Siria. Sono 275mila le persone sfollate dal nord est, e 70mila sono bambini. La Turchia non cede. E Mosca prende le postazioni Usa. Solo mercoledì il Consiglio di sicurezza Onu

Siria. Sono 275mila le persone sfollate dal nord est, e 70mila sono bambini. La Turchia non cede. E Mosca prende le postazioni Usa. Solo mercoledì il Consiglio di sicurezza Onu

Momenti di festa tra la popolazione di Manbij, nel nordest della Siria, che ha accolto l’arrivo delle truppe del regime di Damasco, entrate in città dopo un accordo con i curdi. Lo riferiscono gli attivisti dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, mentre la televisione di Stato siriana ha trasmesso immagini dell’incontro tra i militari e la popolazione. L’ingresso delle truppe siriane nella città che i curdi avevano liberato dal sedicente Stato islamico (Isis) nel 2016 era stato confermato anche dai russi, impegnati a evitare uno scontro diretto tra gli eserciti di Damasco e Ankara. ”Non permetteremo che accada”, ha detto l’inviato speciale della Russia in Siria Alexander Lavrentyev all’agenzia di stampa Tass. E’ ”semplicemente inaccettabile” l’ipotesi di un confronto militare tra soldati turchi e siriani. La Russia così prende in mano l’iniziativa per trovare una soluzione al conflitto nel Nord-Est della Siria. Sul terreno i combattenti curdi oppongono una dura resistenza alle forze turche e ai loro alleati a Ras al Ain mentre la coalizione internazionale anti-jihadista guidata dagli Stati Uniti ha abbandonato la città di Manbij.

Ritirati i militari, il presidente Usa, Donald Trump, ora minaccia la Turchia con le sanzioni e invia il suo vice, Mike Pence, ad Ankara per negoziare con i vertici turchi. Nel tentativo di togliere ossigeno alla sua azione militare, nelle ultime ore anche Londra (dopo Germania, Francia, Olanda) ha sospeso l’export di armi. Quanto all’Italia, il capo della Farnesina, Luigi Di Maio, ha aggiornato il Parlamento: ha ripetuto la pesante condanna dell’offensiva, definita “ingiustificabile”, ha ringraziato i curdi per la loro lotta contro l’Isis e ha annunciato “l’apertura di un’istruttoria per i contratti in essere sugli armamenti alla Turchia”, confermando che “nelle prossime ore” formalizzerà “il blocco delle esportazioni future di armi verso Ankara”. Il premier, Giuseppe Conte, ha anticipato che chiamerà Erdogan: “Tutta la comunità internazionale deve essere sensibilizzata a lavorare nella medesima direzione: questa iniziativa militare decisa unilateralmente deve cessare”. Ma Erdogan fa orecchie da mercante: secondo il ‘sultano’, sono già stati liberati mille chilometri di territorio e l’operazione militare turca continuerà fino a quando “non avrà raggiunto i suoi obiettivi”. Comunque, assicura il suo vice Fuat Oktay, la Turchia non si farà spaventare dalla minaccia: “Se ci vogliono sanzionare lo facciano pure, siamo decisi a ripulire il nostro confine dai terroristi e andremo avanti”. La situazione sul terreno è disperata. Si sono interrotti completamente gli aiuti umanitari e lo staff internazionale delle Ong è stato costretto a lasciare la zona, ormai diventata incandescente. Anche il personale internazionale dell’Ong italiana Un Ponte Per, fino a ieri unica Ong italiana presente nel Nord-Est della Siria, ha abbandonato l’area. Secondo i curdi, gli sfollati sono oltre 275 mila, e tra di loro ci sono anche più di 70 mila bambini.

Dove c’erano gli americani, ora ci sono i russi. E non per modo di dire, ma proprio fisicamente. Plastica rappresentazione di come Mosca stia prendendo il posto degli Usa nel ruolo di potenza egemone in Medio Oriente. A Manbij, in Siria, nella base militare occupata sino a ieri dalle forze statunitensi sono infatti arrivati gli uomini della polizia militare russa – ai quali non è parso vero di aver ‘spodestato’ i rivali di sempre. “Buongiorno a tutti da Manbij, mi trovo nella base americana dove ancora ieri mattina c’erano loro e stamattina ci siamo già noi”. Il video-selfie è spietato e sfida le ultime leggi che vieterebbero ai militari russi di postare sui social network. Ma forse è l’eccezione che conferma la regola. In primo piano il volto sorridente di un russo, occhi chiari e fattezze caucasiche, per quanto l’accento non faccia pensare alla Cecenia (ovvero da dove proviene la maggior parte degli effettivi della polizia militare). Sullo sfondo, la base militare Usa. Vuota. “Ora vediamo come hanno vissuto, di che cosa si sono occupati, che razza di posto è questo” continua il militare nel video. Mosca, per evitare quello scontro fra Damasco ed Ankara considerato come “inaccettabile”, qualche scarpone sul terreno lo ha dunque messo, usando i suoi poliziotti militari – non truppe regolari dunque – come simbolo. Che ci provino, mercenari e soldati, a prendere di mira la bandiera russa. Gli Usa, peraltro, ai russi hanno persino spianato la strada pur di levarsi di torno. Come ha confidato un alto funzionario del Pentagono a Newsweek, il personale americano, “essendo stato nella zona più a lungo ha aiutato le forze russe ad orientarsi rapidamente in aree precedentemente non sicure”. “Essenzialmente – ha aggiunto – si tratta di un passaggio di consegne”. E lo zar, Putin naturalmente, ringrazia.

Intanto, il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà il 16 ottobre, per discutere dell’operazione lanciata dalla Turchia nel nord della Siria. La sessione si terrà su richiesta dei paesi europei. Nel corso della riunione dello scorso 10 ottobre soltanto i membri europei del Consiglio di sicurezza hanno diffuso una dichiarazione per chiedere lo stop dell’offensiva turca. L’11 ottobre, poi, anche Russia e Cina hanno diffuso una nota per sollecitare la sospensione dell’operazione di Ankara.

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