Bce. Mario Draghi rilancia il bazooka e lo spread cala ai minimi, a quota 138. A Roma si discute di sottosegretari

Bce. Mario Draghi rilancia il bazooka e lo spread cala ai minimi, a quota 138. A Roma si discute di sottosegretari

La crisi politica a lieto fine, almeno per i mercati, e ora la Bce che torna ad aprire i rubinetti. Dopo le tensioni dello scorso anno, soprattutto per le conflittualità del governo gialloverde con la Commissione Ue di Juncker, lo spread ha cominciato a scendere nelle ultime settimane, completando un percorso iniziato lo scorso 20 novembre, quando Bruxelles evitò di bocciare la manovra italiana. Oggi il differenziale tra Btp e Bund tedesco a 10 anni chiude sotto 140 punti base, a 138 punti, con il Btp italiano che scende di 10 punti base allo 0,86%, dopo aver toccato un minimo storico dello 0,75% sul mercato secondario. Lo spread, in particolare, scende ai minimi da maggio 2018, attestandosi quasi 200 punti sotto il picco di oltre 330 punti dello scorso autunno. Lo strappo al ribasso dello spread arriva per il colpo a sorpresa del presidente della Bce, Mario Draghi.

Le misure spiegate da Draghi in conferenza stampa

“Gli 11 milioni di posti di lavoro creati dal 2013 ad oggi – ha detto Draghi – sono stati in larga parte effetto della politica monetaria, non della politica fiscale” che ora è chiamata ad azioni “tempestive ed efficaci”, un riferimento in particolare ai paesi con le maggiori disponibilità e con un’economia in forte indebolimento come la Germania che tuttavia non pare propensa a raccogliere l’invito. Ai paesi con alto debito, Draghi ha rivolto nuovamente l’invito a consolidare i conti pubblici ma anche a perseguire “politiche prudenti che creino le condizioni per permettere agli stabilizzatori automatici di operare liberamente”. Il nuovo round di misure annunciato oggi include anche l’allungamento delle aste Tltro da 2 a 3 anni con l’eliminazione del sovraprezzo di 10 punti base sul tasso e la conferma dell’intenzione di proseguire con la politica dei reinvestimenti a lungo dopo il primo rialzo dei tassi. La Bce ha inoltre allargato la platea di titoli di debito con yield negativo che possono essere acquistati nell’ambito del Qe. In risposta alle domande dei giornalisti, Draghi ha spiegato che vi è stato ampio consenso in consiglio sulle misure annunciate oggi eccezion fatta per la riapertura del Qe su cui ci sono state “maggiori divergenze di vedute”. Nulla tuttavia di drammatico se come ha spiegato Draghi, non è stato necessario andare alla conta dei favorevoli e dei contrari. La valutazione della difficoltà del momento è stata del resto condivisa in larga misura dai 25 membri del consiglio direttivo che invece non hanno discusso né dell’opzione helicopter money (Draghi ha sottolineato che mettere i soldi nelle tasche dei cittadini è una questione di politica fiscale, non monetaria) né di cambiare gli obiettivi di inflazione. “Non ha senso abbassare il target all’1% per poter poi cantare vittoria – ha detto – né tantomeno alzarlo al 4% quando si fatica ad arrivare al 2%”. In definitiva alle ultime battute del suo mandato, Draghi ha fatto pieno ricorso all’arsenale della Bce per fronteggiare un deterioramento del quadro economico superiore alle attese e che non poteva aspettare l’insediamento del nuovo presidente a partire dal 1 novembre. Alla Lagarde potrebbe spettare di annunciare una nuova riduzione dei tassi di deposito a dicembre quando verranno annunciate le nuove stime sulla crescita e sull’inflazione. Quelle annunciate oggi hanno confermato le attese: le proiezioni sul pil sono state abbassate per il 2019 (a 1,1% da 1,2%) e per il 2020 (a 1,2% da 1,4%) mentre sono state confermate per il 2021 all’1,4%. Tagliate invece per l’intero triennio le proiezioni sull’inflazione che è ora attesa in crescita dell’1,2% quest’anno (da 1,3%), dell’1% nel 2020 (da 1,4%) e dell’1,5% nel 2021 (da 1,6%).

E a Roma nel governo ci si divide sui sottosegretari

Nel frattempo a palazzo Chigi, Roma, si tratta a oltranza nella notte per chiudere la lista dei sottosegretari del governo Conte. Un Consiglio dei ministri per la nomina dei membri del governo è infatti in programma alle 9.30 ma ad ora non c’è ancora la fumata bianca e, secondo fonti di governo che stanno seguendo la trattativa, è possibile che arrivi solo a ridosso della riunione del Cdm. L’intenzione è comunque chiudere in mattinata: “Ci siamo quasi”, dicono fonti pentastellate. La trattativa prosegue tra incontri e contatti al telefono tra i dirigenti di M5S, Pd e LeU: l’incastro delle diverse caselle – spiega più d’uno – potrebbe fino all’ultimo far slittare nomi e deleghe. Restano “gli ultimi nodi” ma l’intesa sarebbe “a un passo”. Ma nel Pd si sottolinea come lo schema per quanto riguarda il partito del Nazareno sia composto e che non c’è neanche un problema di deleghe con il Movimento 5 stelle. Sono i pentastellati a dover sciogliere gli ultimi nodi. Lo scontro principale è sempre legato al ministero dell’Economia, con M5s che avrebbe chiesto di essere maggiormente tutelato perché a via XX settembre siede un ministro dem. M5s e Pd sotto traccia stanno discutendo anche della possibilità di un accordo di desistenza in Umbria e in altre regioni.

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