Roberto Bertoni. Ricostruiamo ciò che il populismo ha distrutto

Roberto Bertoni. Ricostruiamo ciò che il populismo ha distrutto

Nel silenzio di molti opinionisti, evidentemente troppo intenti a guardarsi l’ombelico, c’è una generazione globale in rivolta che non si accontenterà di qualche promessa. Lo abbiamo raccontato in occasione dei Fridays for future, che hanno condotto in piazza milioni di giovani in ogni angolo del pianeta, e continuiamo a vederlo ogni giorno in tante manifestazioni magari minori ma non per questo meno importanti. C’è una destra mondiale violenta e pericolosa e una sinistra per lo più afona, ma ciò non impedisce ai ragazzi di crederci e di battersi per costruire un diverso modello sociale e di sviluppo. Il Nobel per la Pace è andato al premier etiope Abiy Ahmed Ali ma ciò non sminuisce in alcun modo il ruolo cruciale di Greta Thunberg, la cui battaglia contro i cambiamenti climatici andrà avanti e per cui molti pensano che il prestigioso riconoscimento sia solo rimandato.

Greta è l’esempio più visibile ma non certo l’unico. Prendiamo un tema fondamentale che ci riguarda da vicino: il taglio dei parlamentari, avvenuto nei giorni scorsi attraverso una votazione squallida, in cui gente contrarissima ha dato il proprio assenso in Aula per paura e per incapacità di contrastare il drammatico spirito del tempo. Ebbene, proprio come accadde nel 2016, molti giovani, almeno quelli che ho avuto modo di leggere e frequentare io, si sono opposti. Il che significa innanzitutto che il M5S non li rappresenta più, che ha perso uno degli elementi essenziali della sua ascesa, da cui ricavo la fondata previsione di un declino irreversibile che culminerà con la sua trasformazione in partito di sistema, incapace di vivere all’infuori dei tanto odiati palazzi. Ma soprattutto significa che c’è una generazione che, pur essendo nata cresciuta in un contesto senza politica, proprio perché non l’ha mai vista, ne avverte il bisogno. C’è una generazione, non solo in Italia, che avverte il bisogno quasi fisico di opporsi ai dogmi del liberismo selvaggio che ci hanno ammorbato per trent’anni. C’è una generazione globale che scende in piazza, lotta, sciopera, riscopre parole e ideologie che la presunta “fine della storia”, ormai disconosciuta dal suo stesso ideatore, aveva messo in naftalina subito dopo l’abbattimento del Muro di Berlino. C’è una generazione che dice no, che si impegna, che ha passioni e sentimenti forti, che non si arrende al pensiero dominante e vuole ritagliarsi un posto nel mondo, provando a cambiarlo in maniera pacifica ma radicale.

Insomma, sono costretto a smentire una previsione fosca che io stesso ho erroneamente sostenuto a lungo, ossia che un nuovo Sessantotto sarebbe stato possibile solo in Africa o in Asia, in quanto l’Occidente sarebbe stato, nella mia interpretazione, troppo vecchio e privo di utopie per aderire al vento di ribellione che, nonostante tutto, spira in un globo afflitto da ingiustizie e disuguaglianze sempre più insostenibili. Sono lieto di dover ammettere che la mia previsione era inesatta, dato che i pochi giovani che ci sono hanno deciso, comunque, di provarci. E sì, ha ragione la direttrice del Manifesto quando asserisce, come ha fatto subito dopo l’ultimo venerdì di sciopero per il clima, che siamo di fronte a un nuovo Sessantotto, con la differenza che oggi non sono i partiti o i padri a essere messi sotto accusa, non c’è la richiesta di avere anche le rose dopo aver ottenuto il pane bensì la richiesta, assai più importante, di redistribuire il poco pane rimasto e non tollerare più che qualcuno possa mangiare a quattro palmenti mentre miliardi di persone muoiono di fame e per questo decidono di migrare, scappando dalla miseria e dalle guerre che essa inevitabilmente reca con sé.

È una generazione strana, difficile da interpretare, impossibile da leggere con le lenti novecentesche che troppi commentatori si ostinano a indossare ma non è affatto priva di un pensiero ideologico. Il solo fatto di far riferimento alla battaglia del novantanove per cento contro l’uno per cento della popolazione significa aver compreso perfettamente il tema cardine dei prossimi cinquant’anni. Non solo: significa aver capito che, con le tecnologie che abbiamo sviluppato, con il livello di benessere e di progressi scientifici che abbiamo raggiunto e con le frontiere aperte come mai lo erano state prima questo potrebbe essere il periodo migliore della storia dell’umanità, se non fosse che l’avidità di pochi ha deciso di accaparrarsi tutti i beni a scapito dei molti, fino a giungere all’aberrazione di otto straricchi che possiedono lo stesso patrimonio di tre miliardi e seicento milioni di poveri e poverissimi.

Infine, questi ragazzi hanno capito ciò di cui dovrebbero cominciare a preoccuparsi i populisti a ogni latitudine, ossia che la costruzione del nemico, sia esso il messicano, l’immigrato che arriva col barcone, la casta o il diverso in ogni sua forma, altro non è che un colossale inganno, creato ad arte per distrarre l’opinione pubblica dall’unico, vero nemico che andrebbe combattuto ovunque si annidi: l’ingiustizia sociale. Se fra un tweet, una chat su WhatsApp e una foto condivisa su Instagram riuscissero a farlo capire anche a padri e nonni, per un congruo numero di cialtroni, politicamente parlando, non ci sarebbe più scampo.

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