Dalla vicenda ex Ilva alla manovra di bilancio, Conte in difficoltà e il governo mostra crepe vistose. M5S diviso, Renzi semina zizzania, e il Pd attende

Dalla vicenda ex Ilva alla manovra di bilancio, Conte in difficoltà e il governo mostra crepe vistose. M5S diviso, Renzi semina zizzania, e il Pd attende

I sindacati non intendono assistere alla rovina dell’ex Ilva mentre la politica discute. Fim, Fiom e Uilm hanno preso anche loro carta e penna per scrivere ad ArcelorMittal sostenendo che non sussistono le condizioni giuridiche per la rescissione del contratto di affitto e quindi per la procedura di retrocessione dei relativi rami d’azienda. Gli impegni vanno rispettati e l’azienda deve dare risposte sedendosi subito ad un tavolo al ministero dello Sviluppo economico, laddove l’accordo vincolante è stato firmato. Nel giorno in cui si registra un nuovo incidente all’acciaieria di Taranto, le organizzazioni sindacali lanciano l’allarme sullo stato di manutenzione dello stabilimento ma soprattutto sulla riduzione dei livelli produttivi. Ma al momento non ci sarebbe stata alcuna risposta da parte del gruppo. Anzi, i legali di ArcelorMittal questa mattina hanno depositato l’atto per il recesso del contratto di affitto.

Maurizio Landini: “Per noi il problema è applicare quell’accordo, perché con 5mila esuberi significa mettere in discussione gli impegni scritti”

“Abbiamo detto con molta chiarezza, quando siamo stati convocati a Palazzo Chigi, che c’è bisogno di un tavolo non solo con Mittal, ma di discussione anche con i sindacati. Anche perché stiamo discutendo di un accordo che è stato firmato dalle organizzazioni sindacali, approvato con voto segreto dal 90% dei dipendenti. Stiamo chiedendo sia ad Arcelor Mittal di ritirare la revoca e di sedersi e ad un tavolo per discutere dei grandi problemi che ci sono, sia al governo di muoversi perché, nel ripristinare queste regole, è necessario che tutte le regole, anche legislative, che c’erano quando abbiamo fatto l’accordo, vengano garantite e rispettate” ha detto il segretario generale della Cgil Maurizio Landini a margine dell’evento ‘(Dis)eguaglianze di genere nel sistema previdenziale’, che si è svolto alla sede nazionale della CGIL. “Per noi il problema – ha ricordato Landini- è applicare quell’accordo, perché con 5mila esuberi significa mettere in discussione gli impegni scritti che Mittal si è preso verso di noi, verso il Paese e verso il governo. Il problema per noi è ripristinare quell’accordo – ha aggiunto Landini – ed andare avanti con gli investimenti, che devono essere fatti attraverso una discussione. Non è accettabile che Arcelor Mittal si svegli una mattina e faccia saltare quell’accordo”.

“Nessuno sta chiedendo la nazionalizzazione, ma chiediamo una presenza pubblica nell’Ilva. In Italia – ha detto ancora Landini – esiste già in alcune imprese senza che esse siano nazionalizzate. Come esistono nel mondo. Pensiamo a Volkswagen e a Peugeot; a Citroen, che oggi sta discutendo con Fca, ha una presenza pubblica; a Fincantieri. Il punto concreto è se il settore siderurgico è un settore strategico, come è stato dichiarato dal governo Monti nel 2012 e dal primo provvedimento legislativo fatto che nessuno ha mai cancellato, – ha evidenziato Landini – è utile che anche lo Stato ed il pubblico agiscano perché questo interesse generale strategico venga difeso”.

Fiom, Fim e Uilm: “non siamo notai che ratificano accordi presi da altri”

Arcelormittal – afferma il segretario generale della Uilm, Rocco Palombella – sta fermando lo stabilimento e ha smesso di approvvigionarsi di materie prime; il rischio è che se gli altoforni cessano di operare il riavvio risulterà troppo costoso. Il gruppo franco-indiano riuscirebbe così a togliere dal mercato l’acciaio pugliese, producendo altrove. I sindacati non accettano anche che si parli di esuberi e si faccia una trattativa a palazzo Chigi: “Non si fa così – dichiara la segretaria generale della Fiom, Francesca Re David – non siamo notai che ratificano accordi presi da altri. Noi siamo firmatari di un accordo vincolante e trovo incredibile che il tavolo al ministero dello Sviluppo economico, dove quell’accordo è stato firmato, non sia stato riconvocato”. Re David ribadisce la contrarietà ad ipotesi di nazionalizzazione ma indica invece l’ingresso di Cassa depositi e prestiti nell’azionariato di ArcelorMittal Italia, con una quota adeguata pari al 20-30%. Diversa su questo punto l’opinione del segretario generale della Fim Marco Bentivogli: “Immaginare un ruolo pubblico, peraltro senza investitori industriali è un film già visto che ha messo in ginocchio il gruppo Ilva”. Secondo Bentivogli, il Consiglio dei Ministri di giovedì è “l’ultima chance” per varare d’urgenza una norma di portata generale che “ripari il pasticcio combinato con la soppressione dell’art.14 del decreto Salvaimprese”. L’auspicio di Bentivogli è che “l’ambiente, l’occupazione e la sovranità industriale del nostro paese siano più importanti degli interessi particolari di cura del proprio collegio elettorale e delle prossime elezioni regionali”. Secondo il sindacalista, “la nostra fama di Paese politicamente inaffidabile sta facendo il giro del mondo proprio grazie allo spot negativo che rappresenta la gestione politica della vicenda Ilva”.

Le reazioni nella maggioranza. Il Pd resta fermo sulle posizioni espresse in Parlamento dal ministro Patuanelli

La priorità sono le 11 mila famiglie degli operai che, a Taranto, rischiano di perdere il lavoro. È questa l’unica bussola che orienta l’agire del Partito Democratico in queste ore e, ancor di più, dopo la fumata nera arrivata dal vertice tra il premier Giuseppe Conte e i ‘ribelli’ del M5s che si oppongono al ripristino dello scudo fiscale. Il segretario, Nicola Zingaretti, segue lo sviluppo del dossier Ilva dagli Stati Uniti – dove sta avendo una serie di incontri istituzionali e politici – in contatto continuo con i ministri Pd che seguono la vicenda. La linea del partito è quella illustrata dal ministro Stefano Patuanelli in Aula alla Camera, nel corso di una relazione molto apprezzata fra i dem. Dunque, ripristinare lo scudo fiscale per ‘stanare’ ArcelorMittal e, soprattutto, per porre le basi di una battaglia legale che si preannuncia lunga e difficile. Che lo scudo penale non sia altro che un pretesto dell’azienda per recedere dal contratto di affitto sembra chiaro a tutti: con l’ex Ilva, ArcelorMittal perde 2 milioni di euro al giorno, 60 milioni al mese. Di qui l’annuncio dell’abbandono dell’impresa, a meno di un anno dall’inizio della locazione che sarebbe dovuta essere trasformata in acquisto vero e proprio il 21 maggio 2021. Una crisi industriale, dunque. E se la crisi è industriale, ragionano dirigenti dem di alto rango, l’azienda deve fornire tutta la documentazione necessaria per valutare lo stato dell’arte e individuare una rosa di possibilità. Non certo decidere di stracciare unilateralmente gli accordi presi.

Le reazioni nella maggioranza. La forte frattura nel M5S tra chi vuole e chi non vuole lo scudo penale per Mittal

Ai parlamentari M5s pugliesi, in primis quelli tarantini, il premier ha ribadito il suo impegno. Ma quando è emerso il tema della tutela legale il confronto si è irrigidito, con l’ex ministro del Sud, Barbara Lezzi, che ha confermato la sua posizione: non abbiamo votato lo scudo prima e non lo faremo dopo. Mentre alcuni presenti avrebbero aperto alla reintroduzione di una norma ‘soft’ di carattere generale. L’incontro, a quanto si apprende, non avrebbe avvicinato le posizioni: “è andato malissimo”, dice un partecipante. La pattuglia capeggiata dall’ex ministro del Mezzogiorno Barbara Lezzi non ha ceduto sull’ipotesi di varare un decreto per introdurre uno scudo, magari in versione “soft”, che “tolga ogni alibi” ad ArcelorMittal. Il premier avrebbe prospettato tutte le difficoltà nella gestione del dossier e spiegato che una norma, magari di carattere generale, per garantire la non punibilità per danno ambientale, toglierebbe ogni pretesto all’azienda, anche in vista dell’annunciata battaglia legale. Ma Lezzi avrebbe ribadito il no totale a ogni ipotesi di immunità.

Le reazioni nella maggioranza. Lo strappo di Renzi e di Italia Viva, presentati emendamenti pro-scudo legale e alla manovra

Sullo scudo penale, e non solo, arriva lo strappo di Italia Viva. Il partito guidato da Matteo Renzi ha infatti presentato alcuni emendamenti al dl fisco, dove si chiede di ripristinare, dal 3 novembre fino alla scadenza del termine di attuazione del piano ambientale, la tutela legale per gli amministratori dell’acciaieria. riproponendo due diversi ‘scudi’ penali: uno generale per tutte le imprese, l’altro specifico per l’Ilva. Intanto, in Parlamento, la manovra rischia di essere presa d’assalto e il premier Giuseppe Conte cerca di giocare d’anticipo e convoca ministri, sottosegretari, capigruppo di Camera e Senato e capigruppo delle commissioni Bilancio per un vertice di maggioranza a Palazzo Chigi giovedì. Nonostante l’invito alla moderazione rivolto ai partiti, dai renziani sono arrivate proposte di modifica al decreto fiscale collegato alla legge di bilancio che possono dividere la maggioranza: dallo stop all’inasprimento del carcere per gli evasori e alla stretta sugli appalti fino alla reintroduzione dello scudo penale per l’Ilva. Intanto il termine per la presentazione degli emendamenti alla legge di bilancio slitta a lunedì ma si preannuncia una pioggia di richieste di modifiche considerando che solo quelle al dl fiscale sfiorano il migliaio. E si profila anche un allungamento dei tempi: la legge di bilancio dovrebbe approdare nell’Aula del Senato il 3 dicembre con la possibilità, secondo quanto emerso in capigruppo, che la terza lettura a Palazzo Madama avvenga dopo Natale, il 27-28 dicembre.

Il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, apre a modifiche ma lancia l’avvertimento auspicando che “il Parlamento si eserciti anche sul versante delle coperture e non solo delle spese per mantenere i saldi invariati”. Un messaggio che sembra rivolto soprattutto alle forze di maggioranza. Matteo Renzi promette infatti battaglia. “La situazione economica del Paese non è rosea. Tutto ristagna. E il problema non è la legge di bilancio , su cui continueremo la nostra battaglia NoTax, ma la situazione di incertezza sugli investimenti”. Gualtieri in audizione al Senato difende l’impianto della manovra ribadendo che le misure controverse “sono solo il 5% della manovra” e denunciando lo “strabismo comunicativo” da correggere. In particolare, sulle norme più contestate, ovvero plastic tax e stretta sulle auto aziendali, definisce i numeri e le stime circolate “fantasiosi”. E pur difendendone la ratio assicura che il Mef è al lavoro per entrambe le norme. La manovra, assicura il ministro, consentirà “una riduzione di 7,1 miliardi della pressione fiscale rispetto all’anno precedente”. Le misure di tassazione, spiega, “cubano 3,4 miliardi su una manovra complessiva di 30 miliardi che disattiva clausole per 23 miliardi”. E dal pacchetto cashless arriverà “un significativo aumento del gettito fiscale che consentirà una più significativa riduzione del carico fiscale su lavoro e imprese”.

Insomma, è un po’ come la tela di Penelope, si tesse di giorno e si disfa di notte…

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