Alessandro Cardulli. Autunno caldo 1969. Una grande stagione di lotte della classe operaia vista dall’interno

Alessandro Cardulli. Autunno caldo 1969. Una grande stagione di lotte della classe operaia vista dall’interno

Operai, cinquanta anni fa. Protagonisti di una grande stagione di lotte destinate a cambiare le condizioni di vita e di lavoro di milioni di persone, uomini e donne. Allora si parlava di classe operaia, oggi si è perduta la parola classe. Forse anche nel sindacato. Eppure, come Carlo Levi titolava il suo splendido romanzo, Le parole sono pietre. Perciò l’autunno caldo resta una pietra miliare nella storia dell’Italia e dell’Europa. Degli studenti, che nella scuola, nelle università, trovano un fertile terreno per dare battaglia, per rivendicare un radicale rinnovamento, per realizzare davvero il diritto allo studio. Prendono sul serio l’articolo 34 della Costituzione. Degli operai che si fanno classe, l’io diventa il noi, la fabbrica, o meglio il lavoro, non solo  come mezzo di sopravvivenza dal punto di vista economico, ma un diritto, uno strumento di emancipazione, di realizzazione della persona. È la classe che può portare avanti questo processo, questa lotta per abbattere lo sfruttamento, il degrado della persona, che diventa solo strumento di sfruttamento da parte del “padrone”. L’autunno caldo vede “unificarsi” le lotte degli studenti con quelle della classe operaia. Forse si può dire che il movimento  studentesco, il sessantotto, a partire dal maggio francese che poi con grande rapidità arriva in Italia e in altri paesi europei, è uno stimolo ad aprire fronti di lotta, nei luoghi di lavoro, a partire da quelli in cui le condizioni di sfruttamento sono sempre più intollerabili, nelle fabbriche dove esistono i “reparti confino”, là dove vengono destinati gli iscritti ai sindacati, segnatamente, in Italia, alla Cgil. Condizioni intollerabili di discriminazione con il rischio licenziamento se ti azzardi a scioperare.

Lotte di libertà, per l’eguaglianza, l’unità del mondo del lavoro

Le lotte della classe operaia sono lotte di libertà, non solo dal punto di vista economico. Oggi “celebrare” il sessantotto ha un solo significato. Non smarrire il senso di quelle battaglie che avevano come base l’unità del mondo del lavoro, l’unità fra le sigle sindacali, Cgil, Cisl, Uil. Oggi il problema si pone di nuovo, perché le conquiste di libertà nei luoghi di lavoro, di democrazia, di difesa degli articoli della Costituzione, sono minacciate da un imbarbarimento delle società, dall’odio e dalla violenza che forze sovraniste ed eversive ogni giorno gettano nella mischia, dal razzismo che non tollera il diverso, chi ha il colore della pelle diverso da quello dei nativi europei. La spinta del sessantotto è stata questa. Così l’abbiamo vissuta, raccontata. Ha cambiato nel profondo la società italiana, in positivo. Così l’ho vissuta, partecipando da studente alle prime occupazioni. L’Università di Pisa ha una primogenitura in fatto di occupazioni, ancor prima di quella di Trento. Studenti ed operai si incontrano, dibattono, danno luogo a manifestazioni. La Fiat di Marina di Pisa, capofila nella repressione antisindacale, le fabbriche  del vetro,  di tessuti, quelle di Pontedera, con in testa la Piaggio, sono le mie prime esperienze di giovane cronista, al tempo stesso dirigente della Federazione giovanile comunista, e sono una “scuola”  che segna la tua vita. Una “scuola” frequentata da tanti studenti, con in testa i ragazzi della Scuola Normale superiore fra i quali Remo Bodei, scomparso di recente, grande filosofo marxista. Ci incontravamo non solo in riunioni ufficiali, ma anche in un bar, gestito da un licenziato Fiat, frequentato da professori “democratici”, di sinistra, da  uomini di cinema, come Valentino Orsini, i fratelli Taviani che spesso da Roma tornavano a Pisa. Rimanevano a chiacchierare fino a tarda ora della notte. I “normalisti” tornavano a studiare.

Alla Fiat, Marina di Pisa, come a Torino reparto confino e guai a scioperare

È così che ho conosciuto la classe operaia, il sindacato, la Cgil, ho cominciato a scrivere,  il Nuovo Corriere, giornale toscano diretto da Romano Bilenchi, poi  L’Unità, Paese sera, Pisa, Livorno, inviato in Toscana. Non avevo alcuna esperienza se non quella di  aver dato vita, liceale, ad un giornale che si chiamava lo “Scorpione”, un ciclostilato diffuso nelle scuole pisane, della Toscana in un secondo momento.

Un ricordo. Nel corso della repressione antisindacale di cui la Fiat di Marina di Pisa era maestra, del resto non ha perso il vizio, dopo un licenziamento di più di duecento operai nessuno, o meglio quasi nessuno, osava fare uno sciopero. Se ti andava bene venivi segregato al reparto confino, senza possibilità di confronto con gli altri operai. Uno, Silvano Orsi, scioperava anche da solo. La dirigenza della fabbrica dove si producevano pezzi per la “Seicento” lasciava fare.  Scioperare si poteva, uno lo faceva. Nei miei ricordi  con Orsi, il primo sciopero dell’autunno caldo, abbandonarono il posto di lavoro. E alla grande manifestazione dei metalmeccanici a Roma c’erano anche loro. Alcuni dei licenziati erano stati assunti dall’Università di Pisa, facoltà di Fisica, dove  si costruiva un sincrotrone, un acceleratore di particelle. Così come c’erano quelli della Piaggio di Pontedera. C’ero anch’io. Ormai mi ero fatto le ossa. Le lotte  universitarie erano lontane. A Pisa nasceva Potere operaio, Sofri e Piperno, fra gli altri. Li avevo rivisti solo una sera, quella dell’ultimo dell’anno, 1968, quando diffondevano un volantino invitando, si fa per dire, ad andare  a manifestare alla Bussola, a Focette, il grande locale della Versilia, contro i  ricchi che festeggiavano l’ultimo dell’anno. Dissi loro che il volantino sembrava fatto apposta per mobilitare la polizia, creando l’incidente. E così fu. Da Roma mi chiamarono, mi recai nella notte a Viareggio. C’erano i miei vecchi amici, la polizia li accusava di aver sparato. Non c’ho mai creduto. Mi hanno giurato di non aver usate le armi. Invece qualcuno aveva sparato contro i manifestanti colpendo un giovane, un giovane comunista, Soriano Ceccanti, che  è rimasto invalido. Chiesi a Giancarlo Pajetta che si trovava a Pisa per tenere una assemblea del Pci di darmi “la linea”. A Viareggio conoscevo sia i dirigenti comunisti che quelli della Cgil.  Pajetta mi disse: “Il giornalista sei tu”. Dalla Cgil, e non poteva che essere così, mi venne detto che con Potere operaio non si poteva più neppure discutere. Già, era proprio impossibile.

In campo anche i giornalisti. Comitati di redazione protagonisti

Uno dei primi risultati delle lotte dei lavoratori riguarda il problema dell’informazione.  I media, i grandi quotidiani, la radio e la televisione, leggi Rai e non solo, ignorano il mondo del lavoro, i sindacati. Qualche notizia e niente più. A mala pena trovano spazio gli incidenti sul lavoro, relegati nelle pagine di cronaca. Il giornalismo italiano è assente, nessuna iniziativa, eppure i problemi sono tanti che riguardano l’informazione, i giornalisti, a partire dal contatto di lavoro, dai rapporti sindacali all’interno delle testate. La Federazione della stampa è solo una rappresentanza di interessi corporativi. Le assemblee dei giornalisti nel segno del corporativismo più becero. Non manca la presenza, specie a Roma, di fascisti dichiarati.  C’è perfino chi inizia l’intervento dicendo “ai tempi della buonanima” e si presenta con la camicia nera. Le lotte dei lavoratori, dei poligrafici in particolare, suonano  come un campanello d’allarme mentre avanzano le nuove tecnologie, al posto del piombo i computer per impaginare. Le macchine da scrivere messe in cantina, una nuova organizzazione del lavoro avanza a tempi stretti. Un gruppo di giornalisti prende l’iniziativa. Siamo nel 1970, primi di gennaio, quando nasce il Movimento dei giornalisti democratici. Ci sono cattolici, socialisti, comunisti, radicali, si riuniscono a Roma nella sede dell’Astrolabio. Il 25 gennaio nasce nel corso di una riunione tenuta al Teatro dei Satiri l’assemblea costituente del “Movimento dei giornalisti democratici per la libertà di stampa”. Aderiscono più di quattrocento giornalisti, Rai, Giorno, Stampa, Avanti, Unità, Paese sera, Voce repubblicana,  Corriere della Sera, Ansa, Agenzia Italia, AdnKronos, Espresso, Astrolabio,  Rinascita,  Sette giorni, Mondo nuovo, Panorama,  Vie nuove, Tempo Illustrato. Ci sono le firme più importanti. Da Roma il “Movimento” si dirama e copre tutte le associazioni della Fnsi, a partire da Milano, Napoli, Palermo, Cagliari e poi  via via le altre regioni. Ci sono le “firme” più note del giornalismo italiano.

Il ruolo svolto dai giornalisti de l’Unità. Il rapporto con la Cgil

Un problema nasce per i giornalisti de l’Unità. All’interno del giornale esiste la Cellula del Pci cui sono iscritti. Non c’è il comitato di redazione, organismo sindacale.  I loro stipendi sono quelli dei funzionari di partito. Nel giornale si apre un dibattito.  Se ne discute anche con i dirigenti del Partito. Alla fine la soluzione: la Cellula rimaneva così come negli altri luoghi di lavoro ma per quanto riguarda le “regole” del giornalismo, prendeva corpo il Comitato di redazione e la nostra iscrizione alle  associazioni della stampa. Prima Sandro Curzi e poi io fummo eletti per la corrente di Rinnovamento nella organizzazione di Roma e del Lazio. Io poi feci parte della segreteria nazionale della Fnsi con l’incarico di vicesegretario. Stabilimmo un rapporto stretto con le organizzazioni dei poligrafici Cgil, Cisl, Uil, con i loro dirigenti. Del Consiglio nazionale della Fnsi fecero parte  esponenti delle tre Confederazioni. A qualcuno nel sindacato confederale venne l’idea di un ingresso in Cgil della Fnsi. Sarebbe stato un errore clamoroso, l’autonomia dell’informazione, il diritto dei giornalisti ad informare e dei cittadini ad essere informati sarebbe venuto meno. Il legame con un sindacato cui sei iscritto non può venir meno, tanto più trattandosi di informazione. Ne parlai con  Lama e con Scheda. La difesa della autonomia della Fnsi  era  garanzia  per la libertà dell’informazione. Anche la Dc aveva pensato di mettere le mani sul sindacato dei giornalisti. Propose il presidente della Stampa cattolica, un noto dc, già ministro. Si era incamminato verso Trento dove si teneva il congresso a scrutinio già avanzato che lo dava vincente. Solo perché erano state scrutinate schede di iscritti alla associazione romana. Venne richiamato perché man mano che venivano fuori le schede la vittoria non era certa. E così fu. La corrente di Rinnovamento gli contrappose Falvo, il presidente della associazione stampa napoletana,  un cattolico, ma senza alcun incarico politico. Vinse  Falvo, vincemmo noi, vinse l’autonomia dell’informazione. Poi gli successe Paolo Murialdi, un grande giornalista, uno storico del giornalismo che alla autonomia dell’informazione, alla Fnsi  dette un grande contributo. Si rafforzò il rapporto con i poligrafici, in particolare con quelli della Cgil, di cui era segretario Giorgio Colzi, che veniva direttamente dalla produzione e che a noi giornalisti ha insegnato molto. Con lui prese grande forza la battaglia per la libertà dell’informazione.

Le lotte dell’autunno caldo si fanno spazio nei giornali e nelle tv

Nei quotidiani, nei settimanali e anche alla Rai le lotte dell’autunno trovano spazio. Si affida a giornalisti di grande prestigio, non faccio nomi perché rischio di dimenticare qualcuno, ma i servizi sui sindacati, le lotte del mondo del lavoro, le questioni economiche, diventano pane quotidiano. Non solo. Giornalisti delle maggiori testate, quasi in simbiosi, seguono assemblee, dibattiti, manifestazioni. Ci scambiamo notizie. Per fare un esempio, quelli della Stampa, forniscono notizie del management Fiat, di casa  Agnelli, quelli del Corriere rappresentano le posizioni di volta in volta assunte da Confindustria nel corso di trattative. Io, ovviamente, quelle della Cgil. Così per esempio abbiamo seguito il rinnovo del contratto dei metalmeccanici nel pieno dell’ autunno caldo. La nostra “sede” era diventata il ministero del Lavoro, leggi Donat Cattin. Con l’autunno caldo “l’autonomia e la democrazia entravano nelle fabbriche: il lavoratore era meno oggetto e più soggetto, più persona e meno fattore della produzione”. Così scriveva la Fiom in “Cento anni di un sindacato industriale”, il segno forte di tale cambiamento “culturale” si ritrova nell’approvazione, in quei mesi, da parte di Senato e Camera, dello Statuto dei lavoratori che diventava legge dello Stato (n. 300 del 20 maggio 1970) di cui parleremo in seguito.

Ci chiamavamo giornalisti “sindacali”, abbiamo raccontato le lotte dei lavoratori

Il gruppo dei giornalisti “sindacali”, così ci chiamavamo, segue insieme la grande manifestazione dei metalmeccanici. È il 28 novembre del 1969, siamo nel pieno dell’autunno caldo. Contro i sindacati, contro le lotte operaie, le manifestazioni che si svolgevano in tante città italiane, se ne sono dette e scritte di tutti i colori. Una vale per tutte: gli scioperi dei metalmeccanici, dei chimici, degli edili, dei braccianti, dei dipendenti degli enti locali, degli ospedalieri, dei poligrafici, degli autoferrotranvieri, degli alimentaristi, tanto per citare alcune categorie avrebbero messo  in discussione “l’ordine pubblico”, creando tafferugli, disordini, incidenti.  Gli stessi giornali, nel racconto dei cronisti, non facevano alcun  cenno a disordini. Ma nei commenti, gli editorialisti, raccontavano un’altra realtà. Cercavano di mettere paura al Paese, ai cittadini. Luciano Lama, quando lo incontravo a qualche assemblea, quando lo intervistavo, mi diceva: “Guarda cosa scrivono i tuoi colleghi. Non mi vengano a chiedere interviste: con loro non parlo”. Quando ho accettato l’incarico di seguire la comunicazione della Confederazione, una specie di portavoce del segretario generale, mi fece anche un elenco di coloro con cui non voleva parlare. Mentre riconosceva che alcuni dei cronisti che seguivano il sindacato  sapevano far bene il loro mestiere.

Un corteo, anzi due, che sembravano non finire mai. Poi piazza del Popolo gremita

E quei cronisti avevano raccontato bene quel giorno di lotta della classe operaia, in senso lato, il 28 novembre 1969. Roma era presidiata in ogni angolo. Aerei ed elicotteri sorvolavano la città, negozi con saracinesche abbassate. Si aspettava l’arrivo dei cinque treni speciali, delle centinaia di pullman annunciati, l’arrivo con mezzi propri da tutte le città del Lazio. Si parlò di centomila presenze in piazza, malgrado i divieti, gli ostacoli posti dalle autorità, la “paura” di cui avevano fatto uso a volontà i giornali della destra. Niente di tutto questo. Con i colleghi con i quali   seguivamo le trattativa per il rinnovo del contratto delle tute blu, ci scambiavamo impressioni, seguivamo il corteo, che sembrava non finire mai. Due grandiose concentrazioni operaie in Piazza della Repubblica e alla Piramide Cestia, sei chilometri per raggiungere Piazza del Popolo, piena zeppa di lavoratori che sbucavano anche dalle strade dei dintorni. Ho ritrovato quello che disse, a caldo, Pio Galli, mitico dirigente della Fiom Cgil: “La manifestazione esplodeva in un crescendo di rumori – campanacci, tamburi, fischietti, megafoni – che turbava l’ordine di una città abituata a ignorare i sacrifici, l’emarginazione, il logoramento fisico e psichico della vita in fabbrica.

L’Unità prima di tutti con il contratto firmato dalle parti al ministero del Lavoro

Noi, l’Unità, avevamo preparato due prime pagine. Una con il contratto firmato, un’altra con la rottura della trattativa. Se ben ricordo, direttore era Aldo Tortorella. Trentin, lo stesso Lama, mi facevano una specie di radiocronaca. Dal giornale, il caporedattore mi chiedeva quale prima pagina stampare. Con la prima edizione uscimmo con la trattativa ancora in corso. Anche la seconda edizione ripeteva che si stava trattando. I dirigenti della Fiom e della Cgil mi assicuravano che il contratto sarebbe stato firmato. Era cosa di qualche ora. Ma di ore ne passarono molte. Mi fidai, Trentin e Lama non si  potevano sbagliare. Se ben ricordo, mi seguì nel via libera al contratto firmato solo il collega della Gazzetta del Popolo, Ezio Mauro. Il giornale arrivò sul tavolo di Donat Cattin quando mancava ancora la sua firma. Mi disse: “Hai firmato tu l’accordo?”. In realtà l’accordo c’era  ma le parole andavano ben pesate, ben controllate. Tra i risultati più rilevanti: la riduzione dell’orario settimanale a 40 ore, il diritto di assemblea in fabbrica, significativi aumenti salariali, il riconoscimento dei rappresentanti sindacali. Il rinnovo rappresentò inoltre una spinta significativa verso l’unità sindacale che portò, più tardi, alla nascita della Flm, la Federazione unitaria dei metalmeccanici. Ma quando la Federazione sindacale unitaria, Cgil, Cisl, Uil si sciolse, anche le tute blu seguirono la decisione delle case madri. Mantennero la sede fisica, una palazzina, nel centro di Roma, ma ognuno a casa propria e finì anche la “Radio operaia” cui avevano dato vita le tre organizzazioni.

L’approvazione dello Statuto dei lavoratori, iI ruolo del ministro Brodolini

In quei mesi verrà approvato anche lo Statuto dei lavoratori, il sogno di Giuseppe Di Vittorio, portare la Costituzione nelle fabbriche: dal congresso Cgil di Napoli del 1952, quando il segretario generale lanciò l’idea dello Statuto al 1970, quando lo Statuto vide effettivamente la luce. La legge 300/1970, conosciuta anche come lo Statuto dei lavoratori, recava in epigrafe “Norme sulla tutela e dignità dei lavoratori, della libertà sindacale e dell’attività sindacale nei luoghi di lavoro e norme sul collocamento” e venne pubblicata in Gazzetta Ufficiale il 20 maggio del 1970. Era stata approvata alla Camera il 15 maggio con i 217 voti favorevoli della maggioranza al governo (democristiani, socialisti unitari e liberali) e dei repubblicani. Missini, Pci e Psiup si erano astenuti: in particolare i comunisti, pur essendo d’accordo con il testo, lamentavano la mancanza di tutele per i lavoratori delle imprese più piccole – quelle con meno di 15 dipendenti, che per la Democrazia cristiana fornivano invece un ampio bacino elettorale: artigiani, commercianti, piccoli produttori agricoli. Il Pci chiese l’allargamento a tutte le aziende dello Statuto, soprattutto per gli effetti dell’articolo 18 (quello cancellato dal Jobs act di Matteo Renzi) ma la proposta non passò, e così si decise per l’astensione. Il fatto è che tra il settembre e il dicembre del ’69 il conflitto sociale raggiunse il suo apice. La questione principale era il rinnovo di 32 contratti collettivi di lavoro, che interessavano ben 5 milioni di persone. L’episodio più significativo avvenne allo stabilimento Fiat di Mirafiori il 29 ottobre1969, giorno in cui era stato indetto uno sciopero per il rinnovo del contratto metalmeccanico: alcuni uomini vi entrarono armati di spranghe e devastarono alcune linee di montaggio. Alla decisione dei vertici dell’azienda di denunciare 122 operai ritenuti responsabili dell’accaduto, i sindacati organizzarono numerose mobilitazioni. Alla fine il ministro del Lavoro Carlo Donat Cattin, democristiano, costrinse l’azienda torinese a ritirare le denunce. Il clima era comunque molto teso. La tensione raggiunse il suo culmine con la strage di Piazza Fontana del 12 dicembre del ’69, che provocò 17 morti e decine di feriti.

Il sindacato cambia pelle. Nascono i Consigli di fabbrica

Le lotte studentesche nel 1968 si intrecciano con le lotte dei lavoratori in fabbrica. Nascono i comitati di base, i  Cub, in particolare al Petrolchimico di Porto Marghera, alla Pirelli Bicocca di Milano e in molte altre grandi fabbriche, nuove forme di rappresentanza, per delega diretta del  gruppo omogeneo di reparto e non per sigla sindacale. Il Primo maggio 1968, dopo la rottura del 1948, vede cortei unitari di CGIL, CISL e UIL  celebrare insieme la festa del lavoro. Per l’Unità è una grande giornata, di festa e di lotta. La tiratura sale alle stelle, verso il milione di copie. Iniziamo a lavorare già fin dal mattino. L’amministratore, bontà sua, ci fornisce una specie di rancio. Non sarà né la prima né l’ultima volta. Proprio all’inizio del 1969 si conclude in modo positivo una grande vertenza sindacale, l’abolizione delle “gabbie salariali”, i salari differenziati a seconda dell’area geografica di appartenenza.  Al  congresso della CGIL a Livorno, sono presenti delegazioni di CISL e UIL. Siamo in pieno autunno caldo. Nascono i consigli di fabbrica, che il nuovo sindacato unitario degli anni settanta riconoscerà come propria struttura di base. Tortorella  mi spedisce in fretta a furia a Piombino per  raccontare la nascita del Consiglio di fabbrica all’Italsider, l’unità sindacale realizzata in fabbrica. Conoscono la fabbrica metro per metro, le macchine, la lavorazione. Potrebbero dirigerla. A Roma incontro quelli della Fatme che accolgono con grandi applausi Bruno Trentin che concluderà  un’assemblea. La classe operaia si fa classe dirigente. Dalla fabbrica si prendono contatti con le organizzazioni democratiche del territorio, le forze politiche presenti a partire dal Pci. È un’altra era politica con Cgil, Cisl, Uil che fanno passi avanti verso l’unità. Insieme organizzano manifestazioni di massa, sul problema della casa, della sanità.

Nell’ottobre del 1970 i consigli generali delle tre confederazioni si riuniscono unitariamente a Firenze (“Firenze 1”) per esaminare la possibilità di avviare un percorso di unificazione sindacale. In particolare i sindacati metalmeccanici FIOM, FIM e UILM spingono sull’acceleratore, ma nella UIL e in larghi settori della CISL nascono forti resistenze.

Le successive riunioni nel febbraio e nel novembre 1971 dei consigli generali confederali (“Firenze 2” e “Firenze 3”) approvano documenti che indicano i tempi del congresso costituente la confederazione unitaria ma, in realtà, alla fine si ripiega su una soluzione intermedia. Il 3 luglio 1972, a Roma, CGIL, CISL e UIL finalmente riescono faticosamente a riconquistare la tanto desiderata “unità sindacale” siglando il patto federativo che porta alla nascita della Federazione CGIL, CISL, UIL, con l’impegno da parte delle tre associazioni dei lavoratori di agire in modo quanto più possibile autonomo dai partiti politici. I tre consigli generali, in sessione unificata, avendo siglato il patto federativo, eleggono un direttivo paritetico di 90 componenti e una segreteria di 15 componenti, paritetica anch’essa.

In seguito alla nascita della federazione tutti i sindacati di categoria delle tre confederazioni si dovrebbero federare, ma ciò accadde solo per alcune categorie. Nell’ottobre del 1972 l’assemblea nazionale dei delegati metalmeccanici fonda la Federazione Lavoratori Metalmeccanici (FLM) con organismi e sedi unitarie a ogni livello. La Federazione Cgil-Cisl-Uil garantirà la gestione unitaria delle principali vicende sindacali per tutti gli anni ‘70.

Fine della Federazione. La modifica della scala mobile voluta da Craxi

L’unità dei sindacati però non resse negli anni ottanta e la prima occasione per rendere evidente il processo di riallontanamento fu dato dal “Decreto Legge di San Valentino” – promulgato dal governo di Bettino Craxi – che sanciva la modifica della scala mobile. Il PCI a quel punto si fa promotore di un referendum popolare per abrogare la legge. Cisl e Uil,  guidate da Carniti e Benvenuto si schierano di fatto, dalla parte del governo. La Cgil vive un momento di grande difficoltà. Si astiene dal promuovere iniziative sul referendum. Il Pci convoca una grande manifestazione contro il decreto legge di San Valentino. Ma il referendum dà ragione a Craxi. La Federazione Cgil, Cisl, Uil che non si era mai fusa completamente, perse la sua unità e cessò di esistere. Alcune federazioni  di categoria prolungarono  la loro esistenza, ad esempio la FLM, per adempiere alcune funzioni di rappresentanza nei consessi  internazionali poi la loro attività terminò. Ma questa è tutta un’altra storia.

 

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