Diario del Festival di Locarno. Malika, ultima locanda prima dell’ignoto. Un voto, in difesa della memoria

Diario del Festival di Locarno. Malika, ultima locanda prima dell’ignoto. Un voto, in difesa della memoria

Procede con lentezza, “143 rue du désert” del regista algerino Hassen Ferhani, che del film cura anche la sceneggiatura. Una “lentezza” per capirci, alla Sergio Leone, quella iniziale del suo capolavoro: “C’era una volta il West”; anche se il respiro della saga leoniana è unica, e dunque il paragone può risultare irriguardoso. Però c’è quella polvere, quella lentezza dello scorrere del tempo: che pare immobile e tuttavia è inesorabile nel suo fluire. In cento minuti (neppure tanti, a ben vedere), Ferhani racconta la storia di “Malika”: dirige un modesto ristorante sulla strada del deserto (siamo nel profondo Sahara algerino), una sorta di avamposto (o ultimo baluardo di un modo appena moderno), dove fanno rifornimento e cercano briciole di ristoro camionisti, avventurieri, viaggiatori”estremi”. Ferhani, nato ad Algeri, classe 1986, realizza il suo primo film, “Les Baies d’Alger”, nel 2006. Nel 2011 co-realizza “Afric Hotel”, seguito da “Tarzan, Don Quichotte et nous”, del 2013). Il suo primo lungometraggio, “Fi rassi rond-point” è del 2015.

Lenta e noiosa, la vita di Malika, scandita com’è dalla preparazione di due sole portate: frittata semplice, e frittata di pomodoro. Mefafora queste due sole portate, e il noioso “servire” clienti tutti uguali, sempre diversi. La locanda è, in apparenza un luogo di nessuna storia e importanza. Per Ferhani il “pretesto” per raccontare il suo paese, e chiedersi se abbia ancora, se abbia mai avuto, un’anima; e quale. Gli incontri sono qualcosa che non lascia traccia, come la sabbia portata dal vento; e tutto è affidato ai silenzi, dei luoghi, delle persone. Chi si ferma per una sigaretta, per centellinare il classico tè arabo, o anche solo per sedersi qualche minuto, lo indovini che reca con sé drammi o sogni, problemi irrisolti e irrisolvibili o insegue speranze chissà se realizzabili. Lo indovini dai gesti, dalle espressioni, dagli sguardi. Malika sembra via via raccogliere queste storie nel suo corpo, le somatizza. La “bottega” di Malika si trasforma in una sorta di scena teatrale e il “gioco” consiste nel cogliere e fissare l’attimo che fugge…

Un’altra realtà, anche questa “mediterranea”, non meno tormentata: “A Topography of Memory”, del regista turco Burak Cevik. Cevik, nato a Istanbul nel 1993, si laurea alla facoltà di cinema della sua città, fonda la Fol Cinema Society, cura programmi di cinema sperimentale. La sua prima pellicola, “Tuzdan Kaide”, viene presentata al Forum della Berlinale nel 2018; segue “Aidiyet”. “A Topography of Memory”, presentato nella sezione “Moving Ahead”, parte da un “pretesto”: la consultazione elettorale del 2015. La famiglia si riunisce per scambiarsi opinioni sul da farsi: ed è un “teatro” di contrasti, aspirazioni, speranze. In una Istanbul stretta da un’oppressiva presenza di telecamere di sorveglianza, una città che si coglie all’alba, dichiarata metafora di un faticoso, lento, doloroso risveglio, chi è in grado di conservare la preziosa memoria del Paese, e impedire che vada smarrita? L’agorà famigliare diventa metafora-simbolo di un interrogativo che il regista significativamente ascia irrisolto.

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