Aldo Capitini, dimenticato non a caso? Peccato che a Perugia, Assisi, altrove…

Aldo Capitini, dimenticato non a caso? Peccato che a Perugia, Assisi, altrove…

Bello sarebbe essere smentiti; ma temo che a livello istituzionale non si sia fatto nulla; e neppure ad Assisi, o altrove. Parlo di Aldo Capitini, nato 120 anni fa; non è un anniversario “tondo”, ma sarebbe stata comunque una buona e opportuna occasione per ricordare uno dei rari apostoli laici italiani della nonviolenza; l’uomo, l’intellettuale, il filosofo che una domenica del 1961 (il 24 settembre), organizza la prima “Marcia per la Pace e la fratellanza dei popoli”: un corteo nonviolento che si snoda per le strade che da Perugia portano verso Assisi, fin sopra la famosa rocca. Gianni Rodari così descrive, quella storica giornata: “… Settecento anni sono passati, da quando il più umile e il più grande figlio dell’Umbria, Francesco, lanciava da questi colli, all’Italia e al mondo, il suo messaggio di umana fratellanza, di amore per la vita e le sue creature… Si conclude ad Assisi, poco prima del tramonto, la Marcia della Fratellanza e della Pace: venti, trentamila persone sono partite stamattina da Perugia; hanno percorso a piedi i lunghi e faticosi  chilometri che separano il capoluogo dell’Umbria verde dalla città di san Francesco… Il professor Aldo Capitini, che ha ideato e organizzato la marcia, in collaborazione con associazioni democratiche, sindacati e uomini di cultura prende la parola per primo: «Questa marcia – egli dice – era necessaria ed altre marce saranno necessarie nel nostro e negli altri paesi, per porre fine ai pericoli della guerra, per liberare i popoli dai mali dell’imperialismo, del colonialismo, del razzismo, dello sfruttamento economico». Lo scrittore Guido Piovene dichiara di aver aderito alla marcia per dire alto e forte il suo no alla morte… Ecco, nel mattino ancora fresco, muovere da Perugia l’interminabile colonna dei volontari della Pace; c’è tra loro gente d’ogni condizione sociale, vi sono nomi illustri e oscuri; il deputato cammina fianco a fianco al mezzadro, lo scrittore famoso accanto al professionista, al contadino umbro, allo studente romano. Delegazioni sono giunte da Cosenza, da Messina, da Palermo, da Trento, da Pescara, da Torino, da Genova, da Milano, da Taranto. Professori universitari, artisti, dirigenti sindacali si mescolano alle famiglie venute al completo, con la borsa per la merenda, alle ragazze in costume, agli sportivi. Vedremo apparire un grande ritratto di Lumumba, l’eroe dell’indipendenza congolese, tra quello di Dag Hammarskjold e quello di Gandhi, l’apostolo della nonviolenza. Dietro gli stessi cartelli, con lo stesso passo sostenuto e pieno d’ottimismo, camminano i rappresentanti di un gruppo teosofico e quelli degli esperantisti, gli obiettori di coscienza e gli invalidi di guerra, operai di fabbrica e mutilati… Il cielo umbro risponde con un azzurro sorriso. Due giovani e già famosi scrittori, Italo Calvino e Giovanni Arpino, aprono il corteo… Dopo cinque ore giunge ai piedi di Assisi; rimangono da affrontare gli ultimi chilometri fino alla Rocca, la salita stretta e ripidissima fra le antiche case. Il passo è sempre fermo e sicuro, ma più lento; quando la testa del corteo raggiungerà la cima della collina e l’ombra degli ulivi, la sua coda serpeggerà ancora lontano, in basso, nella dolce valle del Subasio. La colonna ha raccolto per via sempre nuovi gruppi e a un certo punto la strada non basta più: la marcia rompe gli argini, invade sentieri e scorciatoie; la colonna pacificamente conquista la sua trincea più alta, sopra i tetti di Assisi…”.

Idealista, sognatore, utopista fin che si vuole, Capitini; comunque affascinante per quello che “predica”, per l’esempio concreto e quotidiano. E’ per questo che si tende a dimenticarlo, ignorarlo? Teorico-pratico della nonviolenza, in un suo libro, Le tecniche della nonviolenza scrive che il nonviolento è convinto che non sia la “fretta” a vincere; piuttosto la tenacia, l’ostinazione lunga, la goccia che scava la pietra: come la cultura che cresce a poco a poco; come il corallo, che si forma lentamente, ed è durissimo: “La pressione nonviolenta è lenta e instancabile. È difficile, se è così, che non riesca”. Quello se si vuole, che spesso ci ricorda Marco Pannella con quella sua felice sintesi: la durata è la forma delle cose. Madre sarta, padre impiegato comunale, custode del campanile principale di Perugia, in casa Capitini di denaro non ne circola molto. Per questo il giovane Aldo si dedica agli studi tecnici; solo dopo verranno quelli letterari: autodidatta si applica sui classici latini e greci; e poi eterogenee letture: D’Annunzio, Marinetti, Boine, Slataper, Jahier, Ibsen, Leopardi, Manzoni, incursioni nella Bibbia, Gobetti, Kant, Michelstaedter, Kierkegaard, Francesco d’Assisi, Mazzini, Tolstoj, Gandhi… Non partecipa alla prima guerra mondiale: lo ritengono inabile per ragioni di salute. Nel 1924 vince una borsa di studio presso la Scuola Normale Superiore di Pisa. Quando, nel 1929 Vaticano e regime fascista firmano il Concordato, critica aspramente quella che giudica una “merce di scambio”, e si guadagna così le prime “attenzioni”. Nel 1930 è segretario della “Normale”. Giovanni Gentile, che pure lo stima, gli ordina di iscriversi al partito fascista. Capitini rifiuta. Viene licenziato. Tornato a Perugia, si dedica allo studio e vive di lezioni private. Grazie all’interessamento di Benedetto Croce, nel 1937 pubblica gli Elementi di un’esperienza religiosa, che diventano uno dei principali riferimenti letterari della gioventù antifascista. Sono gli anni in cui fonda con Guido Calogero il “Movimento Liberalsocialista”, e si avvale della collaborazione di personaggi come Ugo La Malfa, Giorgio Amendola, Norberto Bobbio, Pietro Ingrao. Viene arrestato dai fascisti una prima volta nel 1942, e una seconda l’anno successivo. Deve attendere il 25 luglio, per essere definitivamente liberato.

Finita la guerra, viene nominato rettore dell’Università per gli stranieri di Perugia; le fortissime pressioni vaticane, che lo vedono come fumo negli occhi, fanno sì che l’incarico gli sia revocato. Si trasferisce a Pisa, docente incaricato di Filosofia morale presso l’università degli Studi. Nel 1948 un giovane Pietro Pinna ascolta Capitini in un convegno promosso a Ferrara. Ne viene come folgorato, e matura la sua scelta di obiezione di coscienza: è il primo obiettore del dopoguerra. Pinna subisce una serie di processi, condanne e carcerazioni, fino al definitivo congedo per una presunta “nevrosi cardiaca”. Agli inizi degli anni ’60. Diventerà il più stretto collaboratore di Capitini. Nel 1952, quarto anniversario dell’uccisione di Gandhi, Capitini organizza un convegno internazionale e fonda il primo Centro per la nonviolenza. In parallelo sorge il Centro di Orientamento Religioso (COR), fondato con Emma Thomas, un’ottantenne quacchera inglese; è uno spazio aperto, in cui trova espressione la religiosità e la fede di tutte le persone, i movimenti e i gruppi che non trovavano posto nel cattolicesimo preconciliare. Lo scopo è favorire la conoscenza delle religioni diverse dalla cattolica, e stimolare i cattolici stessi ad un approccio più critico e impegnato alle questioni religiose. La Chiesa locale, “ovviamente”, vieta la frequentazione del COR, e quando nel 1955 Capitini pubblica Religione Aperta, il libro è prontamente inserito nell’Indice dei libri proibiti. Al suo fianco si schierano anomali sacerdoti cattolici come don Lorenzo Milani e don Primo Mazzolari.

Delle iniziative legate alla Marcia per la pace del 1961 s’è detto. Capitini descrive quell’esperienza nel libro Opposizione e liberazione: “Aver mostrato che il pacifismo, che la nonviolenza, non sono inerte e passiva accettazione dei mali esistenti, ma sono attivi e in lotta, con un proprio metodo che non lascia un momento di sosta nelle solidarietà che suscita e nelle noncollaborazioni, nelle proteste, nelle denunce aperte, è un grande risultato della Marcia”. Negli ultimi suoi anni di vita fonda e dirige un periodico: “Il potere di tutti, e sviluppa i principi di quella che definisce “omnicrazia”: la gestione diffusa e delocalizzata del potere, che contrappone al centralismo partitocratico. Promuove anche il Movimento nonviolento  per la pace, e il mensile “Azione nonviolenta”. Il 19 ottobre 1968 muore. Pietro Nenni, nel suo diario lo ricorda così: “È morto il prof. Aldo Capitini. Era una eccezionale figura di studioso. Fautore della nonviolenza, era disponibile per ogni causa di libertà e di giustizia… Mi dice Pietro Longo che a Perugia era isolato e considerato stravagante. C’è sempre una punta di stravaganza ad andare contro corrente, e Aldo Capitini era andato contro corrente all’epoca del fascismo e nuovamente nell’epoca post-fascista. Forse troppo per una sola vita umana, ma bello”. È ora sepolto a Perugia nella tomba di amici del C.O.R., insieme a Emma Thomas.

Personaggio singolare, questo credente, religioso che nega la divinità di Gesù, e contesta al pari di Tolstoj tutti gli aspetti leggendari e non dimostrabili compresi nei Vangeli compresa la Risurrezione. Nel 1958, sembra incredibile, si celebrano due processi che fanno epoca: “nascono” dalla denuncia del vescovo di Prato che pubblicamente apostrofa come “concubini” i coniugi Bellandi per essersi sposati in comune e non in chiesa. Anche questo è accaduto. E accade che il vescovo sia assolto. Capitini invia una lettera all’arcivescovo di Perugia, chiede di essere cancellato dall’elenco dei battezzati. Al tempo stesso eleva le Beatitudini a “manifesto” etico e politico, e si sforza di coniugare Buddha con Francesco D’Assisi e Gandhi. Sempre attraverso Gandhi e Michelstaedter elabora il concetto di “persuasione”: fede, da intendere in senso laico e religioso, credenza radicata in determinati valori, assimilati in modo da riuscire a persuadere gli altri della bontà del proprio ideale. Un concetto chiave nella filosofia capitiniana è la compresenza di tutti gli esseri, morti e viventi, legati tra loro ad un livello trascendente, uniti e compartecipi nella creazione di valori. Nel concreto, la “compresenza” si traduce in “omnicrazia”: il governo di tutti, decisioni e gestione della cosa pubblica collettive.

Peccato davvero che l’anniversario sia passato senza che a nessuno sia venuto in mente di organizzare momenti di incontro e riflessioni per approfondire Capitini; e con loro quel filone cultural-politico che si snoda da Tolstoj a Gandhi, fino a Martin L. King e Pannella, anche alla luce di quanto accade in questi giorni. Peccato davvero che non si sia organizzato un “appuntamento” per ridare finalmente a Capitini la centralità politica che gli spetta e rilanci il valore, il senso di iniziative come le Marce per la pace. Filosofo anomalo, riformatore religioso, instancabile assertore ed elaboratore di nonviolenza, Capitini è, nei fatti, occultato, rimosso, scomodo; forse, chissà, questa “dimenticanza”, proprio perché tale, vale come medaglia al suo valore.

 

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