Nizar Ramadan. Libano, i manifestanti: Non abbiamo più paura dei potenti né dei simboli di potere

Nizar Ramadan. Libano, i manifestanti: Non abbiamo più paura dei potenti né dei simboli di potere

Beirut – Da ormai nove giorni il Libano è in stato di agitazione. Quasi 2 milioni di persone sono scese in strada in tutte le principali città del Paese, protestando quotidianamente nelle piazze di Beirut, Tiro, Sidone, Baalbek, Batroun, Zahle, Tripoli e Nabatiyeh. Battezzata la “Rivoluzione dei Cedri”, è iniziata con una piccola protesta e portata avanti da alcuni ragazzi nella capitale. Oggi si è tornato a manifestare contro la corruzione e il carovita in due roccaforti del movimento sciita libanese Hezbollah e del suo alleato Amal, come testimoniano le immagini provenienti da Nabatiye, nel sud del Libano e da Baalbek nella valle orientale della Bekaa e trasmesse in diretta dalle tv libanesi Lbc e al Jadid. Ieri attivisti di Amal e di Hezbollah avevano tentato di disperdere il sit-in dei manifestanti di fronte alla sede del comune di Nabatiye, mentre oggi un membro del consiglio comunale di Nabatiye si è dimesso in seguito agli incidenti di ieri. In piazza, in modo del tutto inedito, non si è vista una sola bandiera di partito, ma solo sventolanti bandiere libanesi, sorrette da persone di tutte le età, genere, estrazione sociale e confessione: un visibile ed importante riflesso dell’assenza di toni settari.

Il Libano, alle prese con una crisi economico-sociale che si protrae da troppo tempo, aveva testimoniato già l’incapacità dello Stato di far fronte all’emergenza degli incendi scoppiati nelle foreste libanesi, con la clamorosa notizia dell’impossibilità di utilizzare i velivoli antincendio Sikorsky, fuori uso per mancata manutenzione. Secondo alcuni osservatori, la protesta in corso, che con crescente insistenza, i manifestanti definiscono una “thawra” (rivoluzione), è allo stesso tempo assimilabile ed estranea ai moti regionali del 2011: assimilabile, perché ha a che fare con una presa di coscienza diffusa da parte della società civile, che reclama i propri diritti di cittadinanza (al posto di quelli connessi all’appartenenza ad una delle 18 confessioni del Paese), maggiore equità e un cambiamento radicale del sistema istituzionale, basato sul “consociativismo confessionale”, premessa di logiche clientelari e di una diffusa corruzione. Estranea, perché il Libano a differenza dei Paesi coinvolti dalle sommosse del 2011 non è una autocrazia militare guidata da un despota non eletto: nonostante un peggioramento negli ultimi anni – che per esempio ha fatto scivolare il Paese al 100esimo posto su 180 in termini di libertà di stampa – i libanesi non chiedono maggiori libertà individuali o il rispetto dei diritti umani (che pure non è garantito integralmente, ma in ogni caso in misura maggiore rispetto ai Paesi vicini) ma una reale lotta alla corruzione – secondo il Transparency Index il Libano è classificato tra i 50 Paesi più corrotti al mondo – il contrasto alle disuguaglianze crescenti e la fine di una architettura istituzionale settaria (“siyyasa taifiyya”), che perpetua questi problemi ormai atavici.

Anche dal mondo religioso arrivano dichiarazioni di solidarietà. Il Gran Mufti del Libano, sceicco Abdel Latif Derian, ha espresso il suo sostegno alle giuste esigenze sociali e ha invitato i “pilastri dello Stato” a rispondere ai bisogni della popolazione. Dar al-Fatwa, l’ente che fa capo al Gran Mufti, ha espresso “grande apprezzamento per il comportamento dei manifestanti, che è stato caratterizzato dalla disciplina nelle strade e nelle piazze pubbliche di Beirut e in molte altre città libanesi” e ha ribadito il sostegno alle “giuste esigenze sociali dei cittadini di tutto il Libano “. Parallelamente, il Consiglio dei Patriarchi e dei Vescovi ha invitato il presidente Michel Aoun a iniziare immediatamente le consultazioni con i leader politici e della comunità, per prendere le decisioni appropriate sulle richieste delle persone al fine di evitare il collasso finanziario ed economico. Il patriarca maronita Bechara Boutros Rai, che ha presieduto la sessione straordinaria del Consiglio, ha dichiarato: “Lo Stato è andato troppo lontano nella deviazione, nell’intransigenza e nella corruzione, spingendo il popolo alla rivolta”. Ha dichiarato solidarietà con i manifestanti affermando: “Il popolo ha inviato un messaggio ben oltre le divisioni settarie, culturali, religiose ed etniche. La gente ha dimostrato di essere più unita dei loro leader e ha dato prova della volontà della vita nazionale in un momento di estrema difficoltà “.

L’Associazione Bancaria Libanese, dal canto suo, ha dichiarato che i vari istituti rimarranno chiusi per proteggere clienti, dipendenti e proprietà. In una nota, l’Associazione ha sollecitato una soluzione politica alla crisi e “ha rassicurato i cittadini che le banche sono pronte a riprendere il loro lavoro non appena la situazione si stabilizzerà”. Le operazioni bancarie si limiteranno a fornire i salari di fine mese tramite il servizio bancomat, ha aggiunto la nota. Quindi, rispetto alle proteste del 2015, ci sono alcune differenze: anzitutto la loro diffusione in tutto il Paese, e non solo a Beirut, oltre al coinvolgimento non solo della classe media ma sopratutto della classa socialmente più svantaggiata, proveniente dal sud (in grande maggioranza dalla comunità di sciiti); in secondo luogo, oggi è tutto l’establishment ad essere sotto accusa, e lo si vede dalla diffusione del coro “Killon yanii Killon” (“tutti significa tutti”): i manifestanti non hanno avuto timori a fare i nomi dei principali dominus nazionali, come lo stesso premier Hariri, lo speaker del Parlamento Nabih Berri, il ministro degli Esteri e capo del Movimento patriottico libero Gebran Bassil, il Capo di Stato Michel Aoun.

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