Alfonso Gianni. La politica economica del nostro scontento

Alfonso Gianni. La politica economica del nostro scontento

Il primo atto veramente impegnativo della nuova compagine governativa non sembra davvero suscitare entusiasmi. Ci riferiamo alla Nota di aggiornamento del documento di Economia e Finanza (Nadef), licenziata con qualche giorno di significativo ritardo il 3 ottobre scorso. La nuova maggioranza e il seminuovo governo nati dopo l’autoaffondamento dell’ingordo Salvini avevano un pregio, quello di tenere lontana – almeno per il momento – la minaccia dei pieni poteri per il ministro della malavita, ma anche pesanti limiti che impediscono di esultare ad una sedicente svolta.

Questi ultimi si sono manifestati abbondantemente nella discussione sulla Nadef. L’incrocio di diversi divieti e dei timori di assumere decisioni che possano seppur lontanamente favorire la propaganda demagogica delle destre sta producendo una sostanziale paralisi nelle scelte di politica economica. Il presidente di Confindustria Vincenzo Boccia ha dato saggi di realismo dichiarando di non avere riposto grandi aspettative nella manovra. Ma pochi giorni dopo all’assemblea dell’Assolombarda a Milano già si respirava un clima di delusione, a partire dal relatore Carlo Bonomi, attualmente presidente della potente organizzazione lombarda, ma già indicato come uno dei possibili successori dello stesso Boccia. Diretto a Conte Bonomi lancia il suo appello che appare più retorico-ironico che appassionato: “Questa volta stupiteci!”.

Sul fronte dei sindacati dei lavoratori, persino la segretaria della Cisl confessa che la famosa discontinuità sul piano della crescita non c’è. Sembra meno ingenerosa la Cgil affermando che la direzione è giusta, ma bisogna vedere i numeri e la velocità, come se si potesse giudicare la prima senza conoscere i secondi. Eppure il contesto nell’immediato si presenta meno aspro di altre volte. Il temutissimo spread viaggia sull’onda dei 150 punti; il 2,2% di deficit pare cosa acquisita; la Commissione europea si appresta a concedere al nostro paese una nuova flessibilità per 14 miliardi.

Certamente pesa la minaccia di una nuova recessione su scala mondiale. Ce lo indicano i capovolgimenti dei rendimenti dei titoli di stato tra quelli a lungo termine e quelli a breve; lo conferma il tintinnio di spade sul fronte dei dazi e dei contrapposti protezionismi; lo sottolinea lo scivolamento nella recessione dell’ex locomotiva tedesca e delle economie ad essa strettamente collegate. Ma proprio per questo bisognerebbe sapere cogliere il momento per osare uno scatto di reni. Invece, Renzi in testa, e si capisce ancor meglio il senso della sua scissione, appaiono alfieri del mantra “non si possono aumentare le tasse”, quando invece bisognerebbe domandarsi per chi.

Basta guardare alla discussione attorno al ritocco dell’Iva, risoltasi in nulla. L’idea di operare selettivamente, rimodulando le aliquote, non era una novità.  Già il ministro Tria si era dichiarato sensibile al tema, partendo dall’assunto (sbagliato) che le imposte indirette sono meglio di quelle dirette. Altre autorevoli voci si sono aggiunte, anche nel campo degli economisti di sinistra pur in un diverso quadro. Ma per evitare che una simile scelta si capovolga nel suo contrario bisognerebbe mettere in atto un insieme di azioni e di norme che difficilmente potrebbero nascere sotto schiaffo dei controllori di Bruxelles. Se si aumentano le aliquote per i beni di lusso bisognerebbe assicurarsi che la già elevatissima evasione fiscale non cresca del pari.  Quindi avere un piano perché i dati raccolti elettronicamente non giacciano inerti ma vengano sottoposti ai necessari incroci per scovare gli evasori grandi o piccoli. Purtroppo l’evasione fiscale in Italia non riguarda solo i grandi ricchi ma è assai diffusa e anche per questo è difficile da combattere. Bisognerebbe che i controlli incrociati si potessero fare senza violare le norme attuali in difesa della  privacy, modificandole in nome di un interesse superiore. Servirebbe puntare alla prevenzione dell’evasione, e non solo alla sua repressione. Necessita una politica non un’operazione contabile.

In voluta assenza di tutto questo era prevedibile che il governo ricadesse nella sterilizzazione delle clausole di cui siamo prigionieri dal 2011. Così è anche per altre voci del bilancio, dal tema della sanità a quello del cuneo fiscale. Quest’ultimo viene dimezzato per l’anno che viene, come se l’incremento dei consumi popolari fosse ininfluente per dare una scossa a una stagnante economia. Mentre la riforma degli odiati ticket si arena sulle fasce di reddito familiari e viene compressa dentro un tetto annuo. Per non parlare della Green Economy, che avrebbe dovuto essere l’asse portante innovativo e che viene mortificata con la previsione di uno stanziamento ridicolo. In questo modo le coperture vengono affidate al recupero fantasioso di 7 miliardi dall’evasione fiscale. “Io speravo che me la cavo” sembra essere l’insegna di questa Nadef. Ma la valutazione definitiva della Commissione europea ancora non c’è. Con il bricolage non si fa una svolta espansiva. Invece che tassare maggiormente l’acquisto delle mitiche Lamborghini, per poi lasciare tutto come prima, converrebbe pensare a misure patrimoniali, anche straordinarie, che colpiscano non tanto i consumi, ma ricchezze, redditi ed elevati profitti, con una congrua franchigia per tutelare i redditi bassi.

Ma Conte, parlando a Milano, ha rassicurato gli industriali che non ci sarà alcuna forma di patrimoniale. Anzi ha dato prova di temerario ottimismo, dicendo che il governo può contare su 18 miliardi derivanti dal minore peso degli interessi sul debito pubblico dovuto alla diminuzione dello spread. Ma tale vantaggio non compensa le conseguenze negative per il bilancio di quando lo spread viaggiava su valori assai più alti. In secondo luogo fare affidamento sulle oscillazioni della differenza di rendimento fra i titoli italiani a 10 anni (Btp) e i loro omologhi tedeschi (Bund) è come scrivere la legge di bilancio sulla sabbia. Con la stessa e forse maggiore rapidità con cui è sceso lo spread può risalire al minimo stormir di fronde che segnalasse burrasca in arrivo sul quadro politico ed economico del paese.

Dicono che solo prospettare una patrimoniale, anche se straordinaria, farebbe cadere immediatamente il governo. Appunto, ma questo dimostra proprio che non siamo affatto di fronte ad una svolta, ma prigionieri della vecchia politica che ha preceduto il governo pentaleghista e ne ha favorito la nascita.

Share