Costituzione sfregiata. Attacco ai poteri del Capo dello Stato. Di Maio blocca l’accordo politico Pd-M5S. Il ruolo di Conte, il grottesco dei due vicepremier. La piattaforma Rousseau

Costituzione sfregiata. Attacco ai poteri del Capo dello Stato. Di Maio blocca l’accordo politico Pd-M5S. Il ruolo di Conte, il grottesco dei due vicepremier. La  piattaforma Rousseau

Tiene banco Di Maio. La brama di potere blocca l’accordo di governo Pd-M5s. E con lui la piattaforma Rousseau, attraverso la quale il Movimento propone e la base decide, esprime il voto su ogni provvedimento, il tutto gestito da Casaleggio, di fatto una società privata i cui aderenti dovrebbero esprimersi su un atto che va alla approvazione del Capo dello Stato, quale la nomina del presidente del Consiglio e dei ministri. Un vulnus alla Costituzione di eccezionale gravità di cui poco si parla e non se ne avverte la gravità. Andiamo per ordine nel racconto di questa vicenda di cui parlano i media di tutto il mondo, a partire da quelli europei cui sono interessati i mercati finanziari, le Borse. La situazione economica del nostro paese è sotto osservazione. L’anno “bellissimo” di cui aveva parlato il presidente Conte può diventare ancor  più brutto di quanto non lo sia già se al più presto non si sblocca la “vicenda governo”, non vengono seguite le indicazioni del Presidente Mattarella. Se, appunto, non si sblocca al più presto la trattativa, se l’accordo Pd-M5S non prende corpo. Ripetiamo: Di Maio, la sua vicenda personale, le sue ambizioni stanno bloccando la trattativa. Il Gigino fa la voce grossa, a tutti i costi vuole mantenere il titolo di vicepremier perché di questo e solo di questo si tratta. Non gli basta un ministero, forse neppure due, lavoro e sviluppo quelli che fino ad oggi hanno fatto capo a lui con risultati a dir poco miserevoli, viste le vertenze che sono aperte e l’esplodere della cassa integrazione.

Il governo gialloverde nato sulla base di un contratto fra le parti

Tiene banco Di Maio, grazie a un precedente, la nascita del governo gialloverde, pentastellati e leghisti. Un governo che non si forma sulla base di un programma, di un progetto politico ma di un “contratto” fra le due organizzazioni le quali hanno bisogno di due figure di garanzia per l’attuazione del “contratto” concordato. Appunto, due ministri che assumono anche l’incarico di vicepremier. Nel caso, individuato non “l’avvocato del popolo” come si è autodefinito Giuseppe Conte ma il gestore, o meglio il notaio che  pentastellati e leghisti avevano indicato come presidente del Consiglio, si erano spartiti la vicepresidenza, appunto Di Maio e Salvini. Sarà bene, subito, ricordare che la Costituzione non prevede vicepresidenti. L’articolo 92 che disciplina la formazione del Governo consta di una formula semplice e concisa: “Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri”. Una formula che non lascia adito a scappatoie, dubbi, ricorsi a stratagemmi vari per venire incontro alle forze politiche. La formazione del governo, nella prassi, si compie mediante un complesso ed articolato processo, nel quale si può distinguere la fase delle consultazioni (fase preparatoria), da quella dell’incarico, fino a quella che caratterizza la nomina. Prima di assumere le funzioni, il Presidente del Consiglio e i ministri devono prestare giuramento ed ottenere la fiducia dei due rami del Parlamento come prescritto dagli articoli 93 e 94 della Costituzione. Ogni volta che si determini una crisi di governo il Presidente della Repubblica, per prassi costituzionale, svolge una consultazione per individuare il potenziale Presidente del Consiglio in grado di formare un governo che possa ottenere la fiducia dalla maggioranza del Parlamento. Questo meccanismo viene attivato, ovviamente, ogni qualvolta si determini una crisi di governo per il venir meno del rapporto di fiducia o per le dimissioni del Governo in carica. Sarà opportuno ricordare, a fronte del gracidare dei fascistelli che annunciano di occupare la piazza del Parlamento quando i deputati dovranno pronunciarsi sul voto di fiducia e del tonante Salvini che sposta alla seconda metà di ottobre una manifestazione di protesta, che il presidente della Repubblica all’apertura della crisi con grande chiarezza richiamò un fatto essenziale: la durata di una legislatura è di cinque anni e, nel caso in cui vi sia una crisi, bisogna operare per risolverla e non per andare a nuove elezioni. Magari a poco più di un anno dalla nomina del governo. Potrebbe accadere che il Parlamento sia impegnato nella continua nomina di nuovi governi. Questo per chiarire la piena legittimità, il rispetto della Costituzione, dell’operato del presidente della Repubblica che ha portato all’incarico a Giuseppe Conte, il presidente dimissionario o meglio dimissionato dal Salvini Matteo, vicepremier e ministro dell’Interno, che ha rotto l’accordo di governo con i Cinquestelle e da qui la crisi attuale.

La questione dei due vicepremier non previsti dalla Costituzione

Si arriva così alla questione del vice premier. Di Maio rivendica il mantenimento di questo incarico, che, ribadiamo, non è previsto dall’articolo 92 della Costituzione, e, politicamente, è uno schiaffo alla Costituzione stessa, al potere che la Carta affida al presidente del Consiglio. I due vicèpremier erano giustificati, se così si può dire, quali tutori del contratto stipulato dalle due forze politiche, pentastellati e Lega, Conte presidente, figura del tutto simbolica, Salvini per la Lega e Di Maio per i Cinquestelle. Ma oggi lo stesso Conte nell’accettare l’incarico che gli viene affidato dal Presidente della Repubblica, parla di un “accordo politico” e di programma che Pd e M55 devono mettere a punto, a lui affidato.

Un programma di governo Pd-M5S, non un contratto fra le parti.

È Conte che deve presentare programma e lista dei ministri al Presidente Mattarella. Non un contratto, ripetiamo. La figura del “vicepremier” non ha senso. Sarebbe Di Maio che deve fare la guardia al bidone, ci si scusi la volgarità? Come può pensare Giggino di assumere il ruolo di una sorta di controllore di un presidente, Conte, eletto sulla base di un accordo politico con il Pd? Nel caso, visto che Conte è stato riproposto proprio dai pentastellati, sarebbe più plausibile un vice del Pd. Noi pensiamo che se c’è il garante di un accordo politico e non di una spartizione, non c’è bisogno di vice. Ancora, Conte, secondo i sondaggi, per quello che valgono, farebbe crescere in voti i pentastellati di circa il 7%. Insomma, per dirla tutta, non è che Conte sia uno estraneo rispetto ai pentastellati. Nel caso, un vice del Pd rappresenterebbe un rafforzamento del premier e non un controllore. Ma, dipendesse da noi, non ne faremmo un caso.

Assurdo voto degli iscritti alla piattaforma Rousseau sull’eventuale accordo

Già che ci siamo  due parole anche sul “passaggio” dell’ eventuale accordo Pd-M5S   e della formazione del nuovo governo, dal voto degli iscritti al partito di Grillo e Casaleggio, leggi piattaforma Rousseau, come abbiamo detto all’inizio dell’articolo. Si tratta di un sito internet con un’area riservata cui possono accedere solo gli iscritti che devono identificarsi con account e password e dimostrare di essere tesserati grillini. Entro quest’area è possibile partecipare alle attività del movimento, proporre leggi, fornire punti di vista e soprattutto votare per le decisioni politiche dei 5 stelle. La piattaforma non è di proprietà del Movimento, ma di una società privata senza scopo di lucro, l’Associazione Rousseau, fondata da Gianroberto Casaleggio e ora controllata da suo figlio Davide insieme a Massimo Bugani, Pietro Dettori e Enrica Sabatini. Non si conosce il numero degli iscritti. Di Maio parla di 100 mila, ma in realtà sembrano essere molti meno. Dopo il tracollo alle europee, ad esempio, i militanti sono stati invitati a rispondere con un “sì” o con un “no” alla riconferma di Luigi Di Maio nel ruolo di guida politica del M5S (il “sì” ha vinto  con l’80% delle preferenze). A febbraio scorso, invece, i militanti si sono espressi circa l’autorizzazione a procedere nei confronti del ministro Salvini a proposito del caso Diciotti (in questo caso a vincere è stato il “no” con il 60% delle preferenze). Insomma, si valuta che al voto vadano circa 30-40 mila, quando va bene. Non esiste una società terza che controlli i risultati relativi ai votanti di questo o quel provvedimento Non c’è un notaio di fiducia, la regolarità delle consultazioni è certificata da un organismo indipendente, nominato dal Comitato di Garanzia, o da “notaio” la cui identità, però, non è mai stata resa pubblica. Dietro la piattaforma, poi, c’è anche un bel giro di soldi: ogni politico del M5S, ad esempio, ogni mese deve –  sempre x statuto – versare 300 euro a Rousseau e gli stessi militanti, per aver diritto al voto, devono pagare.

Lauti  incassi da parte della associazione di Casaleggio

Il Sole24 Ore ricorda che “tra contributi da persone fisiche e proventi da eventi e attività editoriali, nel 2018 l’Associazione Rousseau ha incassato 1,24 milioni di euro, tra i quali spiccano i 699.844 euro provenienti dai parlamentari M5S”. I dati sono contenuti nel bilancio 2018 che è stato chiuso con un avanzo di gestione di 57.573 euro e un patrimonio netto positivo per 2.188 euro. Vengono i brividi ad apprendere che sull’eventuale accordo per la formazione del nuovo governo che deve passare al vaglio della massima autorità dello Stato si dovrà pronunciare la piattaforma Rousseau. Uno sfregio, per non dire di peggio. Domanda che ci facciamo: ma nessuno si indigna?

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