Festival del cinema di Locarno. Fi At-Thawra di Maya Khoury, per capire la realtà siriana. Valter Vecellio a colloquio con la regista

Festival del cinema di Locarno. Fi At-Thawra di Maya Khoury, per capire la realtà siriana. Valter Vecellio a colloquio con la regista

Maya Khoury da anni lavora, con altri colleghi cineasti, firmandosi con il nome collettivo di “Abounaddara”. Ha deciso per la prima volta di uscire allo scoperto in occasione della 72esima edizione del Festival internazionale del cinema di Locarno. Maya Khoury da anni racconta il “quotidiano” dei concittadini siriani; video presentati in festival del cinema, proiettati in musei e gallerie, premiati con prestigiosi riconoscimenti. Il suo film, “Fi At-Thawra” (“During Revolution”), è presentato in prima mondiale nella sezione Concorso Internazionale.

“Fi At-Thawra” è il lavoro di una telecamera “invisibile” che riprende i suoi concittadini durante la rivoluzione. Il paese è la Siria, tutto si svolge tra il 2011 e il 2017. Scene di vita privata, come feste di matrimonio, la vita nelle case, un “privato” che inevitabilmente si mescola con il pubblico dei fermenti politici, nelle strade e nelle piazze. Seguendo un gruppo di giovani attivisti politici animati da ammirevole idealismo (e che presto devono fare i conti con una realtà dura e amara), si documenta l’arrivo del gruppo jihadista salafita di Al-Nusra, affiliato ad Al Qaeda, a Raqqa; si dà voce a un disertore dell’esercito siriano e un’attivista in lacrime: tra tutte le mille cose che la guerra le porta via, anche l’impossibilità di vivere una storia d’amore in maniera “normale”. Il film apre con la gente in piazza nel 2011, quando lo slogan era “Libertà per i musulmani e i cristiani”; si chiude con la gente in fuga nella notte. Sullo sfondo, Aleppo sotto i bombardamenti.

Maya Khoury racconta così, i suoi “inizi”:

“Nei primi anni 2000 qualcuno mi regalò un pezzo di stoffa. Ero così affascinata dai suoi colori e dal suo odore che sono andato a trovare l’artigiano che l’aveva fabbricato. Era un vecchio che produceva da solo le proprie tinture e stampava motivi floreali su stoffe di cotone usando timbri di legno, secondo una tecnica antica. Ho preso in prestito una macchina da presa e ho iniziato a filmare la vita quotidiana di quest’uomo silenzioso che viveva recluso nel chiaroscuro di un caravanserraglio della vecchia Damasco. Dopo tre mesi di immersione totale nel suo mondo, mi sono ritrovata con dozzine di ore di girato che sono state ritenute interessanti da un direttore della fotografia che conoscevo. Ero eccitata e convinta di essere in grado di costruire un vero film d’autore. Ma ho finito per deprimermi dopo mesi di contatti infruttuosi con i produttori che mi invitavano a ridurre il mio progetto a una sorta di reportage esotico o addirittura a mettermi in scena come donna, per corrispondere alle aspettative delle catene delle televisioni pan-arabe o occidentali. Il film alla fine non si è fatto. Ma l’esperienza mi aveva permesso di esprimere la mia voglia di cinema per la prima volta. E ha favorito l’incontro con persone che condividevano il mio stesso desiderio e la mia stessa frustrazione: insieme abbiamo creato il collettivo “Abounaddara” e una casa di produzione che doveva servire da vetrina ufficiale del nostro lavoro. Era il 2009-2010, la rivoluzione sarebbe scoppiata l’anno successivo”.

L’idea del collettivo “Abounaddara” nasce dall’esigenza di unirsi per assecondare con più forza un desiderio comune e dar vita a una struttura che favorisse i registi indipendenti. “A quel tempo, c’erano solo due modi per fare film: o lavorare per lo Stato (la National Film Organization), o per le televisioni pan-arabe o europee attraverso un produttore esecutivo locale. L’obiettivo è invece raggiungere il pubblico direttamente, mettendo i nostri film in Internet, e creare così un nuovo spazio per il cinema indipendente. Per quanto riguarda l’anonimato, in quel momento è una specie di gioco. Nessuno aveva studiato cinema, non potevamo rivendicare alcuna filmografia: eravamo professionalmente ‘illegittimi’. Viene così creata una virtù del bisogno, invocando una legittimità alternativa e misteriosa che si adattava perfettamente al nostro obiettivo: invitare il pubblico a ignorare l’identità dell’autore di un film per sfuggire alle possibili rappresentazioni sociali o politiche”.

“Nella primavera del 2011”, racconta Maya Khoury, “ho visto miei concittadini di tutte le origini sociali, religiose e politiche manifestare in strada a rischio della propria vita urlando: «Karameh» (dignità)! Fino a quel momento, ci era stato impedito di unirci intorno a un valore universale. Potevamo farlo solo intorno alla figura del capo dello stato e degli slogan nazionalisti che mascheravano profonde divisioni sociali ammantate da differenze religioso-confessionali. Dal 2011 le persone hanno cercato di raccontare la propria storia usando telefoni cellulari e social media. Ma le immagini che realizzavano venivano poi incamerate da un’industria globalizzata sulla quale non avevano alcun controllo. Fondamentalmente ci troviamo nella situazione dell’apprendista cineasta: abbiamo la nostra storia e le nostre immagini, ma il nostro film può essere fatto solo se si inserisce in una forma assegnatagli da altri. Ciò che il nostro collettivo critica è l’industria globalizzata che costringe i siriani a rinunciare al proprio film per produrre immagini sensazionalistiche che si adattino alle esigenze del mercato”.

Perché la decisione di uscire dall’anonimato?

“Ho accompagnato per anni i miei personaggi: il film li mostra mentre mi rivolgono uno sguardo complice o mi chiamano per nome. È diventato quindi naturale per me accettare di essere un personaggio a mia volta e parte integrante di questa storia collettiva che è la nostra rivoluzione. Ho fatto questa scelta senza esitazione, in accordo con il collettivo”.

Per tornare a “Fi Ay-Thawra: “Ho scelto di filmare la rivoluzione da un punto di vista fisico piuttosto che politico. Perché sono sempre stata diffidente nei confronti delle persone che parlano di politica. Il mio sguardo è più attratto dai loro corpi, corpi che sono fuori sincrono o in contraddizione con il discorso che stanno facendo. Ciò che mi interessa è capire la politica dei nostri corpi, come i nostri corpi abitano il mondo e intrecciano legami tra loro indipendentemente dalla parola. Un giorno la mia macchina da presa è stata attratta da una persona il cui corpo esprimeva un forte messaggio. Ho seguito questa persona che mi ha condotto agli altri. E ci siamo scelti l’un l’altro. Questo è il modo in cui il film è stato costruito grazie al caso, grazie a incontri personali e silenziosi. Ed è per questo che personalità note della politica o dei media, che ho incontrato lungo la strada, appaiono solo come comparse nel mio film…sono sempre riuscita a filmare ciò che volevo e a dar forma alla storia che volevo raccontare. Primo, perché come donna, sono percepita dal potere come un essere innocuo. Poi, perché filmo scene della vita di tutti i giorni, confusa nella popolazione, relativamente al riparo dallo sguardo del potere. Detto questo, quando il regime finisce per assediare la città di un personaggio che filmo, posso sempre contare sull’aiuto dei citizen-journalist di quella città con cui ho costruito una complicità di sguardi”.

Il film mostra le fasi della rivoluzione: negli slogan c’è il passaggio da “la gente non vuole più avere paura” a “la gente vuole lo stato islamico”. Com’è successo?

“La prima manifestazione che vediamo nel film risale al 2011. Mostra persone, musulmani e cristiani, che chiedono libertà. Per quanto riguarda la dimostrazione in cui le persone chiedono uno stato islamico, si svolge nel 2013 dopo un massacro commesso con armi chimiche dal regime nei sobborghi di Damasco. Nel frattempo, ci sono state centinaia di migliaia di siriani uccisi, feriti, incarcerati, torturati, sfollati, senza alcuna prospettiva che giustizia venga fatta. Ho scelto di seguire un giovane attivista della “vecchia generazione”. È stato arrestato nel 2005 per aver fondato, insieme ad altri studenti del tempo un forum per il dibattito politico su Internet. Il regime lo ha rilasciato nel 2011, allo stesso tempo ha liberato gli islamici radicali detenuti nella sua stessa prigione. All’inizio del film vediamo questo attivista lavorare per un progetto politico che riunisce i siriani attorno a valori universali. Alla fine del film gestisce una ONG umanitaria, circondato da altri attivisti. Per quanto riguarda gli ex detenuti islamici rilasciati nello stesso periodo, hanno fondato milizie armate per promuovere il loro progetto di stato Islamico”.

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