalla Cgil e sottoscritta da tre milioni di cittadini che mira a dotare tutti i lavoratori di un bagaglio comune di diritti a prescindere dal tipo di contratto di appartenenza.

Ci sembra un buon punto di partenza per contribuire a formare una nuova unità del mondo del lavoro e ad avviare un paziente ma deciso processo di formazione di un partito politico capace di rappresentare questa forza.

*Piero Latino, Responsabile Lavoro di Articolo1

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