Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Non è con le tasse che si affronta l’emergenza ambientale”

Patrizio Paolinelli. Tre domande a… Giorgio Benvenuto. “Non è con le tasse che si affronta l’emergenza ambientale”

Caso ex Ilva. ArcelorMittal si è presentata all’incontro col governo dopo aver già deciso la “retrocessione dei rami di azienda unitamente al trasferimento dei relativi dipendenti”. L’incontro non è andato affatto bene. La proprietà ha proposto 5mila licenziamenti e il governo ha concesso due giorni di tempo sostanzialmente per ripensarci. Qual è la sua interpretazione di questa vicenda?

Non voglio fare polemiche, ma il primo governo Conte e l’allora ministro del lavoro, Di Maio, hanno condotto la politica industriale in maniera confusa. Ci sono due eventi che lo dimostrano. Uno è la crisi dell’Alitalia: si sono sperperati parecchi soldi e non si è giunti ad alcuna conclusione, si va avanti di rinvio in rinvio. E l’altro è proprio l’ex Ilva: non c’è stata chiarezza sulle regole. Intanto bisogna dire che la precedente gestione dei Riva è stata disastrosa – e non è una mia opinione ma della magistratura. Gli impianti sono stati spremuti come limoni, non sono stati effettuati gli investimenti di manutenzione né quelli di bonifica nonostante la spinta che veniva dall’intera città di Taranto. La nuova proprietà, ArcelorMittal, non intende assumersi responsabilità che riguardano il pregresso. Nel senso che non vuole caricarsi sulle spalle il peso degli errori o degli effetti negativi della gestione Riva. Mi pare una posizione ragionevole. Non si può chiedere a nessuno di subire delle conseguenze per fatti che non si sono commessi. Naturalmente c’è chi dice che ArcelorMittal intende usare lo scudo penale come alibi per tirarsi indietro perché hanno sbagliato il piano industriale ed è per questo che chiedono il taglio di 5mila posti di lavoro. Posto pure che ci siano dubbi e sospetti legittimi sul comportamento dell’azienda, mi pare che questa clausola dello scudo penale sia entrata e uscita più volte dalle varie trattative a seconda dei calcoli politici dei partner della maggioranza governativa. E questi comportamenti fanno fuggire gli imprenditori.

L’altra grossa polemica di questi giorni riguarda la cosiddetta tassa sulla plastica contenuta nella manovra finanziaria. Le aziende del settore hanno manifestato tutto il loro dissenso agitando gli spettri dell’aumento dei costi per i clienti finali e quello dei posti di lavoro a rischio. La discussione col governo è in corso e pare che la tassa verrà rimodulata. Perché il governo drammatizza le situazioni prima di prendere una decisione?

Perché non sanno decidere e non si sanno confrontare con le forze sociali. Sul piano delle mancate decisioni alla crisi dell’Alitalia e al conflitto con ArcelorMittal aggiunga la chiusura dello stabilimento di Napoli della Whirlpool, la paventata chiusura della Pernigotti e decine di vertenze che non si sa come andranno a finire perché non si conoscono le scelte del governo. Nonostante il cambio di maggioranza il secondo governo Conte ha ereditato il modus operandi del primo: alza la voce e sostiene di risolvere i problemi; ma oggi con una soluzione, domani con un’altra e alla fine non si sa quale sia la politica industriale. Sul piano della mancanza di un confronto con le forze sociali la vicenda della tassa sulla plastica è emblematica. All’inizio il Conte bis ha lanciato segnali d’attenzione ai corpi intermedi ascoltando sindacati, imprenditori e ordini professionali. Poi, ha iniziato a stabilire delle norme senza dialogare con le parti sociali e mettendole dinanzi al fatto compiuto. Le categorie produttive protestano, allora parte il confronto e poi si media o addirittura si ritira la norma. Ma questo modo di fare mette il governo in una posizione di debolezza. Nel caso della tassa sulla plastica, come di altri, anche se si dovesse raggiungere un accordo, risulta evidente che non si ha una linea precisa. Sul piano politico non capisco perché si vada alla guerra quando non è necessario. Così facendo il governo svalorizza quello che di buono ha fatto. Come ad esempio evitare l’aumento dell’Iva.

Quanto sin qui detto solleva la madre di tutte le questioni: il rapporto tra produzione industriale e ambiente. I cambiamenti climatici e più in generale la crisi ecologica mettono già oggi a repentaglio il futuro dei giovani. Che fare?

L’Italia ha aderito al Green New Deal. Bisogna investire in questa direzione e mettere in campo progetti, non imporre tasse per fare cassa. Se anche dovesse passare la tassa sulla plastica non è affatto detto che se ne farà meno uso. Lo vediamo con la benzina: la si può aumentare finché si vuole e il risultato è che le persone continuano a usale l’automobile come prima e più di prima. Lo vediamo con le sigarette: le immagini sempre più truci sui pacchetti non riducono i consumi, anzi per molti sono vissute come una sfida contro i rischi annunciati. E la stessa inefficacia si registra con l’aumento delle tasse sul tabacco: aumenta il prezzo e le persone continuano a fumare. Non capisco perché in Italia non si possono mettere in piedi iniziative premiali già in atto in altri paesi, come ad esempio offrire incentivi tangibili ai consumatori che restituiscono le bottiglie di plastica vuote. Insomma quel che voglio dire è che non è solo con le tasse che si risolvono i problemi ambientali. Occorre ben altro.      

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