Sergio Gentili. “Accorciare le distanze”. L’esperienza politica di Luigi Petroselli. L’introduzione al convegno di Sinistra x Roma (seconda parte)

Sergio Gentili. “Accorciare le distanze”. L’esperienza politica di Luigi Petroselli. L’introduzione al convegno di Sinistra x Roma (seconda parte)

In occasione del quarantesimo anniversario dell’elezione di Luigi Petroselli a sindaco di Roma, il gruppo consiliare “Sinistra per Roma” ha dedicato una  mostra fotografica alla vita personale e politica di uno dei sindaci più amati della città  e un  convegno aperto dalla relazione tenuta da Sergio Gentili e concluso da Stefano Fassina,deputato di Leu e consigliere comunale di “Sinistra per Roma”. Petroselli, dice, sindaco comunista, ma patrimonio dell’intera città. Al convegno hanno preso parte fra gli altri Vezio De Lucia, Paolo Berdini, Vittoria Tola. Di seguito la seconda parte della relazione introduttiva di Sergio Gentili.

Il decennio Settanta è iniziato con una svolta a destra della DC che dividendo le forze costituzionali, elegge Presidente della Repubblica Giovanni Leone con i voti del MSI, partito neofascista. Dopo le elezioni politiche del 1972, si forma il governo neocentrista Andreotti-Malagodi. A Roma, il MSI avanza ed è il terzo partito col 16% dei voti. La strategia antifascista, quindi, deve unire larghi strati sociali e tutte le forze costituzionali, perché va evitata la pericolosissima saldatura tra le forze reazionarie e quelle popolari. Un’attenzione particolare si dedica ai ceti medi, che possono essere spinti verso destra. La politica dell’unità antifascista, in sintonia con le riflessioni di Berlinguer  sul Cile e sul “compromesso storico”, è l’arma politica fondamentale che bloccherà l’avanzata del neofascismo in Italia e a Roma. Petroselli è convinto che Roma e l’Italia sono davanti ad un bivio: decadenza o rinnovamento democratico. La maggioranza dei romani sceglie la lotta per il rinnovamento: si lotta per il diritto alla casa, per il risanamento delle borgate e l’eliminazione delle baraccopoli detti borghetti, per il diritto allo studio e per avere più scuole, per la riforma dell’università e la seconda università, per il diritto alla salute, per i diritti delle donne, per  i trasporti,  per il verde (Giuliano Prasca, che sarà poi assessore, presidente dell’UISP, inventa “Corri per il verde”), lotte per tagliare le abnormi espansioni urbane (leggi revisione piano regolatore del ’62), contro il provincialismo culturale e il degrado dei beni culturali, dei monumenti e dell’ambientale.

I lavoratori  sono in lotta da tempo:  all’Apollon, alla Voxson, alla Snia Viscosa, all’Aeroporto di Fiumicino, alla Pirelli, e in  tante altre fabbriche. La mobilitazione dei sindacati, anche nazionale, è permanente,  così come sono in lotta i comitati di quartiere, l’Unione Borgate, le Comunità di base cattoliche (don Sardelli) e le istituzioni della Chiesa (don Di Liegro), i Comitati unitari studenteschi, le Consulte popolari, i gruppi femministi e dell’UDI. Tutto il tessuto democratico civile, sociale e culturale è in movimento. Molti intellettuali, da Moravia a Pasolini, associazioni come Italia Nostra, giornali, mondo dello spettacolo, registi e artisti denunciano lo stato intollerabile in cui è ridotta la Capitale. Oramai si è andati oltre lo slogan dell’Espresso “capitale corrotta nazione infetta” (1955). Moravia, nel 1974, scrive una lettera “Contro Roma”. La descrive come: “cinica, scettica, priva di ideali, materiale, ottusa …. molto volgare con un popolo rozzo, violento, sporco e vandalico”. Tuttavia, Moravia afferma che “il solo elemento nuovo” è il PCI che “riprende per conto suo il tema umanistico oramai abbandonato dalla Chiesa”. Petroselli interviene nel dibattito. Accoglie la critica  verso una borghesia nazionale e locale subalterna e  provinciale, ma respinge il giudizio sul popolo romano. Viceversa, ritiene che le forze del lavoro e popolari di Rma sono le nuove classi dirigenti e ciò proprio grazie al lavoro politico e culturale svolto per decenni nei luoghi di lavoro, nelle periferie e nelle borgate, dal PCI e dalle sinistre. Le lotte sociali e culturali sono lì a testimoniare che la maggior parte del popolo romano è portatore di una visione non solo “particulare” ma di cambiamento generale per una capitale democratica e progressiva.

Chi oggi, ragiona su quegli anni, avrà chiaro come Roma abbia svolto con generosità un ruolo nazionale, di Capitale democratica e antifascista. Ruolo che svolse anche a Porta San Paolo, nel settembre del 1943, quando soldati e popolo romano combatterono contro i nazifascisti e da lì prese le mosse la Resistenza italiana. Con le elezioni regionali del 1975 e quelle politiche ’76, il PCI ha una grande affermazione in Italia e a Roma, dove si vota anche per le comunali. Si apre la stagione delle giunte di sinistra e della solidarietà nazionale. Grandi città saranno governate per la prima volta da sindaci comunisti: a Napoli Maurizio Valenzi, a Torino Diego Novelli, a Firenze Elio Gabbuggiani; giunte di sinistra si formano a Genova, Milano, Venezia, Bari, Cagliari e in tante altre città italiane. A Roma le giunte di sinistra avranno come sindaci il prof. Giulio Carlo Argan, un illustre intellettuale e storico dell’arte, e dirigenti politici, etichettati con spregio “burocrati del PCI”,  come Luigi Petroselli e Ugo Vetere. Petroselli e Vetere saranno gli unici sindaci comunisti che Roma abbia mai avuto. A Roma c’è un cambiamento della classe dirigente. È una novità storica. Le questioni sociali diventano il baricentro su cui ruota tutta l’azione di governo: si saldando gli interessi popolari con quelli generali della città; si ragiona in termini di programmazione economica, sociale e urbanistica; si aggrediscono le sacche parassitarie e clientelari del sistema DC; alla parola Capitale si comincia a dare un significato politico e morale totalmente nuovo. I romani vengono considerati una comunità.

È l’inizio di una rivoluzione sociale, politica e morale che inciderà nella coscienza dei romani per molti lustri.

Una rivoluzione perché? Perché allontana dal governo capitolino le forze della speculazione fondiaria e immobiliare, anche quelle, assai influenti, legate al Vaticano, che avevano dominato e modellato la città dallo Stato monarchico e monarchico-fascista, fino al primo trentennio repubblicano egemonizzato dalla DC. Diversamente dall’innovativa e importante giunta Nathan, espressione delle forze laico-borghesi sostenute dai socialisti, le giunte di sinistra, dopo sessant’anni, erano espressione dell’egemonia delle forze del lavoro e popolari, delle forze di sinistra e della cultura progressista. Quindi, le sinistre sono chiamate a cambiare la Roma delle disuguaglianze, del degrado, dell’arretratezza e del provincialismo culturale. E chiamano i romani a ridefinire l’identità della città. I mali di Roma sono profondi e antichi,  rinnovati da uno sviluppo nazionale distorto e consumistico. La questione Meridionale, non risolta, causa massicci flussi migratori. I cittadini romani vivono divisi tra centro, quartieri popolari, borgate e borghetti: ci sono “case vuote e gente senza case”; pesa il flagello degli sfratti; vaste aree urbane sono da risanare: dal centro storico alle borgate (qui vivono 800.000 persone); c’è la miseria e si vede dalle baraccopoli; i diritti più elementari non vengono garantiti a tutti: scuola, sanità, trasporti, università, verde, aria non inquinata, sport; i beni culturali sono gettati nel degrado dall’incuria; i lavori pubblici non finiscono mai come la linea A della metropolitana; la città viene soffocata da un sistema politico burocratico malato di clientelismo, di affarismo e di corruzione; molti artigiani vivono nella precarietà dell’abusivismo; il tessuto produttivo è rachitico e centrato sull’edilizia; il lavoro è insufficiente; le donne e giovani non godono dei diritti di cittadinanza; avanza il flagello della tossicodipendenza; non c’è nessuna politica verso gli anziani e i diversamente abili; i settori produttivi come l’agricoltura, l’agro-alimentare e l’industria producono per il mercato locale mentre i settori innovativi come il cinema, la TV, la cultura, la chimica, i servizi ecologici vengono largamente sottovalutati. Tutto ciò è il frutto delle politiche delle classi dirigenti nazionali e locali che, da tempo, hanno scelto di fare di Roma una Capitale marginale di uno Stato burocratico e centralistico, una città  senza autonomia, spolpata dalla rendita e dalla speculazione immobiliare.

Questa situazione impedisce la formazione di una comunità e di una propria identità.

Petroselli e il PCI romano, hanno un’altra idea per Roma. È fondata sui valori dell’uguaglianza e della solidarietà, dell’onestà e della trasparenza, dei diritti sociali e civili, dell’avvicinamento del potere verso i cittadini. Per la nuova Roma, sono pilastri fondamentali la riforma dello Stato, la programmazione, il ruolo della regione e del decentramento. La nuova idea di Roma è un “divenire  partecipato”, sospinto da movimenti di lotta e da un blocco sociale, politico e culturale plurale e popolare; la città deve essere unificata, unita in una identità democratica e solidale, senza più  cittadini di serie A e di serie B. Petroselli parla di “accorciare le distanze” tra i romani in termini di condizioni sociali e culturali, di potere e di opportunità. Non c’è un modello deciso a tavolino ma un processo conflittuale democratico che sta sui problemi: un processo di cambiamento. Appena eletto Petroselli spiega la necessità e il valore della partecipazione ed afferma: “Non c’è atto di governo che non sia confronto e anche battaglia. Di questo bisogna prendere coscienza”, non vi è provvedimento che non richieda “un protagonismo e un intervento delle forze più direttamente interessate… Bisogna bandire l’illusione che si possa governare con atti che appaiono di puro dirigismo”. Roma non deve diventare una megalopoli. Per Petroselli, e i comunisti romani, Roma deve sentirsi, ed essere considerata dagli italiani, la Capitale, in quanto esempio di onestà, di qualità dello stato sociale e di efficienza amministrativa: “La salvezza e la costruzione di Roma come capitale moderna, capace di unificare il Paese, di creare un ponte tra Nord e Mezzogiorno, è una grande questione nazionale e non può riguardare solo la municipalità”. La nuova classe dirigente capitolina deve saper garantire indipendenza e rispetto tra Chiesa e Città, e sviluppare la massima collaborazione con le comunità religiose di base. Roma, quindi, grande capitale europea, di pace e di dialogo nel Mediterraneo, custode di inestimabili beni storici e culturali quali patrimonio dell’umanità

Andiamo per punti. 

In nove anni si investono 7000 mld/£ per le infrastrutture, la metà sono spesi per acqua, fognature, elettricità, luce, depuratori e strutture igienico sanitarie: solo il piano ACEA, investe 500 mld/£ e realizza 1200km di rete idrica, 1000 km di fognature, 350 km di rete per la luce.

Innovazioni di metodo: si svolgono 145 conferenze di quartiere con la presenza di amministratori e operatori per discutere con i cittadini della realizzazione e del funzionamento dei servizi; nel centro storico si recuperano immobili per la residenza e le attività artigianali, si riqualifica e risana il già costruito; si eliminano 4000 baracche, spariscono i borghetti. Metodo: si buttano giù le baracche e contemporaneamente si iniziano i lavori per recuperare le aree per parchi e servizi pubblici. Accadono episodi da epopea. Nelle periferie e nelle borgate, si costruiscono asili nido e scuole, strutture sanitarie, consultori; si potenzia il trasporto pubblico e si realizzano giardini e parchi; con la perimetrazione delle borgate si porta la legalità e il diritto a pezzi interi di città; l’abusivismo viene frenato ma non eliminato; al dramma della casa si risponde costruendo migliaia e migliaia di alloggi.

Metodo: si consegnano alloggi nel rispetto delle graduatorie, e le graduatorie sono regolari;  per gli fratti si sceglie la linea “da casa a casa”, nessun cittadino rimane per strada.

Trasporti,  dopo 17 anni di lavori (iniziati nel 1963), nel 1980, si apre la linea A della Metropolitana e si avviano i lavori per i prolungamenti della linea B; si prevedono tangenziali. Confronto degli investimenti: spesi tra il 1971-’76 solo 54mld, dal 1981-’84 spesi ben 221mld; potenziamento e rinnovamento della nettezza urbana: nel 1976 si spendevano 877milioni dopo nove anni la spesa è di 24 miliardi; istruzione (dati impressionanti): nel 1976 gli asili nido erano 15 nel 1984 sono 130; tra il 1976 e l’81 si costruiscono  144 scuole,  tra 1982-’84  altre  134: si abbattono i doppi e tripli turni; per le donne (ne parlerà Vittoria Tola) e per gli anziani il bilancio passa da zero a circa 3 mld, si realizzano 43 centri anziani, si dà dignità agli anziani con attività culturali, gite e assistenza sanitaria; stessa cosa per i diversamente abili e l’abbattimento delle barriere architettoniche (ne parlerà Paolo Berdini), indico solo due grandi scelte: 1) fare le varianti circoscrizionali; 2) stipulare il protocollo d’intesa;  sono due straordinarie innovazioni di metodo e di merito per partecipazione e trasparenza.

Per la prima volta, il potere pubblico diventava un soggetto attivo che fa prevalere gli interessi della città su quelli degli immobiliaristi e della nobiltà terriera. Per la prima volta, una parte importante delle imprese edili si libera dalla sudditanza della rendita fondiaria.

L’ideatore e animatore è l’assessore Renato Nicolini. Si realizza l’incontro tra alta cultura, nuove tendenze, avanguardie e popolo: il cinema col grande schermo a Massenzio, i poeti a Castel Porziano, le mostre di Paul Klee, Kandiskij, Chagall, Canova e tante altre; la proiezione del film “Napoleon” davanti al Colosseo e sotto la pioggia; le iniziative culturali portate nelle periferie e nelle borgate e il popolo delle periferie portato al centro; si rivitalizzano le grandi istituzioni culturali (Teatro Argentina, Teatro dell’Opera, l’Accademia di S. Cecilia); musica al Mattatio; nei parchi c’è musica, teatro, cinema; nascono le scuole popolari di musica; si recupera l’Acquario, si ristruttura il Palazzo delle Esposizioni, si aprono i centri culturali polivalenti nelle periferie; con i giovani della 285 si aprono le biblioteche di quartiere. Roma diventa una delle grandi capitali europee della cultura contemporanea. La partecipazione è enorme e segnala la maturazione di nuovi bisogni culturali, che già si manifestavano nei numerosi cineclubs, studi artistici e circoli che producevano musica, teatro e arti figurative.

Voglio sottolineare tre funzioni fondamentali che ha avuto l’Estate romana: ha rappresentato una sprovincializzazione della Capitale immettendola nel circuito europeo; ha unito i romani e in particolare i giovani e le donne; è stata fondamentale contro la violenza e la paura di quegli anni. La spesa passa da 340mln (1971-’76) a 3,3 mld (1976-81), poi va oltre i 10mld (1981-’84). Molte città italiane e straniere guardano all’Estate romana come a un modello, mentre qualcuno a Roma polemizza incredibilmente contro l’effimero delle giunte di sinistra. È un “effimero” che rimarrà indelebile nella memoria della città. Si acquisiscono aree per un programma di 33 parchi urbani, si accendono le battaglie per il parco archeologico che va dai Fori all’Appia Antica, si combatte per la Caffarella e si apre Villa Torlonia; diventano parchi pubblici: Villa Lazzaroni, Villa Bonelli e Villa Carpegna. In nove anni, le giunte di sinistra acquisiscono circa 500 ettari sottratti alla speculazione: un fatto enorme. Dopo Petroselli, sul progetto Fori, non c’è stato l’impegno che ci si aspettava dalle forze democratiche, addirittura ci sono stati in parti dello stesso PCI incertezze e ripensamenti. Tuttavia, la strada è ben aperta e si dovrà percorrerla fino in fondo.

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