Diario del Festival di Locarno. Vitalina Varela, in corsa per il Pardo. Storia di un’immigrazione senza speranza

Diario del Festival di Locarno. Vitalina Varela, in corsa per il Pardo. Storia di un’immigrazione senza speranza

Una francese, una tedesca, un’olandese, un argentino, un italiano… Sembra l’inizio dell’ennesima barzelletta; è invece la giuria che tra poche ore deciderà a quale, dei diciassette film in concorso, attribuire il “Pardo d’oro” 2019. Chi scrive non è allibratore; e tantomeno giurato (e quindi pressato da inevitabili logiche mercantili e commerciali); si limita a frequentare sale cinematografiche, curioso del “nuovo”, attento a non smarrire la memoria di vecchi Maestri della cinepresa e dell’arte di divertire e far sognare, e divertendo e sognando, riflettere e pensare. Per azzardo si è tentati di dire che tra i concorrenti, molti di spessore, primeggia quest’anno il portoghese Pedro Costa, già vincitore, cinque anni fa, del Pardo con “Cavallo Denaro”; in precedenza si era segnalato con “O Sangue” (Mostra di Venezia, 1989); e “Juventude em Marcha” (in concorso a Cannes, 2006). A Locarno torna con lungometraggio “Vitalina Varela”. Costa in conferenza stampa nega una “parentela”, ma è indubbio che certe sue inquadrature facciano pensare, evochino, Caravaggio. Stesse cupe atmosfere; stessi simbolici “segni”. La sincerità del regista non è in discussione; ma proprio per questo la cosa si carica di significato e implicazioni.

La storia è quella, appunto, di Vitalina Varela, una donna di 55 anni, di Capo Verde. Per 25 anni attende il permesso di poter emigrare a Lisbona. Alla fine l’agognata autorizzazione arriva, ma è troppo tardi. La vediamo arrivare, piedi scalzi, tre giorni dopo il funerale del marito Joaquim, celebrato senza di lei. E subito, un rosario di disgraziate come lei che ha cura di farle sapere che non c’è posto per lei, tutto è finito, ormai. Eccola dunque, vagare in un quartiere al limite della sopravvivenza, sfumati il sogno e la promessa di una vita migliore. L’universo che circonda Vitalina è fatta di ubriachi, tossici, marginali; uomini e donne che si spaccano la schiena facendo il muratore nei cantieri o come serve in locali piu’ che equivoci; altri rubano, spacciano, sono ex detenuti… anche Joaquim ha condiviso questo destino? Vitalina se lo chiede: e si era trovato, lì a Lisbona, come tanti, un’altra compagna? A Vitalina non resta che prendere in mano gli affari del marito; la donna non si arrende, piange; trova in sé le risorse per elaborare il lutto e fare argine a una miserabile realtà cui sembra condannata.

Una storia che è cronaca di mille altre storie di migrazione: speranze negate, fierezza, tenacia; storie quotidiane di attese di ricongiungimenti falliti, abortite aspirazioni a una vita dignitosa. Il tutto si gioca in abili giochi di inquadrature in penombra; Costa ne ricava uno straordinario ritratto femmnile, agevolato dal fatto che la protagonista Vitalina Varela, interpreta se stessa, ripercorre la sua storia. E attraverso lei, la sua ostinata caparbietà, Costa racconta le storie del popolo capoverdiano, trapiantato in Portogallo, che patisce un calvario fatto di interminabili, incredibili, ingiustificabili, sofferenze. C’è una sola inquadratura, finale, di luce piena: il ricordo che sembra lentamente smarrirsi, di una solida casa lasciata a Capo Verde, contraltare dei muri sbrecciati del miserabile quartiere di Lisbona. Ed è metafora fin troppo facile da indovinare; un sogno che si infrange contro una realtà che sembra non lasciare spazio a speranza. E’ amaro, Costa, nel descrivere un’umanità dolente: a un ineluttabile conflitto tra chi ha, e chi non ha; chi è nato in paesi fortunati, e chi vorrebbe viverci; chi è carico di anni, chi è ancora giovane… Con Vitalina Varela, Costa si dichiara come rassegnato, vinto, a un’impossibile convivenza di realtà che rispondono a logiche opposte. Mondi diversi, inconciliabili, disperati.

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