Alfonso Gianni. Mes: il rinvio di poche settimane della firma non risolve il problema

Alfonso Gianni. Mes: il rinvio di poche settimane della firma non risolve il problema

Conviene rifare il punto sulla questione del Mes, dopo la tumultuosa seduta della Camera del 2 dicembre, la riunione dell’Eurogruppo di due giorni dopo e alla vigilia di altri importanti appuntamenti quali il dibattito con voto su mozioni previsto per mercoledì prossimo al Senato e il summit europeo del 13 dicembre. Il rinvio è diventato l’unico asse strategico su cui si muove il governo Conte. Ma non può durare all’infinito e nemmeno per molto. I nodi si stanno stringendo tanto a Roma quanto a Bruxelles. E rischiano di strangolare questo governo, dentro cui contrasti e reciproci ultimatum sono all’ordine del giorno. Gualtieri si è sentito rispondere picche dal Presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno sulla possibilità di riaprire una trattativa nella quale lo stesso ministro dell’economia italiano non credeva. Centeno già a novembre aveva definito “chiuso” il testo contenente le modifiche. E ora nega che la fissazione della firma del Mes revisionato all’inizio del 2020 sia un rinvio, ma solamente una sospensione inoperosa. Si può prevedere che il governo si presenterà al Senato mercoledì prossimo spacciando come un successo questo spazio temporale, che forse permetterà al summit europeo di due giorni dopo di prendere semplicemente atto del lavoro fatto dai ministri economici per arrivare alla firma non prima di febbraio. Il tentativo del Pd, che sta  guidando la relazione con la Unione europea,  prima di presentare le modifiche come irrilevanti e ora di vantare  il dilazionamento dei tempi della firma – atteggiamenti in evidente contraddizione tra loro – non fa che portare acqua al mulino delle destre e di un M5s in cerca di rilegittimazione. L’unico modo per affrontare la demagogia sovranista è considerare il Mes e le sue modifiche per quello che sono e proporre una sostanziale rivisitazione senza la quale non vi deve essere ratifica alcuna. Il problema non riguarda soltanto l’Italia ma il funzionamento dell’intera Ue. Guardare il problema da un’ottica nazionalista è del tutto deviante. Qui è in gioco lo stesso progetto di unità europea.

Il Mes, con i suoi 190 dipendenti e una dotazione di intervento di poco superiore ai 700 miliardi, è stato costituito per fornire prestiti a stati in difficoltà sulla base di memorandum che costringono i paesi beneficiari a pesanti (contro)riforme strutturali e politiche di assoluto rigore. Sono previste altre due linee di credito  “precauzionali” per prevenire i rischi. Una, quella “rafforzata” prevede memorandum, che impegnano il Paese sottoscrittore a (contro)riforme strutturali e aspre politiche di rigore (vedi Grecia), l’altra no. Le novità, che le modifiche codificano, non sono lievi. Al Mes viene attribuito il compito di definire il memorandum e di seguire l’intera gestione della crisi di uno Stato. Ciò avverrebbe in cooperazione con la Commissione, la quale si esprime sulla sostenibilità del debito, ma è evidente che  spostando il peso di rilevanti definizioni da un organismo politico a uno tecnico intergovernativo, si tecnicizza la governance e la trasparenza si fa più opaca.  Non il contrario, come invece è stato  promesso. Non solo, ma si normalizza la divisione  della Ue  tra paesi affidabili e no. Invece di superare la renitenza tedesca ad aiutare altri stati – come decantato – si riaffaccerebbe per altra via il vecchio disegno di Schauble degli anni Novanta di una costruzione europea formata da un “cuore” con intorno paesi periferici ad esso asserviti. Si dice che la ristrutturazione del debito non viene nominata e non sarebbe automatica.

Si è detto che anche prima il Mes prevedeva che i prestiti potevano essere concessi solo a paesi che avessero un debito pubblico sostenibile. E sul concetto di “sostenibilità” già ci sarebbe molto da discutere, ma non è possibile farlo qui. Si è detto che nel testo non compare l’automaticità della ristrutturazione del debito. Il che è formalmente vero. Ma in questo caso la forma è frutto della reticenza perché la sostanza è diversa. Come riconosce lo stesso Roberto Perotti, docente della Bocconi e autorevole opinionista de la Repubblica : “Sebbene il trattato non lo dica esplicitamente, per inferenza chi dovesse avere un debito pubblico insostenibile dovrà ristrutturarlo per potere prendere a prestito dal Mes”.  Un altro autorevole opinionista di Repubblica, Alessandro Penati, commentando la significativa intervista ad Olaf Scholtz, ministro delle finanze tedesco, a proposito dell’Unione bancaria nella Ue, questione strettamente legata alla riforma del Mes, aveva osservato che c’è una bella differenza tra la situazione in cui la Bce dichiara i nostri titoli di stato privi di rischio e quella che si avrebbe “se invece fossero le stesse autorità europee a sancire che i nostri titoli di stato sono rischiosi e che, nel caso di un’ondata di sfiducia nel debito pubblico italiano da parte degli investitori, la sua ristrutturazione diventa una certezza”. Ciò che avverrebbe in questo caso è che “alla prima forte tensione dello spread si scatenerebbe la corsa a vendere i Btp, che farebbe precipitare la crisi del debito, con una possibile ristrutturazione del medesimo, crisi sistemica delle banche e rischio di uscita dall’euro.” Conclude l’economista: “Sarebbe la classica profezia che si autoavvera”. Infatti non è un caso che tra le modifiche compaia il novello ruolo del Mes di mediatore nella ristrutturazione del debito. E così pure le cosiddette Cacs, clausole di azione collettiva, che vorrebbero ridurre il potere di veto di possibili speculatori, non fanno che rendere più facilitata e probabile la ristrutturazione del debito. Si è detto che bisognerebbe arrivare ad una firma contestuale delle tre questioni in discussione, il Mes, il Bilancio europeo, l’Unione bancaria.

Ma è proprio da quest’ultimo versante che giungono i guai maggiori. Sempre Olaf Scholz (forse, quanto inutilmente, per conquistare punti per la leadership della Spd) aveva aperto sul Financial Times il dialogo sul tema ostico per i suoi compatrioti della garanzia unica dei depositi. Ponendo però condizioni inaccettabili, quali la ponderazione del rischio dei titoli di Stato (finora in tutto il mondo risk free) e la riduzione dei crediti deteriorati (Npl) in possesso delle banche. Un vero guaio per quelle italiane (ma non solo) che hanno in pancia oltre 400 miliardi di titoli nostrani e sono zeppe di Npl. Da qui gli alti lai elevati dalla Associazione bancaria italiana. In effetti gli asset più rischiosi (Level 2 e 3) stanno indisturbati nelle banche tedesche e francesi.

Come uscire da questa situazione? La risposta sovranista e delle destre nostrane è semplice quanto disastrosa. L’uscita dalla Ue e dall’euro porrebbe da subito il nostro paese in condizioni ancora peggiori di prima, a causa dell’arretramento del suo tessuto produttivo ed industriale, come abbiamo già scritto una settimana fa. Ma certamente non si tratta solamente di correggere la road map dell’attuale discussione a Bruxelles, ma di cambiare radicalmente la politica economica europea, di cui il nuovo Mes è la più recente perfida creatura. Viene detto che non accettarlo isolerebbe il nostro paese. Ma in questo modo si postula l’obbligo di accettare qualunque cosa venga dagli organi della Ue. Sarebbe un nuovo giro di vite nella governance a-democratica che regge la Ue. Al contrario la non ratifica del trattato e l’apertura su scala europea, non solo italiana, di un processo di revisione radicale delle norme che la sorreggono è l’unico modo per mantenere in vita l’obiettivo di un’Europa solidale, democratica e federale.

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