Roberto Bertoni. La Terza via vent’anni dopo

Roberto Bertoni. La Terza via vent’anni dopo

Mentre l’Europa celebra i trent’anni dall’abbattimento del Muro di Berlino, la riunificazione della Germania e le prospettive che la lucidità visionaria di uomini come Kohl dischiuse, in Italia sarebbe opportuno riflettere su ciò che questo mutamento d’epoca comportò. Occhetto e Veltroni cambiarono nome al PCI, trasformandolo in PDS in seguito a un travaglio durato due anni e che condusse a una rottura traumatica, e mai più ricomposta, con tutti coloro, per lo più confluiti in Rifondazione comunista, che videro per tempo gli errori e i pericoli di quella svolta. Ho conosciuto personalmente Achille Occhetto, ho avuto modo di intervistarlo in due distinte occasioni e ne ho apprezzato il coraggio, la lungimiranza, la saggezza e la straordinaria passione civile. Fatto sta che ero e rimango convinto che abbia compiuto la mossa giusta nel modo sbagliato. O, forse, non è stato capito fino in fondo. Occhetto, infatti, avrebbe voluto costruire un vero Partito d’Azione, ispirandosi alla sinistra liberale che proprio nella sua Torino aveva radici fortissime: da Gobetti a Bobbio alla  tradizione del D’Azeglio, tuttora impregnata di una fortissima cultura risorgimentale. Avrebbe voluto riunire i riformisti e le sinistre, anticipando lo stesso Andreatta e la rivoluzione ulivista che, tuttavia, ebbe bisogno di una gestazione più lunga e, soprattutto, di un non comunista alla guida e nemmeno in cabina di regia.

Sbagliò, duole dirlo, a lasciarsi infatuare dalla deriva maggioritaria introdotta dai referendum di Segni, la quale non poteva condurre da nessun’altra parte se non nel baratro nel quale siamo sprofondati negli ultimi anni. La visione conservatrice di Segni, infatti, non aveva nulla a che spartire con quella progressista di Occhetto: volente o nolente, non poteva che dividere, favorendo una svolta plebiscitaria dalla quale non sarebbero mai potute emergere personalità di spessore ma solamente stanche parodie di un caudillismo sempre latente nel nostro Paese, di cui il berlusconismo ha costituito solo la rappresentazione più estrema. Non a caso Andreatta, dopo la prima vittoria di Berlusconi, ipotizzò, con una battutaccia delle sue, che al giro successivo sarebbe stato candidato Pippo Baudo e sarebbe stato il candidato del centrosinistra. Lo statista trentino aveva intuito, prima e meglio di altri, che se il dibattito politico si fosse trasformato in un insieme disordinato di personalismi e in una campagna elettorale permanente, con il solo scopo di prendere un voto più degli avversari, non ci sarebbe stato più spazio per il pensiero e nemmeno per una sana dialettica all’interno dei partiti. Ciò che non poteva immaginare, forse, nemmeno Andreatta, la cui assenza pesa come un macigno, è che si sarebbe arrivati al punto attuale, con dei non partiti fieri di esserlo a contendersi le spoglie di una Nazione sfibrata da due decenni di mancata crescita e da un imbarbarimento che da noi si è coniugato con l’atavica sfiducia degli italiani nello Stato e nelle istituzioni.

In tanta malora, è doveroso ricordare che nel declino italico la sinistra ci ha messo del suo, non solo non opponendosi mai culturalmente al berlusconismo, se non attraverso le coraggiose, e per lo più isolate, battaglie di pochi cattolici democratici e di quella parte della sinistra post-comunista, assai minoritaria, ahinoi, che non si è mai rassegnata al corso disumano degli eventi. Non solo, dicevamo, ma anche aderendo senza colpo ferire a un modello politico e sociale che ebbe nella celebrazione della Terza via, avvenuta a Firenze esattamente vent’anni fa, il proprio apice. Sia chiaro: non abbiamo mai pensato che siano tutti uguali e non lo penseremo né lo scriveremo mai. Sia altrettanto chiaro, però, che l’evento di Firenze, con l’esaltazione di una sorta di liberismo di sinistra che avrebbe condotto, nel decennio successivo, tutte le sinistre europee alla dissoluzione e l’America nelle mani di Bush, sia chiaro che quell’evento fu l’inizio di un percorso di cui solo da qualche anno una parte dei suoi protagonisti ha ammesso la gravità. E sia chiaro, senza voler pronunciare condanne pregiudiziali e senza appello, che se oggi siamo ridotti in queste condizioni, con una politica che vaga fra il populismo in disarmo dei 5 Stelle e l’afonia di un PD che ha drammaticamente fallito la sua missione storica, la responsabilità è da attribuire non al povero Occhetto ma a quanti hanno dapprima contrastato il suo disegno originario e successivamente abbracciato un’ideologia ben più pericolosa e dalle conseguenze devastanti.

Ci si illuse, vent’anni fa, che la sinistra potesse impunemente utilizzare le parole e attuare le politiche della destra per sembrare moderna. Ci si illuse che la sinistra potesse tollerare nelle sue fila un uomo, Blair, che ha condotto la Gran Bretagna a trasformarsi da grande paese sovrano in un vassallo fedele della peggior destra americana. Ci si illuse che l’espansione potesse essere illimitata, sul piano economico, sociale e delle possibilità individuali. Non si volle ascoltare neanche per un secondo la riflessione di Bobbio, il quale aveva messo in guardia gli avversari storici del comunismo, e forse gli ex comunisti stessi, circa il fatto che la sua sconfitta non faceva sparire affatto le ragioni per cui quella sfida era stata lanciata ed era durata settant’anni. Si preferì il potere per il potere: senza fantasia, senza passione, senza alcuna spinta ideale e valoriale. Firenze, spiace dirlo, anche per il rispetto e l’amicizia che ci legano  a una parte dei suoi protagonisti, altro non fu che un’orgia del potere mascherata da svolta epocale, come tante altre ne avremmo viste negli anni seguenti, tutte prontamente fallite.

Non c’era dietro alcun disegno, se non quello di cavalcare l’onda e seguire la corrente. E ora che il vento spira in un’altra direzione, di quel potere effimero non è rimasto nulla, se non il rimpianto per aver sostenuto un’idea del mondo che del mondo è stata l’affossatrice.

Share