Alfonso Gianni. Il bricolage di bilancio del Conte Due

Alfonso Gianni. Il bricolage di bilancio del Conte Due

È stata davvero lunga la nottata a Palazzo Chigi, quella cominciata alle 23.02 del 15 ottobre e conclusasi mercoledì 16 alle 4.35, come risulta dal comunicato stampa diramato dal Consiglio dei Ministri. Non sembri un eccesso di pignoleria riportare gli orari con questa precisione. La realtà è che sono gli unici numeri sicuri. La lunga riunione avrebbe licenziato un decreto legge recante disposizioni urgenti in materia fiscale e un disegno di legge contenente il bilancio di previsione per l’anno finanziario 2020 e il bilancio pluriennale per il triennio 2020-2022. Sulla base di questi è stato redatto il Documento programmatico di bilancio per il 2020 trasmesso in extremis alla Commissione europea. Il tutto “salvo intese”. Che a distanza di qualche giorno ancora non ci sono su aspetti importanti della manovra. La formula non è nuova. Anzi viene usata con sempre maggiore frequenza dai governi sempre in ritardo rispetto ai ruolini di marcia europei o a quelli da loro stessi fissati. Ne consegue che si licenziano a volte poco più che le copertine dei provvedimenti legislativi, lasciando ad una successiva discussione la puntualizzazione di vari aspetti. Ma quando questo accade sulla legge fondamentale, ossia quella di bilancio che regola spese e entrate dello Stato, non si tratta di semplice trasandatezza.

Come del resto hanno osservato diversi commentatori non certo ostili in partenza a questo governo, quel “salvo intese” è sintomo della mancanza di coesione politica di intenti e di modalità nell’affrontare i nodi dell’economia da parte della maggioranza. Cosicché i titoli degli articoli di alcuni dei maggiori quotidiani hanno oscillato fra “Una manovra piccola piccola”, passando per “Il governo pallido”, fino a “M5stelle – Pd, il futuro salvo intese”. Tra gli entusiasti vanno invece annoverati il ministro dell’economia Gualtieri che ha assicurato pieno accordo su tutto, salvo essere smentito da Di Maio il giorno dopo, e il sorridente Zingaretti. In sostanza il Pd, disponendo del ministero chiave, quello dell’economia, vuole dare ad intendere di uscire vincitore nel confronto con i 5Stelle sulla legge di bilancio. A parte il fatto che la partita è ancora aperta, sarebbe comunque una magra consolazione, perché trovare qualcosa di coraggioso ed espansivo in questa manovra è davvero difficile.

Eppure di questo ci sarebbe stato bisogno. Proprio perché la situazione economica volge nuovamente al peggio, sia a livello internazionale, che europeo ed italiano. Proprio mentre stava per aprirsi la lunga nottata di Palazzo Chigi, il Fondo Monetario Internazionale procedeva al quarto taglio delle previsioni sulla crescita mondiale operato dall’ottobre del 2018. Secondo il World Economic Outlook del Fmi la crescita mondiale si fermerà al 3% nel 2019, due decimali in meno delle previsioni dello scorso luglio e rispetto ai minimi dell’inizio della fase acuta  2008-2009 della grande crisi. La colpa è la guerra dei dazi e dei protezionismi, che comportano una vera e propria contrazione in quel processo di globalizzazione che era il vanto del neoliberismo mondiale. Tutti i paesi ne risentano. In particolare gli anelli più deboli, fra cui certamente l’Italia che soffre anche per la crisi praticamente recessiva in atto nell’economia manifatturiera tedesca, cui il nostro sistema industriale è particolarmente legato.

Per l’Italia il Fmi prevede crescita zero per l’anno in corso e uno 0,5% in più, se le cose andranno bene, per il 2020. Del resto il Dpb licenziato l’altra notte non lo nasconde. Le 53 pagine si aprono con le seguenti parole. “Nel 2018 la ripresa dell’economia italiana ha subito una battuta d’arresto”. Successivamente il Documento precisa che “anche la crescita dei salari è stata molto contenuta” e questo riflette “non solo le deboli pressioni inflazionistiche a livello internazionale, ma anche il permanere si sottoutilizzo del lavoro nell’economia italiana”, infatti “il livello di disoccupazione è il 10,0%” (la cui stima come sappiamo sottovaluta la realtà di fatto, a causa della carente metodologia di rilevazione) “4 punti in più rispetto alla pre-crisi”. Il Dpb confessa quindi che “queste previsioni sono notevolmente inferiori rispetto a quelle alla base del Programma di stabilità redatto lo scorso aprile”. È vero, allora vi era una maggioranza di governo diversa, ma il presidente del Consiglio, nonché diversi ministri erano gli stessi. Forse è questa la “discontinuità” tanto sbandierata, nel peggioramento dichiarato delle cifre che monitorano economia e occupazione!

Nel suo complesso la manovra dovrebbe assestarsi a poco più di 30 miliardi, ma quel “salvo intese” rende praticamente impossibile fornire per ora cifre precise. È chiaro che il Green New Deal, tanto sbandierato al momento della formazione del governo, dovrà aspettare tempi migliori, se mai arriveranno. Il nostro Mezzogiorno intanto può continuare a sprofondare nei suoi storici guai, specialmente se andrà avanti la secessione dei ricchi contenuta nel progetto di autonomia regionale differenziata promossa dalle tre regioni del Nord. Per ora quota 100 è salva dagli assalti renziani, almeno per il triennio previsto, ma non si sa come verrà evitato il prevedibile “scalone”, addirittura peggiore di quello della Fornero. Il taglio del cuneo fiscale è coperto solo per tre miliardi, quindi per metà anno. Poi dovrebbe andare a regime negli anni successivi (6 miliardi annui). Sarà concentrato sui lavoratori, perché la richiesta, dice il ministri Gualtieri, viene anche da Confindustria, la quale, diciamo noi, spera così di allentare la pressione per aumenti salariali diretti. La gran parte di quei miliardi sono assorbiti dalla sterilizzazione della clausole sull’Iva, che quindi non aumenterebbe nel 2020, mentre, dice Gualtieri nell’intervista al Sole24Ore, gli aumenti dell’imposta sarebbero significativamente ridotti nel 2021 e nel 2022. Espressione per ora oscura. L’intenzione del ministro di superare il sistema delle clausole che ci trasciniamo appresso dal 2011 è senz’altro da apprezzare. Peccato che non ci viene detto il come, che è decisivo in questi casi.

Intanto in queste ore si intensifica lo scontro tra i 5stelle e il Pd sul tema della evasione fiscale, più precisamente sul tema delle cosiddette “manette agli evasori”. Chi ha buona memoria sa che questo tormentone è ricorrente fin dai tempi della cosiddetta Prima Repubblica. Si basa sulla convinzione del tutto errata che basti inasprire le pene per colpire il fenomeno. Ma questo non avviene in nessun campo. Tantomeno in quello fiscale, dove l’evasione è assai diffusa. Non è circoscritta ai grandi evasori, quelli sopra i 100mila euro annui (per citare una cifra che spesso ritorna in queste discussioni) nei confronti dei quali è sacrosanto mantenere un’allerta particolare e stabilire punizioni congrue. Ma riguarda fasce di popolazione ben più ampie, nei confronti delle quali, oltre a un’opera necessaria di prevenzione, vanno messi in atto sistemi di controllo incrociati non guidati da spirito persecutorio, ma dalla necessità di applicare in tutti i sensi il dettato costituzionale della contribuzione alla spesa pubblica. Ma non mi pare che vada in questa direzione l’annuncio del Presidente del Consiglio di una imminente riduzione delle aliquote dell’Irpef, accorpando quelle che stanno al 27% e al 23% per averne una sola al 20% per i redditi fino a 28mila euro. Se consideriamo che rimarrebbe in piedi la flat tax al 15% per le partite Iva fino ai 65mila euro, è sempre più evidente lo smantellamento del sistema Irpef e con esso di quella progressività fiscale di cui parla la nostra Costituzione.

Al contrario servirebbe, visto l’elevato tasso di patrimonializzazione della ricchezza italiana, l’introduzione di una tassazione patrimoniale, anche straordinaria, con una franchigia congrua a lasciare fuori i ceti meno abbienti, in modo da potere dare il via a investimenti pubblici in settori innovativi che diano occupazione e difendano l’ambiente. È  fin troppo ovvio che la sugar tax (sulle bibite gassate) che sostituisce quella sulle merendine, non può nulla al riguardo. In un dibattito di pochi giorni fa alla facoltà di Economia di Roma Tre, persino Mario Monti ha detto di considerare non inconcepibile una patrimoniale. Ma quando gli ho chiesto se era d’accordo a inserirla subito l’ex primo ministro ha bellamente glissato. Come a dire: un conto è la teoria, specialmente quando si parla in ambienti accademici, ben altro è la pratica di governo. Ed è così che l’Italia declina sempre di più.

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