Il giurista Antonio Esposito. La votazione sulla piattaforma Rousseau vìola la Costituzionale e una norma penale ed è una ferita al sistema democratico

Il giurista Antonio Esposito. La votazione sulla piattaforma Rousseau vìola la Costituzionale e una norma penale ed è una ferita al sistema democratico

Il capo politico del M5S Luigi Di Maio e il capo dell’associazione privata che gestisce la piattaforma on-line Rousseau Davide Casaleggio hanno deciso di vincolare la formazione del nuovo governo (M5S–PD) all’esito di un voto su tale piattaforma poiché “gli iscritti del M5S hanno e avranno sempre l’ultima parola”. Tale decisione – oltre ad uno sgarbo istituzionale nei confronti del Capo dello Stato che, dopo le previste consultazioni anche con i capi dei gruppi parlamentari, ha già conferito a Giuseppe Conte l’incarico di formare il governo – costituisce un gravissimo vulnus ai principi costituzionali che regolano la democrazia parlamentare e rappresentativa. Tale vulnus è ancor più grave di quello già inferto al sistema democratico allorquando gli iscritti alla rete – chiamati a votare su un quesito che suggeriva la risposta – decisero che Matteo Salvini non dovesse essere giudicato dalla magistratura che aveva chiesto l’autorizzazione a procedere contro il ministro degli Interni; ed a quanto deciso dalla maggioranza (circa 30.000) dei votanti in rete, si uniformarono i senatori del M5S chiamati a decidere se il rappresentante dell’esecutivo dovesse o meno essere giudicato da un altro organo dello Stato.

La decisione di indire le votazioni online sul se dare o meno il via libera alla formazione di un nuovo governo (M5S–PD), vìola le norme costituzionali che regolano il procedimento per la formazione di un governo, vanificando la volontà espressa – nel corso delle consultazioni, prima con il Capo dello Stato e poi con il Presidente incaricato – dai capi dei Gruppi parlamentari del M5S che non sono – come vorrebbe la incostituzionale teoria dei fondatori della piattaforma Rousseau – “portavoce delle istanze degli iscritti”, bensì “portavoce” della volontà dei deputati e senatori, eletti dal popolo e riuniti in “Gruppi”. Viene, in tal modo, condizionata la volontà dei parlamentari in sede di voto di fiducia sul nuovo governo poiché – essendo “il volere degli iscritti parte integrante dei nostri processi decisionali” – alla “decisione degli iscritti devono attenersi i parlamentari del Movimento”. Come è noto, la Costituzione italiana, pur prevedendo istituti di partecipazione popolare (petizione, iniziativa legislativa, referendum abrogativo e costituzionale), non prevede – anzi lo esclude espressamente all’art. 67 – un istituto che scalzi l’intermediazione politica e instauri un rapporto diretto tra cittadini e rappresentanti in Parlamento i quali sarebbero dei semplici portavoce dei cittadini partecipi in prima persona, mediante la rete, delle decisioni politiche.

Peraltro, una vera democrazia diretta presuppone una verifica di massa, una chiamata al voto di milioni di elettori laddove, invece, nel caso in esame, si raccoglie l’opinione di poche decine di magliaia di persone ponendo così in essere un meccanismo attraverso il quale un gruppo ristretto di persone (mediamente 30.000-40.000 su 115.000 iscritti) può condizionare l’operato e le scelte di parlamentari eletti da milioni di cittadini.

Pretendere o addirittura imporre ai parlamentari del loro “Movimento” (facendo ricorso anche alla ferrea disciplina di partito cui essi sono soggetti e alle relative sanzioni), di uniformarsi in sede di votazione (che costituisce l’espressione di un “potere politico”) di quanto deciso da 30-40mila sconosciute persone, prive di qualsiasi legittimazione, anche in contrasto con la volontà già manifestata attraverso i capigruppo in sede di consultazione per la formazione del governo (e anche questo è estrinsecazione di un “potere politico”), significa attribuire arbitrariamente ad estranei – e ciò è gravissimo – un “potere politico”.

L’iniziativa in questione altera, in definitiva, il corretto funzionamento del sistema democratico rappresentativo e meriterebbe, forse, una riflessione da parte della magistratura ai fini – oltre di accertare la regolarità delle votazioni su cui ha gettato pesanti ombre di permeabilità e di poca trasparenza il “Garante della privacy” – di verificare se non possa ricorrere la fattispecie prevista dall’art. 287 c.p. (“usurpazione di potere politico”) che tutela il corretto esercizio delle funzioni degli organi costituzionali che potrebbe essere messo in pericolo o compromesso da una attività usurpatrice che si arroga “un potere politico” e, cioè, una funzione riservata alla potestà esclusiva dei parlamentari “che rappresentano la Nazione ed esercitano le loro funzioni senza vincolo di mandato” (art. 67 Cost.).

Antonio Esposito, già presidente di Sezione della Corte di Cassazione

Share