Valter Vecellio. Giornata delle vittime dell’immigrazione. Non una rituale celebrazione. Un olocausto che si consuma ogni giorno

Valter Vecellio. Giornata delle vittime dell’immigrazione. Non una rituale celebrazione. Un olocausto che si consuma ogni giorno

Quanti mostrano con ostentato compiacimento i crocifissi, e ne impongono, quando possono, la presenza in luoghi pubblici, perché simbolo e “messaggio” di speranza, amore, renderebbero più credibile questa professione di fede se concretamente cercassero, per come possono e sanno, di rendere esecutiva una “regola” del Vangelo (coincidenza dei nomi), di Matteo. In un certo passo di quel Vangelo si legge che chi chiede, avrà; chi cerca, troverà; a chi bussa verrà aperto. Già questo è sufficiente. Ma evidentemente timoroso di non essere compreso, ecco che si aggiunge quella che viene definita “la regola d’oro”. Poche parole di inequivocabile significato: “Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti”. Regola d’oro che vale – dovrebbe valere – per tutti: chi professa una fede, chi questa fede non ce l’ha. E un valore permanente, valido per tutti, a prescindere da dove si è nati, dal colore della pelle, della lingua che si parla. Questo principio-valore universale lo si può benissimo respingere, ma a questo punto, per elementare coerenza, si smetta di esibire crocefissi e altri simili simboli religiosi. Ma se ci si vuole attenere alla “regola” cristiana, allora la coerenza dei comportamenti si impone; e non solo un giorno.

Benvenuta e benemerita, dunque, l’istituzione della Giornata Nazionale in Memoria delle Vittime dell’Immigrazione, che si celebra ogni 3 ottobre dal 2016. C’è un dovere al ricordo, c’è un dovere della memoria. Anche quando il ricordo e la memoria inducono ad amarissime riflessioni, a dover prendere atto di sostanziali fallimenti. Il 3 ottobre di sei anni fa, un tragico naufragio a poche decine di metri dale coste di Lampedusa: 368 i morti, annegati: morte assurda e orribile; quel lungo rosario di bare una accanto all’altra, e tante le bianche, nell’hangar dell’aeroporto militare è la “fotografia” del nostro fallimento. Il non aver saputo e voluto ascoltare chi chiedeva aiuto, il non aver aperto a chi bussava; aver applicato la “regola” dell’indifferenza, in luogo di quella della misericordia e del riservare agli altri quello che si vorrebbe fosse riservato a noi. Ricordate come andarono le cose? Alle prime luci dell’alba, una piccola luce in mare, davanti la Baia dei Conigli a Lampedusa. E’ uno straccio acceso: su un barcone 500 persone cercano di farsi vedere, nessuno finora li ha aiutati. Si dice che una motonave in fretta abbia preso il largo, allontanandosi. Passa il tempo. Lo straccio, impregnato di kerosene, cade, c’è un principio di incendio. I passeggeri sono presi da irrazionale panico. Il barcone si rovescia. I soccorsi arrivano dopo ore. Solo in 155 si salvano, e racconteranno quello che è accaduto.

Ci sono volute quei morti, quella strage, per scuoterci, reagire con “l’operazione mare nostrum”. In un solo anno, con quell’operazione si sono salvate più di 170mila persone. Operazione che nell’ottobre del 2014 viene sospesa perché l’Europa si rifiuta di farsi carico del poblema: come se quello che accade nel mar Mediterraneo sia cosa che non la riguarda. Al suo posto una missione, battezzata “Triton” di nessuna pratica efficacia. Il suo compito: quello di “scoraggiare” l’arrivo dei migranti. Come fosse possibile bloccare un biblico afflusso di persone spinte da guerre, fame, miseria, malattia. Da allora circa 270.000 naufraghi sono stati recuperati da navi italiane e di altri stati europei, per lo più navigli privati e di Organizzazioni non governative.  Ecco che scatta la parola d’ordine: “Prima gli italiani”, seguita da: “Rimandiamoli a casa loro”, e nella versione finto-buonista: “Aiutiamoli a casa loro”. Non si è mai ben capito in che cosa consiste questo “aiuto in casa loro”, ma si è benissimo compreso il risultato pratico del “prima gli italiani”: facendo leva sulla paura del “diverso” sempre e comunque considerato “perverso”, si è attuata una politica della paura; perché da che mondo è mondo, con la paura e sulla paura si “governa”. Si sono così costruite carriere e fortune politiche; la società si è incattivita, preda di un morbo da cui non sara’ facile guarire.

Naturalmente non c’è persona dotata di senno che possa negare che il problema delle massicce migrazioni può essere affrontato solo con una politica comune europea. Naturalmente solo chi è dotato di malafede può negare che Italia, ma anche Spagna e Grecia sono, di fatto, lasciate sole; che poco o nulla di quello che si sarebbe dovuto e potuto fare, si è fatto. Ma questo non ha nulla a che fare con migliaia di poveretti colpevoli solo di essere nati dove sono nati, e di desiderare di vivere in condizioni dignitose e degne di un essere umano. Intanto l’olocausto, quotidiano, silenzioso, incessante, prosegue. Da quel naufragio del 2013 un “censimento” parla di circa 20mila vittime. Per forza di cose un conto approssimativo per difetto. Come sia, un gigantesco cimitero, un sacrario senza lapidi e nomi.

La Giornata della memoria serve per ricordare, rendere consapevoli di quanto accaduto e accade. A patto che non rimanga una cerimonia isolata, un rito che a buon mercato ci fa sentire tutti più buoni. Occorre impegnare gli Stati, i governi, le istituzioni: le migrazioni sono una tragedia con cui saremo chiamati a fare i conti per i prossimi decenni. Si tratta di vite, donne, bambini, uomini che chiedono quello che ognuno di noi chiederebbe se si trovasse al loro posto. L’Alto commissariato per i rifugiati delle Nazioni ricorda che negli ultimi dieci mesi hanno attraversato il mar Mediterraneo oltre 300.000 persone: il 28 per cento bambini, molti non accompagnati o separati dalle loro famiglie. Si deve prendere atto che l’Unione Europea finora non ha saputo o voluto definire una politica comune per l’asilo e sull’immigrazione. Troppo timidi i tentativi per riformare il regolamento di Dublino e per una distribuzione equa dell’accoglienza. I ministri di Finlandia, Francia, Germania, Italia, Malta, l’8 ottobre presenteranno una bozza di accordo alla prossima riunione dei ministri dell’Interno dei paesi UE a Lussemburgo. Vedremo. Per ora lo scetticismo è d’obbligo: gli accordi raggiunti a Malta non fanno alcun cenno alla rotazione dei porti, e non si distingue tra migranti economici e profughi dei conflitti. Al di là delle solenni parole e dei discorsi di rito: una soluzione al problema immigrazione non è tra le priorità dell’Europa. Così è, piaccia o no (e a noi non piace per nulla).

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