Spadolini spiegato a un ragazzo di vent’anni

Spadolini spiegato a un ragazzo di vent’anni
Di Giovanni Spadolini ci rimangono la cultura e la passione civile, virtù oggi purtroppo misconoscute e, il più delle volte, tradite da coloro che pure dovrebbero esserne gli interpreti. Nato a Firenze nel ’25, se ne andò a soli sessantanove anni a causa di un tumore, dopo aver fallito sia l’elezione a presidente della Repubblica sia il prosieguo della propria avventura alla guida del Senato, battuto per un solo voto da Carlo Scognamiglio e dalla nascente maggioranza berlusconiana.
Venticinque anni senza questo repubblicano particolare, dotato di antica saggezza e ferree convinzioni, a cominciare da un atlantismo che a tratti assumeva contorni fanatici e da una visione in senso storico della politica che lo rendeva un personaggio sui generis, più uno studioso che un uomo d’azione, non per questo incapace di tenere dritta la barra in una delle fasi più delicate della nostra storia recente ma forse privo del guizzo che sarebbe stato necessario per contenere alcune dispute che furono fatali al suo governo. Fatto sta che è assai difficile, in quest’epoca di politici ignudi e gossippari, con una spiccata predilezione per le copertine patinate dei rotocalchi e una scarsa, per non dire nulla, attitudine all’approfondimento e all’analisi dei fenomeni, è assai difficile, dicevamo, descrivere la figura e la personalità di Spadolini a un ragazzo di vent’anni.
Bisognerebbe, infatti, mettere in discussione il vuoto assoluto in cui è nato e cresciuto: la mancanza di prospettive, l’assenza di una visione lungimirante, l’astio delle classi dominanti nei confronti della cultura, l’anti-intellettualismo elevato a sistema, anche sulla scorta del trumpismo che funge da malo esempio globale, l’idea che la conoscenza sia un inutile orpello e il vizio della rapidità, come se la riflessione fosse nemica della fattività. Per spiegare Spadolini a un figlio di questi tristissimi giorni, bisognerebbe dunque metterlo in guardia sul disastro che la classe dirigente che è venuta dopo gli ha lasciato in eredità, invitandolo ad esercitare un pensiero critico ai limiti della spietatezza nei confronti di chi ha devastato un intero sistema di valori, messo a repentaglio la stabilità e la credibilità del paese, minato le basi del nostro vivere civile e, di recente, compromesso persino la collocazione storica dell’Italia sullo scacchiere internazionale. Bisognerebbe dire a questo ipotetico ragazzo che Spadolini sarebbe saltato sulla sedia se avesse assistito alle immagini di un’Italia vassalla di Putin, se avesse letto determinate intercettazioni e se fosse stato costretto a constatare a un simile, straziante declino. Bisognerebbe convincerlo che non siamo sempre stati così, che c’è stato anche un tempo in cui per dirigere un Paese come il nostro non bastava aver partecipato a un quiz televisivo o aver vinto la lotteria di una selezione oggettivamente inadeguata.
Bisognerebbe parlargli di Napoleone e della politica dei redditi, di cos’era il giornalismo dell’epoca e del ruolo che ha esercitato il Corriere spadoliniano nella formazione dell’opinione pubblica, affrontando eventi tragici come la strage di piazza Fontana e mantenendo, sempre e comunque, l’autorevolezza necessaria per non uscirne in frantumi. Bisognerebbe affrontare il tema ormai desueto dell’etica pubblica e della necessità di adempiere con disciplina e onore al proprio ruolo, come previsto dalla Costituzione, includendo in questa riflessione anche una considerazione sull’abbigliamento consono a un ministro o a un esponente di primo piano della maggioranza e del governo. Bisognerebbe discutere di unità nazionale, di rifiuto di ogni forma di fascismo, di patto repubblicano e di importanza della storia e della sua conoscenza, al fine di scongiurare il ripetersi di eventi luttuosi.
Insomma, bisognerebbe dire a questo ragazzo che chi ha governato dal ’94 in poi, e non ne facciamo certo una questione di appartenenza politica, si è rivelato spesso non all’altezza, con l’aggravante di aver infranto i sogni e le speranze di riscatto di intere fasce sociali. L’effetto sarebbe quello di un nuovo 25 luglio, magari simbolico ma non meno significativo del giorno che ormai è passato alla storia. Pertanto, lasciamo che lo statista repubblicano riposi in pace. Poi, se un ragazzo di vent’anni dovesse leggerci e appassionarsi alla sua diversità, tanto meglio. Vorrebbe dire che, forse, non proprio tutto è andato perduto.
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