Renzi il gran burattinaio del teatrino Conti, la maggioranza diventa trina. Cronaca di un colpo di mano nel nome della libido di potere

Renzi il gran burattinaio del teatrino Conti, la maggioranza diventa trina. Cronaca  di un colpo di mano nel nome della libido di potere

Ci si domandava negli ambienti giornalistici, in particolare quelli bazzicati dai  cronisti politici, Camera, Senato, palazzi del potere, alla ricerca di scoop, molto spesso inventati, perché Renzi Matteo aveva anticipato l’annuncio della scissione  previsto per metà ottobre quando si sarebbe svolta l’assemblea della Leopolda. Sherlock avrebbe risposto “elementare Watson”. Bisogna tornare indietro di qualche tempo, questione di giorni quando, inaspettatamente, Renzi, sempre più tormentato dalla assenza di potere, di cui lui si nutre, rilascia una delle sue tante interviste lanciando  una vera e propria campagna per l’apertura di un rapporto con M5S per dar vita ad un governo giallorosso, dal momento che, come si ricorderà, il segretario del Pd, Zingaretti, si era pronunciato per il ricorso alle elezioni. In quei giorni all’interno del Pd si sviluppava una discussione che investiva gli  organismi dirigenti, a partire dalla direzione. Inutile ricordare i diversi passaggi che hanno portato alla apertura, da parte del Pd, di un rapporto con i pentastellati  per dar vita ad un governo di coalizione. Molti gli ostacoli, le difficoltà da sormontare a partire dalla riproposizione di Conte alla presidenza del Consiglio. Digerita la pillola in cambio di un programma di governo nel segno della discontinuità, parte la trattativa. Si dà il caso che Renzi Matteo esprima la sua soddisfazione per l’avvio della trattativa. Si dichiarerà poi insoddisfatto invece per la distribuzione di ministri, viceministri e sottosegretari. E comincia a far circolare la voce su una possibile scissione. Dal Pd viene tenuto un particolare riguardo ai “renziani” che ottengono tre ministri, un viceministro, tre sottosegretari. Fra questi la ministra Bellanova. Insomma non avrebbero di che lamentarsi e, infatti, non si lamentano ma sussurrano, fanno girare voce che Renzi starebbe lavorando su due piani, uno quello del governo e l’altro quello della assemblea della Leopolda, leggi scissione, cui sempre più fanno cenno i cronisti attenti alle vicende del Pd e il rapporto sempre più difficile, si fa per dire, con la componente legata a Renzi. Smentite, contro smentite, ma, guarda caso, proprio mentre Conte presiede il giuramento di viceministri e sottosegretari, comincia a circolare la notizia sulla scissione.

Appena i sottosegretari hanno giurato arriva la notizia della scissione

A giuramento avvenuto, quando c’è la certezza che il “posto” per i renziani è assicurato, arriva la notizia. La parola “scissione” diventa ufficiale. La ministra Bellanova, renziana doc, diventa la capo della delegazione dei renziani  al governo. Conte, fra gli altri, non la prende proprio bene. Vedere la sua maggioranza che, in modo automatico, da due diventa a tre, non è proprio il meglio che un presidente del Consiglio possa desiderare. Proprio nel giorno in cui completa l’organico del governo che lui presiede, Renzi rende  noto che al tavolo cui partecipano i delegati delle forze politiche che compongono l’esecutivo, Franceschini (Pd) e Di Maio (M5S) prenderà posto anche la Bellanova. Si ignora ancora il nome della nuova formazione politica. E da parte di alcuni esponenti dell’area Renzi che hanno anche incarichi all’interno delle Camere, in dichiarazioni che rilasciano alle agenzie di stampa, in interventi di trasmissioni televisive e radiofoniche cercano di  attutire il colpo e parlano di “separazione consensuale”. Il ridicolo non li sfiora neppure. Renzi non dà riposta a chi gli chiede perché non abbia atteso l’assemblea della Leopolda. Non risponde neppure quando qualche cronista chiede se la decisione è stata votata in una qualche riunione. Niente. Chiedi a qualche parlamentare che annuncia la sua uscita dal Pd, se conosce perlomeno il nome della organizzazione di cui andrà a far parte  dopo aver abbandonato il Pd, trovi il muro del silenzio. Passa qualche giorno e Renzi Matteo si decide a dire il nome, “Italia viva”, sembra il titolo di un film, di un qualche sceneggiato, buttato lì, ma privo di un qualche significato. Viva perché? Forse abbiamo trovato la risposta. Perché si vuol significare che senza Renzi  Matteo l’Italia è morta. La realtà è questa. Basta guardarlo, sentirlo parlare in particolare nel teatrino di Bruno Vespa. Lui è lui e gli altri sono niente. La libido di potere, un imperativo categorico.

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