Diario di Locarno. Da San Vittore a Murghab, quando il documentario diventa arte

Diario di Locarno. Da San Vittore a Murghab, quando il documentario diventa arte

Dura appena dodici minuti, ma “pesano”: interminabile, lo scorrere del tempo, in “San Vittore”, cortometraggio del ravennate Yuri Ancarani; e ancor più per la mancanza di dialoghi, tutto affidato alle immagini e al “sentire” dello spettatore. E’ rarefatta, la presentazione del catalogo della Mostra: “I disegni dei bambini realizzati durante le complicate visite ai genitori. Per loro, San Vittore è un castello”. Non solo. Daniela Persico, che da anni fa parte del team del festival del cinema di Locarno, suggerisce: “L’architettura del carcere milanese, dalla elegante geometria, è solo un avvio verso un viaggio nella mente dei più piccoli, che varcano i controlli per andare incontro ai padri. Un’indagine nella violenza sottile della perquisizione e nelle tracce di ciò che resta delle visite oltre quel terribile ponte levatoio”. Il quadro comincia a farsi più definito. “San Vittore” dunque focalizza la sua attenzione sull’ala dove sono “ospitate” le donne detenute, il rapporto con i loro figli. E’ su questi ultimi, che si sofferma lo sguardo del regista: come viene percepito il carcere, come “vivono” le pur necessarie – ma anche traumatiche – perquisizioni, i controlli quando vanno a trovare i genitori.

Ancarani non è nuovo a queste indagini, non è la prima volta che si sofferma sulle relazioni e le connessioni tra spazi architettonici e coloro che li abitano; ed è felice la scelta, per questo tipo di narrazioni, di non “distrarre” lo spettatore con la parola, e affidare tutto il “detto” all’immagine. Arcarani, romagnolo di Ravenna, di fatto milanese, nel 2014 è finalista al premio MAXXI, con “San Siro”. Sono poi venuti, nel 2016 “Wedding” e “Challenge” e nel 2017 “Whipping Zombie”. “San Vittore” appartierne a una trilogia intitolata “Le radici della violenza”; gli altri due capitoli sono “San Siro” e “San Giorgio”. “San Vittore”, spiega l’autore, nasce dalle molteplici riflessioni sulla condizione dei bambini reclusi in carcere con i genitori, maturate grazie alla continua interazione con “Bambinisenzasbarre”, un’associazione che da anni lavora nel carcere di San Vittore con l’obiettivo di proteggere le relazioni tra i genitori incarcerati e i loro figli, e tutelarne i diritti. I modi in cui l’immaginazione infantile elabora il mondo carcerario sono raccontati dall’artista attraverso i disegni realizzati dai bambini. In alcuni di essi, il carcere si trasfigura in un insondabile immaginario, trasformandosi in un castello, abitato da re e regine, cavalieri e damigelle.

Sorprende, e induce a qualche amara riflessione, “Murghab”, una pellicola diretta a sei mani: la tedesca Marlen Elders; il russo Daler Kaziev; lo svizzero Martin Saxer. Perché sorpresa, e amara riflessione? Murghab, di cui nulla si sapeva, prima di vedere il film, è la città con la maggior altitudine, tra quelle dell’ex Unione Sovietica, incastonata in un confine delicato, tra l’Afghanistan e la Cina, 3650 metri sopra il livello del mare. Sorge sui monti del Pamir, nella regione del Gorno-Badakhhan; collega la capitale della regione, Khorugh, al Kirghizistan, e attraverso il passo di Kulma conduce alla città cinese di Tashkurgan. A quel che si dice, è crocevia di mille traffici, leciti e illeciti che siano, droga compresa. La popolazione si divide tra tagiki e kirghizi. Il suo nome pare derivi dal persiano: “Fiume degli uccelli” o “Fiume delle anatre”. Altri suggeriscono “Sacco di luce”. Come che sia a Murghab, quando l’URSS esisteva, non mancava nulla (libertà a parte). Grazie alla sua posizione strategica, Mosca assicurava ricchi approvigionamenti: elettricità, comunicazioni aeree efficienti, spettacoli (cinema, teatro), sanità, riscaldamento, cibi. Poi il crollo del comunismo, l’impero che si sfalda. Per i cittadini di Murghab finisce la pacchia; devono fare di necessità virtù; cavarsela da soli. Ecco un gruppo di uomini che cerca ovunque del legname per riscaldarsi; ecco le peripezie di un’infermiera per tirare avanti; un’insegnante che deve reinventarsi un mestiere; un saldatore che cannibalizza cucine di scarto per farne funzionare qualcuna. Fuori dalle miserabili abitazioni non più curate, fa freddo, manca quasi tutto. Murghab si avvia a diventare una città fantasma, per restare occorre essere o molto ostinati, o disperati. Nessun commento, una fotografia eccellente, immagini nitide, montaggio serrato…

Quando esci dalla sala ti trovi a pensare che certo: mille volte, sempre e comunque, meglio la libertà della dittatura di un tempo; ma a Murghab forse è meglio dirlo sottovoce…

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