Intervista a Paolo Ciofi a trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino. Il Pd e la necessità di un cambiamento di fondo. Parte prima

Intervista a Paolo Ciofi a trent’anni dalla caduta del Muro di Berlino. Il Pd e la necessità di un cambiamento di fondo. Parte prima

Muro di Berlino, la caduta, continua il dibattito sui media, in particolare su quelli tedeschi. Si confrontano opinioni , c’è chi prova in Italia ad “attualizzare” il dibattito,  trasferendo all’oggi quello che è avvenuto trent’anni fa.  Abbiamo chiesto  un contributo al dibattito aperto anche in Italia a  Paolo Ciofi,  economista e saggista, nel Pci fino al suo scioglimento, deputato dal1983 al 1987, oggi presidente di Futura Umanità (Associazione per la storia e la memoria del Pci).  Di seguito l’intervista di Amedeo Gasparini.

Paolo Ciofi, iniziamo dal 1989, anno del crollo del Muro: con esso cade il Comunismo o un Comunismo?

Non cade né il Comunismo, né un Comunismo. Cade la società sovietica costruita dopo la rivoluzione del 1917, un assetto di società certamente fuori dagli schemi, non assimilabile ad altre esperienze del Novecento. Non si può dire però che fosse il Comunismo o una forma di Comunismo, secondo la visione che del Comunismo avevano Marx ed Engels. Ma è evidente che se si identifica l’Unione Sovietica con il Comunismo, con il crollo dell’Unione Sovietica crolla anche il Comunismo. Un’operazione ideologica dei vincitori della Guerra Fredda e delle classi dominanti condotta con grande dispendio di mezzi, volta dimostrare che questa società capitalistica in cui viviamo non si può cambiare. Si può solo amministrare, e quindi una reale alternativa di sistema è impossibile. Vorrei ricordare che già Marx, nel lontano 1872, affermava che le vie per costruire una civiltà superiore, oltre il capitalismo, sono diverse e dipendono dalle condizioni storiche concrete. Una indicazione di metodo ripresa dai comunisti italiani con Gramsci e Togliatti, che ha consentito di organizzare il più grande partito comunista in Occidente e di progettare una formazione economico-sociale diversa da quella capitalistica rivoluzionando lo Stato e la società attraverso l’espansione di una democrazia progressiva. Una via, secondo Togliatti, che si poteva percorrere dando attuazione ai principi costituzionali. Infatti, abbiamo ancora una Costituzione che fonda la Repubblica democratica sul lavoro e non sul capitale. Si tratta di una conquista storica fondamentale.

Le era però chiara la portata delle iniziative di coloro i quali volevano rinnovare questo sistema?

L’esigenza che si dovesse realizzare un cambiamento profondo nella politica del PCI – e in generale in tutta l’area del socialismo occidentale – era molto avvertita. Tanto è vero che fu affermata con forza da Enrico Berlinguer nell’ultima fase della vita. Ricordo bene il suo rapporto all’ultimo congresso, in cui disse che bisognava rinnovare completamente il socialismo. La sua idea era di porre mano a un grande cambiamento nel partito, senza cancellare però la storia e le basi sociali del PCI, che affondava le radici nella classe lavoratrice e nei ceti popolari. Un progetto che Berlinguer non poté realizzare a causa della morte che lo colpì in modo drammatico e improvviso. Invece la svolta di Occhetto, peraltro molto confusa sul piano culturale, disegnava un mondo inesistente in cui non c’era più traccia del conflitto tra le classi. Di conseguenza veniva meno le necessità di organizzare e di rappresentare politicamente le classi subalterne. Il risultato è stato un sistema politico monoclasse, in cui si alternano gruppi diversi della borghesia dominante.

Quindi la nascita del PDS come negazione dei valori che avete portato avanti per settant’anni?

Con la nascita del PDS c’è stata una rottura e, in definitiva, un passaggio di campo. Il movimento operaio e popolare rappresentato dall’ex PCI veniva traslocato sul fronte della classe capitalistica. In sostanza si è compiuto il processo che Craxi aveva iniziato con il PSI nella fase precedente.

D’altra parte, però molti dicono che dal PCI a PDS non cambia molto, eccetto che il nome

Dal PCI al PDS cambiano tante cose, a partire dall’impostazione politica. Primo cambiamento: non silotta più per costruire una società socialista di tipo nuovo, come è possibile grazie all’attuazione della Costituzione. Questa società si gestisce e non si cambia. Il principio guida diventa la non trasformabilità del sistema. Secondo cambiamento: la cancellazione dell’analisi di classe, e perciò delle classi lavoratrici. Non è un caso che alla prima uscita del partito di Occhetto molti operai, non riconoscendosi nel PDS, abbiano cominciato a votare per la Lega Nord. Terzo cambiamento: non più un partito fondato sulla partecipazione attiva, e quindi sul continuo elevamento culturale e politico degli iscritti, ma un partito cosiddetto “leggero” che si fonda sul dominio del leader e dei suoi affiliati. Intendiamoci, i leader sono necessari. Ma mentre nel partito di massa il leader era al servizio del partito, al contrario il partito “leggero” è al servizio del leader.

In merito alla sua terza considerazione, si può dire che Occhetto fosse una figura che corrispondeva  a questa sua descrizione?

Il corso delle cose in quel momento era tale che, se non ci fosse stato Occhetto, probabilmente qualcun’altro avrebbe tentato un’operazione simile. Resta il fatto che chi si oppose non fu in grado di proporre un’alternativa di cambiamento credibile, sulla quale si potessero unificare tutte le forze contrarie alla svolta della Bolognina. Gli errori compiuti furono diversi. Io partecipai ad Arco di Trento alla riunione delle opposizioni e la maggioranza dei presenti fu sconcertata dall’affermazione di Ingrao, il quale disse che bisognava restare “nel gorgo”. Altri invece uscirono dal gorgo e abbandonarono il partito. Io rimasi per un certo tempo nel PDS insieme alla componente di Tortorella e Chiarante, ma di fatto l’opposizione interna al PDS non fu in grado di dare vita a un’alternativa.

Però c’era Rifondazione …

Infatti, ci fu una divisione: una parte rimase nel PDS, mentre quella di Garavinie Cossutta uscì. Però le due opposizioni, sia quella interna al partito sia quella esterna, non furono in grado di mettere in campo un’alternativa efficace. In Rifondazione presero corpo diverse anime, che si sono contrastate fino a portare il PRC all’irrilevanza. Rifondazione si dichiarava (non sempre, per la verità) rappresentante della classe operaia, ma tra gli operai era un partito assolutamente minoritario. Mi torna in mente l’affermazione di un operaio che conobbi in una fabbrica di Brescia: “Quando c’era un solo Partito Comunista contavamo qualcosa. Ora sono diversi che si dichiarano comunisti, ma noi operai non contiamo niente.”

Però alla base della Quercia ci sono ancora falce e martello

Un’operazione d’immagine per cercare di prendere voti e continuare a pescare nell’elettorato comunista. Io sono stato segretario del PCI a Roma e nel Lazio ai tempi di Berlinguer e all’epoca avevamo centomila iscritti, con una forza maggioritaria nei nuclei operai della capitale che non era una città operaia, ma soprattutto nelle borgate e nei quartieri popolari. Con la svolta comincia la trasformazione: a Roma il PDS diventa il partito dei Parioli e delle classi dominanti, della media e grande borghesia, dei quartieri ricchi e benestanti. Mentre i ceti popolari e di sottoproletariato cominciano a votare a destra, o non partecipano al voto.

Altro anno importante: 1992. Inizia Mani Pulite: quali sono le sue reazioni iniziali?

Che il sistema politico fosse profondamente corrotto si sapeva, tanto è vero che la battaglia contro il clientelismo e la corruzione la fa negli anni Ottanta Enrico Berlinguer, sollevando la questione morale e ponendo il problema di un radicale cambiamento. Sottolineo che la questione morale nella visione di Berlinguer non era un banale “via i ladri”, cosa del tutto ovvia, ma una questione politica, originata dall’occupazione dello Stato da parte della Democrazia Cristiana e del suo sistema di potere. L’intervista di Berlinguer a Scalfari del 28 luglio 1981, riletta oggi, è di un’attualità sconcertante. Secondo il Segretario del PCI, la questione centrale della crisi italiana è la degenerazione dei partiti, che hanno occupato lo Stato e tutte le sue istituzioni. Al riguardo, Berlinguer sottolinea la diversità dei comunisti italiani, che non era una presunta superiorità antropologica ma una precisa linea di condotta: non occupare lo Stato (lo Stato non può essere il mezzo con cui il partito crea consenso); combattere il privilegio in tutte le sue forme e ovunque si manifesti; lottare per il superamento del capitalismo verso una civiltà superiore di liberi e uguali. Posso dire – e di questo sono orgoglioso – che nei circa dieci anni in cui abbiamo governato Roma, la sua provincia e la regione Lazio, non siamo stati coinvolti in nessun caso di clientelismo e di corruzione. E questo dimostra che i comunisti italiani, uomini e donne come tutti gli altri, avevano una concezione diversa della politica. E come tale la praticavano.

A tal proposito, Mani Pulite non è quindi una sorpresa per voi?

Mani Pulite fa emergere uno stato di fatto che si era aggravato. Nella fase di Tangentopoli si scopre che la diffusione massiccia della corruzione coinvolge in prima persona anche il PSI, un partito di sinistra schierato storicamente dalla parte dei lavoratori. È un passaggio qualitativo che si compie quando, con Craxi, il PSI si colloca dalla parte del capitale. A quel punto si instaura un sistema pressoché generalizzato di relazioni clientelari e corruttive, con l’esclusione del PCI.

Però, mi consenta, Craxi non perde consensi: anzi, li aumenta! Quindi, forse, teneva conto di qualche istanza dei lavoratori

Negli anni di Craxi, il quale comunque non superò mai il quindici per cento dei voti, emerge la questione della scala mobile e il Segretario del PSI si fa portavoce delle richieste della Confindustria che voleva eliminare la scala mobile, imputata dell’inflazione e di tutti i guai dell’economia italiana. Una scelta di classe presentata come una grande innovazione. E difatti di una innovazione si trattava, ma negativa, a vantaggio dei profitti e a danno dei salari. Ciò avveniva nell’ambito di un movimento globale guidato dalla signora Thatcher e da Ronald Reagan: il liberismo propugnato dall’economista Milton Friedman, secondo cui assicurando la massima libertà al capitale si generano ricchezza e posti di lavoro per tutti. Nel PCI viene affermandosi la corrente cosiddetta migliorista, che fa capo a Giorgio Napolitano (detto Giorgetto, per distinguerlo da Giorgio Amendola, detto Giorgione). Tra l’altro, la formula “mani pulite” è stata inventata proprio da Amendola nel 1975: il PCI partito delle mani pulite. Il migliorismo, nella sostanza, arriva alla conclusione che questa società non si può cambiare, si può solo in qualche modo migliorare. Una posizione nettamente contrastante con quella di Berlinguer, dalla quale prende avvio l’involuzione del Partito Comunista fino al suo scioglimento.

La componente migliorista è quella che durante Mani Pulite viene toccata maggiormente?

Noi comunisti romani non fummo toccati, a differenza dei miei compagni miglioristi di Milano. Quando esplose il caso Chiesa, Craxi lo liquidò come il caso di un “mariuolo”, ma in verità si trattava di un sistema. E questo sistema, fondato sulle cosiddette dazioni ambientali, nel PCI non c’era. Il caso di Milano non si può generalizzare. Tutte le accuse rivolte a Di Pietro di non aver proceduto nei confronti del PCI si sono dimostrate inconsistenti. Il PCI amministrava molte regioni, provincie e comuni, ma non faceva parte del sistema delle dazioni ambientali.

Nel 1993, al processo Enimont, Craxi dirà: “Il Partito Comunista non è mai stato un partito povero. È sempre stato ricco di risorse. Talvolta si aveva l’impressione che ne disponesse più dei partiti di governo. Aveva costruito in Italia la più grande macchina burocratica più potente e organizzata dell’intero mondo occidentale (…)”. Quanto queste affermazioni erano corrette?

Se Craxi intendeva dire che il Partito Comunista Italiano aveva una sede in ogni comune d’Italia e che aveva costruito una rete di Case del popolo attraverso la contribuzione volontaria di milioni di persone, questo è vero. Il Partito Comunista è stato il più grande partito di massa dell’occidente capitalistico: se si andava nell’ultimo comune d’Italia si trovava la chiesa e la sezione del PCI. E questo non sarebbe stato possibile senza una forte partecipazione dal basso. Si trattava di un partito nel quale le persone e gli iscritti contavano, e i dirigenti dovevano tenerne conto. Era il risultato di una visione e di una pratica politica complesse, in cui la prospettiva di trasformazione della società, che dava una speranza a milioni di persone, si univa alla capacità di dare risposte concrete ai problemi quotidiani. Prospettiva e concretezza: il PCI era diventato il più grande partito dell’Occidente perché un apparato di funzionari professionisti della politica si fondeva con la partecipazione delle persone e il protagonismo degli iscritti. Senza i quali il PCI non avrebbe potuto svolgere la funzione che ha svolto in Italia.

Se però la questione morale non ha a che vedere con l’antropologia, è pur vero che comunisti in prigione come Primo Greganti e sotto processo come Sergio Cusani – ex Lotta Continua – non parlano. Vittorio Foa parlava di “silenzio come disciplina di partito”. C’è qualcosa di diverso nei comunisti?

Non mi risulta che Cusani fosse iscritto al PCI. Comunque, partiamo dalla realtà dei fatti. Ad essere incriminato, processato e condannato non è stato il segretario del Partito Comunista Italiano, il quale ha avuto sempre un comportamento ineccepibile e fu da tutti rispettato. Altri sono stati messi sotto accusa. Se non sbaglio, il segretario amministrativo della Dc Citaristi ha avuto oltre settanta avvisi di garanzia. Fenomeni di questo tipo nel partito comunista non ci sono stati. Poi ognuno ha fatto la sua scelta e chi non ha parlato probabilmente lo ha fatto anche per non danneggiare il partito.

Occhetto mi ha detto che se non ci fosse stata Mani Pulite, l’unità tra comunisti e socialisti ci sarebbe stata. Lo riteneva plausibile in fin dei conti?

Con i “se” e con i “ma” non si fa la Storia: francamente questa interpretazione mi sembra fantasiosa. Imputare a Mani Pulite la mancata unità tra PCI e PSI è un po’ aggirare l’ostacolo. Non si può dire che Mani Pulite sia stata l’invenzione di qualche magistrato pazzo. Perciò, da questo punto di vista, l’affermazione di Occhetto mi sembra campata in aria. Se invece si vuol dire che se il PSI non fosse stato protagonista di una sistema corruttivo sarebbe stata possibile l’unità tra i due partiti, questa è un’ipotesi tutta da verificare. Senza dimenticare che le politiche del PSI e del PCI erano molto diverse, e che la linea socialista della governabilità ha portato in conclusione alla vittoria del centrodestra.

Però localmente, in molti casi, PCI e PSI governavano assieme

Il governo locale si fa sulla base di determinati programmi, che devono corrispondere alle esigenze di quella comunità. Il governo nazionale è tutta un’altra dimensione. Mani Pulite avviene in un contesto internazionale in cui prevale la cultura liberista, che è l’espressione massima del dominio del capitale. Nella scelta di Occhetto, anche dal punto di vista culturale, una reale contestazione di quell’assetto non c’è stata. E questo è il punto fondamentale, da cui nascono i cedimenti successivi sul terreno politico. Non si è contestata la cultura liberista nei suoi fondamenti.

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