Governo. Salvini apre la crisi dopo una giornata convulsa. I 5S vorrebbero andare avanti. Conte? Lezione di stile istituzionale e ceffoni durissimi al suo vice. La crisi in Parlamento il 21 agosto

Governo. Salvini apre la crisi dopo una giornata convulsa. I 5S vorrebbero andare avanti. Conte? Lezione di stile istituzionale e ceffoni durissimi al suo vice. La crisi in Parlamento il 21 agosto

Questa agonia è finita, per il governo basato su un contratto tra privati, due movimenti politici tanto diversi. O almeno così pare. Perché è scandaloso e vergognoso che dinanzi ad una crisi così evidente, vistosa, eclatante, chi deve parlare, “l’avvocato del popolo”, continui invece in un atteggiamento di mutismo, mentre l’Italia brucia, e non solo per il clima, ma soprattutto per una recessione pericolosa e in corso. Perché è scandaloso e vergognoso che i campioni della “trasparenza”, i grillini, continuino a martellare il vero protagonista di questa farsa, Salvini, con inviti ad andare avanti e a non mollare. Eppure, a fine giornata, dopo aver atteso la conclusione del comizio di Salvini a Pescara (durante il quale il ministro non ha mai citato il premier quando ha elencato i risultati raggiunti ovviamente dalla Lega), il presidente del Consiglio convoca i giornalisti nella sala stampa a palazzo Chigi chiuso per ferie per una serie di comunicazioni, che si riveleranno veri e propri ceffoni a Salvini, lezioni di stile istituzionale, rivelazioni del confronto diretto con lui avuto nel pomeriggio. Insomma, un presidente Conte mai visto così furibondo e duro, e tuttavia dai toni sempre così determinati ma senza mai cedere alla volgarità. E probabilmente ha parlato coi toni di chi già si sente addosso la responsabilità di nuovo leader dei 5Stelle, che in caso di elezioni dovrà contrapporsi proprio a Salvini.

Conte: “Non un governo dei No, non un governo da spiaggia”

Giuseppe Conte demolisce pezzo su pezzo la narrazione con cui Matteo Salvini ha giustificato l’apertura della crisi. Annuncia che si presenterà in Parlamento, perché dovranno essere le Camere (Salvini non basta) a sfiduciarlo, e svela che se il leader della Lega ha deciso di interrompere l’esperienza gialloverde è solo perché vuole “capitalizzare il suo consenso”, rivelando una delle frasi che lo stesso Salvini pare gli abbia detto. Il premier aveva annunciato già in mattinata al presidente della Repubblica Sergio Mattarella che se crisi deve essere, sarà in Parlamento. Lo ribadisce nel pomeriggio a Salvini, in un colloquio assai teso. Poi a tarda sera si presenta in sala stampa, abito blu e pochette, con un foglietto su cui ha scritto le parole che lo candidano a essere uno sfidante di Salvini nella stagione politica che si apre. “Ieri e questo pomeriggio è venuto a parlarmi Salvini il quale mi ha anticipato l’intenzione di interrompere questa esperienza di governo e di andare a votare per capitalizzare il consenso di cui la Lega gode attualmente”, esordisce. “Ho già chiarito a Salvini che farò in modo che questa crisi sia la più trasparente della storia della vita repubblicana”, aggiunge. E mentre il leader leghista, da un comizio a Pescara, invita i parlamentari ad “alzare il culo al più presto” e interrompere le vacanze per votare la (s)fiducia all’esecutivo, il presidente del Consiglio si erge a difensore delle Camere, che “non sono un molesto orpello”. Assicura “trasparenza e cambiamento fino all’ultimo giorno”. E al ministro dell’Interno dice che “non spetta a lui decidere i tempi della crisi”. La sfida a Salvini è presentarsi, da senatore, in Aula, a “spiegare”: lì si farà “chiarezza” delle “responsabilità” perché non ci si potrà “nascondere dietro slogan mediatici”. E’ durissimo il premier con il suo ex vice quando dice che non permetterà più che il suo governo sia descritto come quello dei “no”: “Abbiamo sempre parlato poco e lavorato molto, non in spiaggia”, aggiunge con riferimento alle immagini del Papeete beach. “Questo governo, da me coordinato, si è adoperato incessantemente per realizzare innumerevoli progetti di riforma a beneficio di tutti gli italiani”, scandisce Conte. “Non accetterò più quindi che vengano sminuiti la dedizione, la passione con cui gli altri ministri, tutti i viceministri, tutti i sottosegretari, insieme a me, hanno affrontato l’impegno di governo. E non posso accettare che sia svilito il cospicuo lavoro svolto dai parlamentari”.

In casa della Lega il mood della prima giornata di crisi di governo è stato uno e uno solo: “E’ solo questione di tempo”. A differenza dei colleghi del Movimento 5 Stelle, l’altra medaglia della (ormai ex) maggioranza aspettava solo l’annuncio del leader, Matteo Salvini, per chiudere un’esperienza che consideravano esaurita fin dalla campagna elettorale per le europee. I ripetuti attacchi degli ‘alleati’ non sono mai stati digeriti dagli uomini del Carroccio, i quali avevano comunque fatto buon viso a cattivo gioco come aveva chiesto il segretario federale. In ballo c’era il decreto Sicurezza bis, fondamentale per chi ha Alberto da Giussano tatuato nel cuore, e una volta approvato in via definitiva, ha segnato una sorta di ‘rompete le righe’. Per la Lega sarebbe stato impossibile andare avanti, troppi i bocconi amari che avrebbero dovuto mandar giù in nome della stabilità di governo, primo tra tutti l’Autonomia, pronta da mesi e mai portata a compimento per i ripetuti dubbi del Movimento 5 Stelle. Per non parlare poi della Flat tax, diventata biglietto da visita del Carroccio, ma a cui erano in pochi a credere con Giovanni Tria al Mef e i ‘grillini’ a dar le carte tra Camera e Senato. Ma sulla scelta di interrompere questa collaborazione ha inciso – e non poco – l’ascesa nei sondaggi, che hanno certificato la semi-autosufficienza del partito col 38%, seppur in coalizione con Fratelli d’Italia, il soggetto politico percepito come più vicino di tutta la vecchia coalizione di centrodestra. Il clima, ad ogni modo, era diventato troppo infuocato per pensare di andare ancora avanti. Se ci fosse stata l’assicurazione di una poderosa riduzione della pressione fiscale, la Lega avrebbe potuto stringere i denti fino all’approvazione della prossima manovra, a dicembre, per poi forzare la mano e andare alle urne alla fine dell’invero o all’inizio della primavera 2020. Ma i feedback arrivati fino alle ultime 24 ore sono stati di segno diametralmente opposto, riferiscono alcune fonti interne. Il resto lo hanno fatto le votazioni sulle mozioni Tav di mercoledì scorso. Per alcuni, comunque, la fine del governo giallo-verde sarà una ‘liberazione’.

Sarà il Senato il primo ramo del Parlamento a doversi esprimere sulla fiducia al governo di Giuseppe Conte. Secondo quanto spiegano fonti parlamentari il premier si presenterà prima a Palazzo Madama e poi a Montecitorio, come è successo per l’insediamento dell’esecutivo poco più di un anno fa. Il presidente del Senato, Elisabetta Alberti Casellati, che oggi ha sentito telefonicamente il capo dello Stato, Sergio Mattarella, dovrebbe in accordo con il titolare della Camera, Roberto Fico, convocare una capigruppo forse già lunedì per stabilire il timing e fissare la data. Secondo quanto riferito in caso di sfiducia in Senato è anche probabile che non ci sia bisogno del secondo passaggio alla Camera. In questo caso, ma si parla sempre di ipotesi, Mattarella potrebbe avviare un giro di consultazioni per verificare se esiste un’altra maggioranza, pertanto lo scioglimento delle Camere potrebbe essere previsto non prima del 24/25 agosto. L’ipotesi per il ritorno alle urne quindi, quella che circola in queste ore in Parlamento, sarebbe quella del 27 ottobre. In piena legge di bilancio.

Al Colle spiegano che il Presidente, come già lo scorso anno, non ha schemi prestabiliti, segue la Costituzione, la prassi costituzionale e si adatta alle situazioni man mano che si presentano. Dunque se Conte non ottenesse la fiducia, dopo il voto il Presidente indirebbe le consultazioni e in caso non ci fosse una maggioranza possibile, come è probabile, si potrebbero sciogliere le Camere. I tempi prevedibili sono il 20 agosto per la convocazione delle Camere, partendo dal Senato per poi passare alla Camera se necessario, e il 25-26 agosto per l’eventuale data di scioglimento. Da quella data dovrebbero passare almeno 60 giorni per indire le eventuali elezioni e questo porterebbe alla fine di ottobre. Questo inevitabilmente porterebbe a impattare sui tempi della manovra, che va presentata entro il 15 ottobre a Bruxelles ed entro il 20 ottobre al Parlamento. In teoria dunque la manovra dovrebbe essere presentata dal Governo uscente in scadenza, con tutte le controindicazioni del caso, soprattutto per quel che riguarda l’accoglienza dei mercati. Se invece Conte non venisse sfiduciato (magari con una astensione delle attuali forze di opposizione) si avrebbe il caso, non nuovo nella prima Repubblica, di Governo della non sfiducia. Questo aprirebbe uno scenario complicato e funambolico ma non porterebbe alle elezioni. Dal Colle il Presidente osserva l’evolversi della situazione, senza avere nessuno schema già preconfezionato. Molte voci corrono in queste ore, dalla preferenza per un Governo tecnico a quella per un Governo elettorale, ma al momento l’unica certezza e’ che l’appello rivolto dal Capo dello Stato a tutti i suoi interlocutori in queste ore e’ stato di mantenere un profilo il piu’ possibile istituzionale e non perdere inutilmente tempo. Sullo sfondo, ovviamente, ma sempre al centro dell’attenzione di Sergio Mattarella, c’è l’andamento dell’economia del Paese e dunque, per ovvi motivi tecnici, della prossima manovra.

Share