Cinema. Festival di Locarno al femminile per smuovere confini e pregiudizi

Cinema. Festival di Locarno al femminile per smuovere confini e pregiudizi

Su cinque componenti della giuria, tre le donne: Catherine Breillat, la presidente, francese, regista e scrittrice; Valeska Grisebach, tedesca, anche lei cineasta; e Ilse Hughan, olandese, produttrice (gli altri due, per dovere di cronaca: l’italiano Emiliano Morreale, critico cinematografico; e Nahuel Pérez Biscayart, argentino, attore). Quanto alle cineaste: ne abbiamo contate cinquanta, poi ci si è fermati, anche se l’elenco proseguiva; ed è una babele di lingue, parlate al femminile: quelle “consuete”: inglese, francese, tedesco, italiano, spagnolo, ma anche quelle più “straniere”: russo e cinese, arabo e coreano… espressione di una vitalità e di una curiosità che costituisce la caratteristica di questo festival; ma anche la “cifra” innovativa che la neo-direttrice Lili Hinstin, ha voluto impremere. La novità del 72esimo festival del cinema di Locarno, oltre alla retrospettiva “Black Light” (la più completa, ed esauriente, puntualissima dati i tempi che tocca vivere e patire), è questa scelta al femminile.

Fughiamolo subito, il possibile sospetto, la malignità. L’ultima cosa a cui Hinstin pensa, sono le cosiddette “quote rosa”. No: in questa cornice ticinese, l’operazione tentata (e riuscita) è quella “semplicemente” di valorizzare meriti e pregi a lungo, per miopia o timore, negati, taciuti. Ecco così che quest’anno il prestigioso Leopard Club Award, è assegnato a Hilary Swank: il premio Oscar per l’interpretazione di Maggie Fitzgerald, protagonista di “Million Dollar Baby”, di Clint Eaastwood. “Magari”, di Ginevra Elkann, cognome pesante in tutti i sensi, avrebbe dovuto essere emendato con robusti ritocchi alla sceneggiatura e abbondanti tagli; ha comunque aperto la rassegna serale nella Piazza Grande. Il “Vision Award Ticino Moda”, per la prima volta, è assegnato a una donna: Claire Atherton…

Per quel che riguarda autrici e cineaste: si spazia dal gustoso “Notre Dame” della francese Valérie Donzelli, all’inquietante e torbido “Instinct”, dell’olandese Halina Rejin; dalla svizzera Natascha Beller, autrice di un simpatico “Die Fruchtbaren Jahre Sind Vorbei”; all’italiana Maura Delpero, che con il suo “Maternal” affronta con delicatezza un tema difficile come la maternità (non voluta, desiderata; che volontariamente, consapevolmente si nega, pur desiderandola, come nel caso di suor Paola). Di pregio anche “Cat in the Wall”, doppia regia: Mina Mileva e Vesela Kazakova; ambientato in un quartiere multietnico di Londra racconta di una famiglia bulgara in conflitto con i vicini a causa di un gatto abbandonato. Merita d’esser segnalato “Febre” di Maya Da-Rin: ritratto di Justino, diviso tra Manaus, la città dove lavora, e la nostalgia del villaggio amazzonico in cui è nato. Strappa sorrisi e qualche amara riflessione “Greener Grass”, commedia satirica diretta da Jocelyn DeBoer e Dawn Luebbe: caustica parodia che mette in luce ipocrisie e falsità di un perbenismo di facciata. Felice mix di regia e interpretazione quella offerta dalla francese Jeanne Balibar, con “Merveilles à Montfermeil”: irriverente hellzapoppin che “racconta” di un quartiere della cinta parigina il cui sindaco intende ristrutturare la vita degli abitanti con una scuola multilingue, la marijuana, l’obbligo alla siesta, gli incentivi alla soddisfazione sessuale.

Lili Hinstin, del resto, fin dal primo giorno non ne ha fatto mistero: lo scopo del “suo” festival è “smuovere qualche confine, proponendo gli incerti ma pulsanti interrogativi della contemporaneità”.

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