Salvare il Sud per salvare l’Italia

Salvare il Sud per salvare l’Italia

Dal rapporto Svimez abbiamo avuto la conferma di ciò che purtroppo denunciavamo da almeno trent’anni. In più, abbiamo avuto la conferma che le cose vanno sempre peggio e le condizioni di vita delle popolazioni del Sud sono sempre peggiori. Ad aggravare il quadro adesso abbiamo sul tavolo anche la cosiddetta “autonomia differenziata”, che sarà una sciagura per tutti. Egoista, incostituzionale, un po’ razzista e un po’ cialtrona, sarà un danno per il Sud, ma anche un boomerang per tutto il Paese. Quindi anche per il Nord. Infatti se crolla quel poco che c’è al Sud, compreso il suo gettito fiscale, crolla anche quello dell’intero Paese, con ricadute negative sul welfare e i servizi per tutti gli italiani. A questo proposito si può subito sfatare la tesi secondo la quale i meridionali non pagano le tasse e sono tutti evasori. Gli ultimi dati ci dicono che le tasse pagate al Nord in rapporto al Pil sono il 32,4% contro quelle del Sud che sono il 34,1%. Quindi i meridionali pagano in rapporto alla loro ricchezza più tasse che al Nord e se fossero tutti evasori lo sono in misura molto minore che al Nord. Quindi, perché bisogna essere contro “l’autonomia differenziata” e bisogna investire massicciamente al Sud, invertendo la tendenza degli ultimi decenni? Perché è negli interessi generali di tutto il Paese farlo!

Dagli ultimi dati emerge inoltre che il reddito nazionale è basso perché è troppo basso quello del Sud e che mentre aumenta il divario Nord-Sud, il Nord non ci guadagna e allarga il suo divario con il resto d’Europa. Naturalmente se l’Italia rallenta, il Sud rallenta di più, ma il Nord non sarà da meno. In questo senso le previsioni sono pessime. Per l’Italia, zero incremento di reddito e di occupazione. Al Sud recessione, forte disoccupazione e spopolamento. Quindi bisogna cambiare rotta. Ma per cambiare occorre una cura da elefante, pari a quella che la Germania mise in atto per avvicinare la Germania est alla Germania ovest dopo il 1989.

Occorre uno Stato imprenditore che ritorni a fare politica economica e industriale. Uno Stato che sappia investire al Sud di più e meglio di quanto non sia stato fatto in passato. Non a caso gli investimenti pubblici procapite nel  Mezzogiorno nel 2018 sono stati di 102 euro contro i 278 del Centro-Nord, nel 1970 quando alcuni di noi già si dedicavamo alle politiche di riequilibrio economico, nonostante il divario Nord-Sud, gli investimenti erano al Sud di 677 euro contro i 452 al Nord.

Quindi uno Stato imprenditore per il rilancio dell’economia anche in settori molto diversi. Prima di tutto in infrastrutture, per superare un gap non più socialmente ed economicamente sopportabile. Per riqualificare le rete principale delle ferrovie di tutte le regioni del Sud. Per mettere in cantiere “l’alta velocità” fino a Reggio Calabria lungo la dorsale calabra interna, passando per Cosenza, ad esempio. Per rendere facilmente accessibili gli aeroporti del potenziale sistema aeroportuale integrato. Per ricostruire la rete delle strade primarie e secondarie di tutte le regioni e garantire accessibilità non solo agli insediamenti costieri, ma anche ai centri urbani più interni, quelli storici e ricchi di patrimonio artistico e monumentale.  Inoltre, politiche economiche che puntino sulle alte tecnologie, insieme a precise politiche agricole e ambientali, con l’obiettivo di affrontare con decisione la questione strategica della difesa idrogeologica e della messa in sicurezza di tutto il territorio.

Quindi politiche attive contro lo spopolamento, che rappresenta una piaga da tanti punti di vista, economico e sociale, a partire dall’enorme patrimonio edilizio che rimane inutilizzato. Politiche attive per frenare l’esodo delle giovani generazioni, perché l’abbandono dei territori significa desertificazione di economie, di risorse, di paesaggio e persino perdita di quella che dovrebbe essere una vocazione naturale: il turismo. In più, come ancora ci dice la Svimez, sono più gli emigrati meridionali che vanno al nord o all’estero che non gli immigrati che scelgono di vivere al Sud, fino al punto che con l’attuale trend il Sud perderebbe, oltre ai 2,2 milioni di abitanti già persi negli ultimi 15 anni, altre centinaia di migliaia di residenti, per arrivare al 2030 ad avere 16 milioni di abitanti contro i 20 milioni di questo inizio secolo. Anche questo dato smentisce tanti luoghi comuni della propaganda politica e fascistoide del momento, e per paradosso un buon governo dovrebbe “aprire i porti”  anziché “chiuderli”, naturalmente  per fare integrazione anziché non fare nulla come accade ora. Perché ne abbiamo bisogno. Tanto più che l’Italia è uno dei paesi europei con la percentuale di immigrati più bassa rispetto alla popolazione. L’8% circa contro il 14% dell’Austria per esempio, al pari di Danimarca, Svezia e Grecia, tutti gli altri hanno più immigrati di noi.

Quindi, da perfetto italiano, dico e rivendico il diritto di dire “salviamo il Sud, per salvare l’Italia”, ma chi lo fa? Non aspettiamoci con l’aria che tira che la spinta arrivi dal centro, da questi Governi o dalle opposizioni parlamentari. Nulla cambierà a breve, se non ci sarà una forte e massiccia mobilitazione dal basso. Quindi mentre il Sud deve pretendere il riconoscimento della sua esistenza, contrastando tutte le azioni che ancora lo Stato mette in atto per tenere le sue popolazioni in una condizione di soggezione e dipendenza, occorre una politica meridionale per i meridionali. Una iniziativa forte e determinata, di popolo, anche con il sostegno delle istituzioni locali,  con l’ipotesi di mettere già fin d’ora in conto azioni di protesta concrete e dirompenti. Molti segni già ci sono, si tratta di fare rete. Se il quadro politico che abbiamo di fronte sembra incapace, inquinato, drogato o senza speranza, ragion di più per non aspettare. La ribellione giusta non deve far paura.

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