Alfonso Gianni. Alcune tendenze dell’economia mondiale

Alfonso Gianni. Alcune tendenze dell’economia mondiale

Per cogliere alcune linee di tendenza lungo le quali si muove l’economia mondiale (argomento ovviamente troppo ampio per un trattamento esaustivo nell’arco di un breve articolo) si può anche partire da dati su cui la attenzione e la riflessione non è solita soffermarsi, fatta eccezione naturalmente per gli addetti ai lavori in senso stretto.

Come è noto per John Maynard Keynes l’oro non era che “una barbara reliquia”. Ma si trattava più di un auspicio che di una constatazione valida per il suo tempo. In ogni caso si tratta di una reliquia assai resistente. Ha ragione quindi Salvatore Rossi, da poco presidente di Tim dopo quarant’anni di Bankitalia di cui è stato da ultimo Direttore generale, quando scrive che “l’oro continua e, temo, continuerà per molti anni o secoli a essere stipato in forzieri e caveaux da parte di risparmiatori privati come di soggetti pubblici…E’ un enigma, ma perfettamente razionale” Salvatore Rossi Oro, il Mulino, 2017). L’enigma sta nel fatto che il valore dell’oro eccede di gran lunga quello che deriverebbe da un suo uso pratico e si regge invece sulla fiducia che in esso tutti ripongono. Rimane quindi il principale bene rifugio cui tutti si aggrappano, compreso gli stati, quando tira una brutta aria sul versante economico.

Cina e Russia, la de-dollarizzazione delle loro economie

Cina e Russia hanno intrapreso da tempo la strada della de-dollarizzazione delle loro economie e delle loro riserve La “Nuova via della Seta”, il gigantesco progetto infrastrutturale iniziato dal governo cinese, ha favorito la stipula di contratti bilaterali che hanno sostituito al dollaro, lo yuan o monete locali. Contemporaneamente la Cina ha incrementato con sempre maggiore intensità le proprie riserve auree, acquistando 5,9 tonnellate di oro fisico portando il totale delle proprie disponibilità a 100 tonnellate. La Russia dal canto suo, oltre ad essere stata il principale compratore di oro negli ultimi anni, ha raggiunto la quota di ben 107,85 miliardi di dollari di controvalore con le sue riserve auree. Allo stesso tempo sia Cina che Russia hanno cominciato da tempo a diminuire considerevolmente il loro acquisto di debito statunitense.

La globalizzazione sposta il baricentro verso Est

La globalizzazione sta quindi spostando il suo baricentro decisamente verso Est, mentre sta crescendo e rischiando di andare del tutto fuori controllo il deficit federale degli Usa che finora hanno tamponato la situazione con la istituzione strutturale dei cicli di Quantitative Easing. L’oro non è più soltanto un bene-rifugio, un salvacondotto contro l’approssimarsi di una nuova fase recessiva, ma è diventato anche un concreto strumento nella disputa geopolitica a livello internazionale. Una base collaterale per valute e valori, il cosiddetto gold-backed. Il massimo della garanzia.

Tutti questi movimenti di oro sono un inequivocabile segnale che la paura di una nuova recessione, quando non si sono ancora smaltite le conseguenze della crisi iniziata negli States nell’estate del 2007, si sta facendo sempre più acuta. D’altro canto la previsione di una stagnazione secolare, fatta propria da molti autorevoli economisti a livello mondiale, non significa necessariamente un’economia piatta per decenni, quanto lunghe crisi, brevi riprese e ulteriori ricadute ancora più gravi e a tempi più ravvicinati. E’ questa la prospettiva cui ci condanna il capitalismo se, pur attraverso le sue varie trasformazioni, continuerà a dominare il mondo.

Una bara d’oro mantiene il suo valore anche in tempi di crisi

Non a caso la Banca centrale olandese scrive sul suo sito ufficiale: “Se il sistema  fallisse, lo stock aureo potrebbe servire come base per ricostruirlo… Una bara d’oro mantiene il suo valore anche in tempi di crisi. L’opposto di quanto accade con bond, titoli azionari e altre securities, le quali contengono implicitamente 8una componente di rischio che può portare a un deprezzamento. Per questo l’oro è l’ancora di salvezza per il sistema finanziario, poichè lo stock aureo offre un collaterale da cui ripartire”. Dalle parole ai fatti: la grande parte di barre e lingotti conservati ad Amsterdam verranno trasferiti nel nuovo cash center della Banca all’interno di un complesso militare. Non è una prassi usuale. Sembra di essere tornati ai tempi delle due Germanie, del muro di Berlino e della Cortina di ferro. D’altro canto la Bundesbank ha rimpatriato tutto l’oro detenuto a New York con tre anni di anticipo rispetto al previsto.

I paesi del Nord Europa sparano a zero contro un QE senza scadenza

Nello stesso tempo, approfittando anche dell’addio di Mario Draghi che lascerà la Bce il 31 ottobre, i paesi del Nord Europa stanno sparando a zero sia contro la decisione della Bce di mantenere i tassi negativi, sia contro quella di aprire un QE senza scadenza. Ma vi è un altro elemento che testimonia della fibrillazione in atto. Lo scorso 26 luglio le Banche centrali europee hanno disdetto il Central Bank Gold Agreement del 1999 che era stato fatto proprio per regolare le vendite auree e quindi stabilizzare il mercato dell’oro. Ora invece, nei fatti ognuno potrà comprare e vendere oro fisico senza doversi coordinare con altri: ovvero anziché liberarci dall’oro, come sperava Keynes, abbiamo la liberalizzazione dell’oro.

Ocse e Bce prevedono una decelerazione dell’attività economica

Non stupisce quindi che le più recenti valutazioni fatte dall’Ocse e dalla Bce abbiano diagnosticato una decelerazione dell’attività economica nella seconda parte del 2019, sia per quanto riguarda le economie avanzate che quelle emergenti. Secondo le proiezioni nell’anno in corso la crescita mondiale dovrebbe diminuire, in un contesto caratterizzato da una debole attività manifatturiera dovuta ad una riduzione degli investimenti su scala mondiale, ad un aumento dell’incertezza del quadro politico, all’acuirsi e all’aprirsi di vecchi e nuovi focolai di guerra, alla incertezza delle politiche economiche europee dovute alla vicenda della Brexit e al cambio della guardia negli organi della sua governance dopo le elezioni dello scorso maggio, alla guerra dei dazi in particolare fra Usa e Cina. Contrazione dei commerci, diminuzione degli investimenti, processi direshoring, ovvero di rientro delle produzioni nella madre patria, sono sintomi di una crisi dell’avanzata della globalizzazione e nello stesso tempo delle mutazioni del capitalismo contemporaneo. Il diffondersi dei nazionalismi, dei protezionismi, nonché dei razzismi più che la causa sono insieme l’effetto e il moltiplicatore di queste tendenze.

Il nuovo “capitalismo della sorveglianza” punti connettivi e lavoro precario

“L’esperienza umana è ormai materia prima gratuita che viene trasformata in dati comportamentali … e poi venduta come ‘prodotti di previsione’ in un nuovo mercato: quello dei ‘mercati comportamentali a termine’ … dove operano imprese desiderose solo di conoscere il nostro comportamento futuro’. Questa è l’essenza del nuovo “capitalismo della sorveglianza” come scrive Shoshana Zuboff nel suo recente Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell’umanità nell’era dei nuovi poteri (Luiss, Roma 2019). Questo capitalismo, come quello delle piattaforme ha poco bisogno di investimenti fissi in strutture produttive o in lavoro umano assunto  a tempo indeterminato, gli basta costruire una vasta rete di punti connettivi e di lavoro precario. Ma questo comporta un incremento di occupazione su scala mondiale senza futuro e con scarso reddito. Mentre la robotizzazione nella manifattura, nei servizi alimenta la  disoccupazione tecnologica. Non è certo la risposta alla crisi, ma il suo perverso epilogo che dilata oltre misura le diseguaglianze su scala planetaria tra paesi e soprattutto dentro i singoli paesi.

Per misurare con criteri veritieri cosa sta succedendo nell’economia mondiale il vecchio Pil è uno strumento arcaico e menzognero. Vedremo cosa ci dirà l’aggiornamento del 19 novembre prossimo dello studio “La misura sbagliata delle nostre vite” che è il risultato del lavoro della commissione Beyond Gnp (Oltre il Pil) istituita presso l’Ocse e presieduta da Jean Paul Fitoussi e Joseph Stiglitz e di cui fanno parte diversi noti studiosi, come Thomas Piketty e Chiara Saraceno, per fare solo qualche nome. Intanto non possiamo che dare ragione a Fitoussi che in un’intervista su Repubblica (22 ottobre 2019) ha detto che “sarà banale ma serve più socialismo”.

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