Camera. Il taglio dei parlamentari è definitivo. Un ceffone alla Costituzione e alla democrazia rappresentativa. L’imbarazzo e le ambiguità di Pd e LeU

Camera. Il taglio dei parlamentari è definitivo. Un ceffone alla Costituzione e alla democrazia rappresentativa. L’imbarazzo e le ambiguità di Pd e LeU

Il taglio dei parlamentari è definitivo. La Camera ha approvato con 553 voti a favore e 14 contrari la riforma di legge costituzionale che riduce, dalla prossima legislatura, da 945 a 600 il numero degli eletti: 400 alla Camera (contro i 630 attuali) e 200 al Senato (oggi sono 315).  La maggioranza ha superato da sola la soglia dei 316 voti favorevoli, ovvero la richiesta maggioranza assoluta per l’ok finale alla riforma, con 326 voti favorevoli. I giallorossi, dunque, sono risultati, nel voto definitivo alla riforma costituzionale che taglia il numero dei parlamentari, autosufficienti. Stando ai tabulati della votazione, non è stato necessario alcun ‘soccorso’ da parte delle forze di centrodestra. Tra assenti in missione, e quindi giustificati, e non partecipanti al voto ma non in missione, più un voto contrario (della dem Angela Schirò), i voti mancanti alla maggioranza – che sulla carta poteva contarne 344 – sono in tutto 18: precisamente, 11 assenti ‘non giustificati’ (2 di Italia Viva, 5 di M5s, 3 del Pd e 1 di Leu, Rossella Muroni), 6 in missione (5 di M5s, 1 di Leu) e 1 voto contrario.

Si tratta di una scelta politicamente sbagliata, priva di senso e dettata solo dalla propaganda

Non è un caso infatti che a trarne subito beneficio sul piano comunicativo e della propaganda siano stati i pentastellati, i quali, sia pure divisi, hanno considerato questa riduzione come una loro battaglia. Il loro capo politico e ministro degli Esteri, Di Maio, invece di occuparsi della situazione di crisi in Siria, sprizza gioia da tutti i pori, nel giorno in cui la democrazia italiana potrebbe celebrare, al contrario, il lutto per un evidente colpo mortale inferto al parlamentarismo costituzionale. Basta considerare l’indegna caciara dei 5Stelle dopo il voto in piazza Montecitorio. Una trentina di deputati Cinque stelle sono usciti in piazza Montecitorio dopo il voto della Camera sul taglio dei parlamentari. La pattuglia dei portavoce pentastellati ha esposto uno striscione di carta con l’immagine di alcune poltrone. Il capo politico, Luigi Di Maio, assieme al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Riccardo Fraccaro, e il ministro dei Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà, ha stracciato questo lungo cartellone. Dietro, la scritta ‘Meno 345 parlamentari, 1 miliardo per i cittadini’. Alcuni deputati reggevano dei piccoli cartelli con scritto ‘Meno parlamentari più asili nido’. La falsificazione della realtà è evidente, ed evidente è l’uso propagandistico di una riforma costituzionale.

Non sorprende invece l’imbarazzo di Pd e LeU per aver votato assieme alle destre una riforma costituzionale ambigua e foriera di cambiamenti spiacevoli, con giustificazioni che stridono con quanto detto e fatto nelle precedenti tre votazioni, nelle quali si distinsero per essere contrari. Oggi Pd e LeU sono al governo, ma quanto pagheranno per questa scelta politica disastrosa dettata da un calcolo miope fondato solo su promesse di nuove riforme? E quali? Sulla riforma elettorale manca la benché minima chiarezza. Sul ruolo che ciascuna Camera assumerà attraverso propri regolamenti quando la riforma entrerà in vigore vi sono solo banali dichiarazioni e mille dubbi. E perfino sul carattere di risparmio della spesa, il taglio dei parlamentari non appare convincente. Dice Di Maio: “con questo taglio risparmiamo 300 mila euro al giorno, quello che un cittadino in molti casi non riesce a guadagnare in una vita. Qualcuno storce il naso dicendo che non è tanto, ma oltre al risparmio c’è la semplificazione: da oggi in poi avremo meno testi pieni di emendamenti, norme e contro-norme che complicano la vita al cittadino, e che erano fatte solo perché i parlamentari volevano mettere la propria firma”. Questo è un palese attacco alla democrazia rappresentativa, del capo politico di un movimento che da sempre le è ostile, fino a elaborare un’altra proposta di riforma costituzionale sulla democrazia diretta (e guidata magari da chi ha la proprietà delle piattaforme web). In realtà secondo l’Osservatorio sui conti pubblici di Carlo Cottarelli il risparmio netto generato dall’approvazione di questa riforma sarà molto più basso (285 milioni a legislatura o 57 milioni annui) e pari soltanto allo 0,07 per cento della spesa pubblica italiana. Ovvero, un niente al confronto della distruzione della rappresentanza democratica fondata sul ruolo centrale del Parlamento, come recita la Costituzione.

La delusione: da Pd e LeU giustificazioni banalim contorte e contraddittorie

E nonostante il parere estremamente negativo espresso da illustri costituzionalisti ancora oggi, su tanti quotidiani, e nonostante l’allarme lanciato da svariati enti e comitati per la difesa della Costituzione, da parte del Pd e di LeU l’approccio si è rivelato davvero deludente. Il capogruppo Pd alla Camera, Delrio, si è perfino avventurato in questa legittimazione che richiama la riforma costituzionale renziana battuta nel referendum del 4 dicembre 2016: “all’opposizione avevamo sollevato dubbi che avevano ragioni di merito, non ideologiche. Il nostro no era un no convinto a difesa del Parlamento, e proprio perché abbiamo ottenuto garanzie oggi diciamo sì. Avevamo già approvato un taglio dei parlamentari nella legislatura scorsa, eliminando il Senato, e siamo ancora convinti che fosse una buona proposta. Quello che mancava era un contesto organico di misure precise, e attraverso un lavoro serio si è trovata una sintesi efficace”. Il rilancio della proposta renziana, senza citare il referendum perduto, è un altro schiaffo alla democrazia. Stesso oblio del referendum, e non solo, nella dichiarazione di voto del capogruppo Fornaro di LeU, il quale preferisce invece accettare le garanzie pervenute da M5S: “Il tema della riduzione, del dimensionamento ottimale di Camera e Senato – ha ricordato – arriva da lontano. Non c’è un numero che definisce maggiore democrazia e un numero che definisce minore democrazia. L’obiettivo deve essere l’equilibrio tra esigenze di rappresentanza e di governabilità. Il paradosso è che la democrazia ha vinto sugli altri sistemi di governo ma proprio in questo momento la democrazia rappresentativa è in crisi”. Sottolineando che “la questione dei costi è assolutamente minimale” perchè “la democrazia ha dei costi”, Fornaro ha ricordato che “le nostre osservazioni critiche, anche se tardivamente, sono state riconosciute. C’è un percorso per il riconoscimento di garanzie costituzionali, per fare una nuova legge elettorale e la riforma dei regolamenti”. Il passaggio sul quale invitiamo i nostri lettori a riflettere è quello sulla “crisi della democrazia rappresentativa” a legittimazione del taglio dei parlamentari. Ergo, se seguiamo il suo ragionamento, se c’è la crisi togliamo di mezzo la funzione democratica e costituzionale del Parlamento? Aumentiamo il tasso di potere dell’esecutivo? Come se già non fosse così per effetto della Costituzione materiale che attraverso la decretazione d’urgenza impone al Parlamento del decisioni del governo. No, non siamo affatto convinti dell’operazione politica condivisa da Pd e LeU. Non siamo convinti della giustificazione da loro fornita in Parlamento. E siamo allarmati che il voto di oggi possa rappresentare l’antipasto per nuove correzioni costituzionali nefaste, come appunto richiede lo schema di democrazia diretta messo a punto dal precedente governo. E se il M5S chiedesse a Pd e LeU di giungere a quel punto in cambio di chissà quale legge elettorale?

Il tentativo di Loredana De Petris, LeU, di aggiustare il tiro, dopo l’imbarazzante voto 

“Ora che è stata approvata la riforma costituzionale con il taglio del numero dei parlamentari, che produce inevitabilmente effetti di riduzione e distorsione del pluralismo e della rappresentanza politica e territoriale e che altera l’equilibrio di pesi e contrappesi fondamentale per l’esercizio della democrazia, bisogna introdurre immediatamente i correttivi decisi dalla maggioranza. Bisogna cioè calendarizzare subito quelle riforme che servono a evitare quegli esisti distorsivi” dichiara appunto la senatrice di LeU Loredana De Petris, presidente del gruppo Misto. “Bisogna dunque mettere subito in calendario l’equiparazione dei requisiti per l’elettorato attivo e passivo del Senato a quelli della Camera e la modifica del principio della base regionale per l’elezione del Senato. E’ altrettanto urgente – aggiunge De Petris – che le Giunte per il regolamento delle due Camere procedano subito all’adeguamento dei rispettivi regolamenti parlamentari”. La senatrice De Petris è dunque costretta a dire la verità: il taglio avviene senza i necessari contrappesi ed è uno schiaffo alla democrazia rappresentativa.

Le giuste osservazioni critiche delle Acli, tra le altre

“Il taglio dei parlamentari sminuisce l’importanza del Parlamento e rischia di compromettere la rappresentatività degli elettori” scrive in una nota Roberto Rossini, presidente nazionale delle Acli. “Non si capisce – sottolinea Rossini – con quale logica venga fatto questo taglio, che va a incidere direttamente sulla relazione tra i cittadini e le istituzioni: significherà infatti che ogni territorio sarà rappresentato, nella sua molteplicità, da singoli individui che perderanno il contatto con la comunità locale e diventeranno sempre più politici per mestiere. È necessario aprire un dibattito serio per capire verso quale modello di democrazia andiamo e come salvaguardare la relazione tra i cittadini e le istituzioni”.

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