Crisi. Beppe Grillo dà la linea al M5S: “salvare l’Italia dai nuovi barbari” con un governo di transizione. Il Pd nicchia e attende. Lunedì bollente a Roma

Crisi. Beppe Grillo dà la linea al M5S: “salvare l’Italia dai nuovi barbari” con un governo di transizione. Il Pd nicchia e attende. Lunedì bollente a Roma

Beppe Grillo mette nel mirino Matteo Salvini. Il comico genovese non rinuncia al suo linguaggio criptico e colmo di allegorie e metafore ma la linea è altrettanto chiara: riprendersi il ruolo di ‘Elevato’ per “salvare l’Italia dai nuovi barbari” ed evitare di lasciare il Paese “in mano a della gente del genere solo perché crede che senza di loro non sopravviveremmo. Un complesso di Edipo in avvitamento che è soltanto un’illusione”. In un post dal titolo ‘la coerenza dello scarafaggio’ il padre nobile dei pentastellati parla di un MoVimento “biodegradabile” ma non “kamikaze” e che non ha nessuna intenzione di morire davanti a un leader della Lega “nel pieno del suo ciclo di vuoto intamarrimento” e che immagina il M5S come “qualcosa che vive solo grazie a lui! Ma siamo diventati scemi?”, si chiede in maniera retorica. L’invito è quello di lasciarsi alle spalle “Psiconani, Ballerine e Ministri Propaganda a galleggiare come orridi conglomerati di plastica nei mari”. Un ritorno al passato e alla metafora del Panda “che mangia solo cuori di bambù” per guardare avanti a un futuro dove non per forza devono esserci subito le elezioni, anzi.

E proprio questo è il cuore del messaggio politico di Grillo: “Dobbiamo fare dei cambiamenti? Facciamoli subito, altro che elezioni, salviamo il paese dal restyling in grigioverde dell’establishment, che lo sta avvolgendo! Come un serpente che cambia la pelle”, argomenta. Una lotta senza quartiere al ritorno dei poteri forti dei quali Salvini è “un infiltrato che si sente scoperto”. Un discorso chiaro che sposa la posizione presa da Luigi Di Maio. Non a caso il capo politico del M5S non esita a farlo proprio: “Beppe è con noi ed è sempre stato con noi! Il vero cambiamento è il taglio dei parlamentari. Le vere elezioni si fanno con 345 poltrone in meno. Serve cambiare. E subito!”, scrive sui social network condividendo l’articolo di Grillo. Un’uscita allo scoperto che segue a stretto giro di posta le critiche lanciate venerdì contro il leader della Lega da Davide Casaleggio, notoriamente uomo di pochissime parole. L’amico diventato nemico insomma fa serrare i ranghi del M5S e mette, almeno al momento, a tacere le lotte intestine. Un messaggio all’interno ma anche all’esterno. Il Movimento infatti non ha le forze per raggiungere da solo il suo obiettivo e, smentite a parte, l’unica forza al quale potrebbe rivolgersi è solamente il Pd in una sorta di ‘alleanza a tempo’ per tamponare lo tsunami salviniano e allungare i tempi prima di portare il paese alle elezioni.

Che sia “di scopo”, di “transizione” o a tempo, la voglia di dar vita a un nuovo governo senza andare subito alle urne inizia a farsi strada tra le forze politiche. Uno scenario che ovviamente Matteo Salvini temeva e che infatti lo fa infuriare. Per Zingaretti non ci sono “le condizioni per una nuova maggioranza” e non ci saranno “inciuci”. Ma dentro e fuori dai Dem c’è chi avanza ipotesi di contatti tra Di Maio e Matteo Renzi (che sia ieri che oggi ha però negato categoricamente). Chi invece parla apertamente di un governo di “transizione” è Giuliano Pisapia, ex sindaco di Milano ed europarlamentare, voce autorevole del centrosinistra. Per Pisapia quello che serve è “un governo di transizione che prepari le elezioni e s’incarichi di raddrizzare la barra economica salvandoci dal baratro”. E anche Bruno Tabacci, presidente di +Europa, invita a “valutare appieno i rischi a cui il Paese va incontro eccitando i mercati”. Tecnicamente i numeri per un alleanza M5s-Pd-Sinistra ci sarebbero. Alla Camera (maggioranza 316), i parlamentari che sulla carta, salvo defezioni, potrebbero unire i voti per sostenere un governo sono 344: 216 del M5s, 111 del Pd, 14 di Leu e 3 di +Europa. Altri potrebbero poi aggiungersi. Al Senato (maggioranza 160, contati i senatori a vita), il M5s ha 105 seggi, il Pd 51. Altri 8 potrebbero venire dal gruppo Misto e altrettanti dalle Autonomie. Ma una tale alleanza (tra soggetti che fino a ieri si sono rivolti accuse pesantissime) che cosa potrebbe fare? “Potrebbe partire con un programma semplice e limitato – spiega un parlamentare di lungo corso -: chiudere la partita delle riforme costituzionali, fare una legge di Bilancio che blocchi gli aumenti dell’Iva, modificare la legge elettorale in senso proporzionale. Magari sperando che nel frattempo si avvii la parabola discendente di Salvini”. Dunque contro la corsa alle urne qualcosa si muove, al momento siamo poco più che a livello della ‘fantapolitica’ e se potrà nascere qualcosa si vedrà nei prossimi giorni. Sempre ricordando che la decisione spetta al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Il lunedì caldo del Senato

A Roma sarà palazzo Madama a ribollire con l’appuntamento più importante, quello della riunione della conferenza dei capigruppo fissata alle 16 per decidere la data della sfiducia al governo di Giuseppe Conte. E, come dei satelliti attorno al pianeta madre, si svolgeranno diverse riunioni dei gruppi parlamentari che, per vari motivi, si troveranno in Senato per mettere ordine in questa crisi di governo agostana. Si parte con la congiunta del Movimento 5Stelle alle 10.30, rinviata la calda notte del 7 agosto quando Matteo Salvini aveva lasciato intendere che avrebbe, da lì a poco, staccato la spina all’esecutivo del cambiamento. Alle 15 invece si riunirà il gruppo del Partito democratico, che ha già fatto sapere di avere tutta l’intenzione di chiedere al presidente Casellati di anticipare la mozione di sfiducia al ministro Matteo Salvini, calendarizzata a settembre. Una sfida ad alzata di mano che mai come in questa occasione potrebbe delineare gli schieramenti, e per il voto di sfiducia e per una eventuale chiamata alle urne. Al momento l’unica certezza è che Fdi dovrebbe appoggiare la linea dei leghisti, mentre Forza Italia ancora non ha sciolto la riserva. Sono quindi racchiuse nella stanza del titolare di Palazzo Madama le sorti della conclusione dell’avventura del governo gialloverde. Sarà nella sala Pannini del Senato, infatti, che si scioglierà il vero nodo: mozione di sfiducia a Conte (Lega), mozione di sfiducia a Salvini (Pd) o comunicazioni del premier Conte a cui seguirà il voto su una o più risoluzioni presentate. La conferenza dei capigruppo, quindi, sarà chiamata a decidere su queste tre opzioni e se il voto sarà unanime non ci sarà bisogno di un passaggio dell’aula per approvare il calendario. In caso contrario dovrà essere convocata una seduta dell’assemblea. E’ molto probabile, viene spiegato, che Casellati per garbo istituzionale dia la precedenza alla disponibilità del premier a ‘dare comunicazioni’, come scritto da lui stesso nella lettera inviata ai due presidenti delle Camere. In questo caso il Movimento 5Stelle potrebbe presentare un testo che chiede a Conte di proseguire il suo mandato, come del resto la Lega potrebbe invece depositarne un altro totalmente contrario. Tra gli scenari certificati nei libri di storia della Repubblica c’è anche quello dove Conte, dopo aver parlato all’aula, ascolti il dibattito parlamentare per poi salire al Quirinale a dimettersi senza che ci sia un voto pro o contro l’operato del suo governo.

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