Cinema. Diario dal Festival di Locarno. Italia assente. Tre film che raccontano il mondo

Cinema. Diario dal Festival di Locarno. Italia assente. Tre film che raccontano il mondo

Da anni ormai credo di essere una sorta di veterano di questo festival del cinema: la prima presenza risale al 1978! La domanda è: perché in un festival di qualità, nella Svizzera del Canton Ticino, sono presenti così pochi film italiani? Locarno “boicotta” il nostro cinema? L’ex direttore artistico Olivier Père, a suo tempo, rovesciò la domanda: “Perchè l’Italia boicotta Locarno?”. Probabilmente è lo stesso interrogativo che si pone Lili Hinstin, la neo-direttrice. Locarno è uno dei festival più longevi, 72 anni sono un’età rispettabile, più che matura. Certo: è un festival per palati fini, che non si fanno imbambolare da divi e divette come a Cannes; per un pubblico indifferente alle ragioni del botteghino; inoltre è contiguo al Festival di Venezia che a quanto pare calamita di più gli interessi e le passioni italianofone. Sarà per questo mix di ragioni, o per altre ancora, fatto è che mentre abbondano presenze le più diverse, e si incontra una babele di culture e di esperienze e percorsi cinematografici, assistere a qualcosa di italiano è raro: confinato più che altro in sezioni di nicchia e sperimentali; i film che accettano di sottoporsi alle forche caudine della giuria e di un concorso, si contano sulle dita di una mano. E forse, chissà, c’è anche un’indifferenza politico-istituzionale? Gli ultimi ministri e sottosegretari di cui si ha il ricordo sono Walter Veltroni, una rapidissima toccata e fuga, omaggio più che altro a una retrospettiva dedicata a Marco Bellocchio (era il 1998!) e Vittorio Sgarbi… Poi, il nulla.

Ma veniamo ai film in concorso per il “Pardo”: sono diciassette pellicole; essendo la distribuzione italiana quella che è, ne vedremo ben pochi, nei nostri schermi. Si dovrà confidare nei pochi cineforum rimasti. Peccato, perchè si tratta di pellicole che meritano. “A febre”, per esempio, della regista brasiliana Maya De Rin. Viene dalle arti figurative, questo è il suo debutto. Protagonista della storia è Justino, un quarantenne indio dell’etnia Desana; lavora come guardia al porto di Manaus; la figlia studia medicina a Brasilia, e tutto scorrerebbe nei binari di una relativa normalità, se un giorno non venisse colpito da una febbre misteriosa che spariglia tutto… “A febre” è un racconto enigmatico; nella narrazione di De Rin non c’è denuncia urlata, non c’è invettiva, ostentazione. E tuttavia è evidente la riflessione cui si viene invitati, l’analisi tra l’impossibilità di contrastare il presunto “progresso” e l’aspirazione al ritorno ai ritmi del villaggio natio, che scivola in una sorta di crisi esistenziale e mistica fascinosa, ma al tempo stesso anacronistica e utopica. Alla fine un dramma mai esplicito, sempre allusivo: un uomo in pace con se stesso, la cui serenità viene messa in discussione da una “semplice” febbre… Metafora che va ben oltre la metafora…

Altro film denso di significati, “Longa noite”, dell’iberico Eloy Enciso (non ci si azzarda a dire spagnolo per non urtare possibili suscettibilità: la versione originale è in galiziano). Enciso non è alla sua prima regia: nel 2007 esordisce con “Pic nic; segue “Arrainos”. Ambientato nel dopoguerra, è una sorta di viaggio nel trentennio della dittatura franchista; un film corale, la cui sceneggiatura attinge da autori come Max Aub, Luis Seoane e Ramón de Valenzuela; e tutto traspira di Jorge Semprun. Il film vuole essere “un’esplorazione della nostra storia e delle possibilità sensoriali e narrative della notte attraverso il paesaggio galiziano”, dice Enciso: che ricostruisce il tempo del dopoguerra attraverso le narrazioni e i ricordi di quel tempo: non solo un’immagine della Galizia di quegli anni; più in generale i meccanismi del potere nelle società totalitarie. Discorso, come si vede, più attuale che mai…

Infine, per oggi, “Terminal Sud”, dell’algerino Rabah Ameur Zaimeche; una formazione tutta francese, la sua: cresce nella città di Bosquets a Montfermeil, nella Senna-St.Denis; si laurea in Scienze umane, si dedica alla cinematografia realizzando sei film: “Wesh wesh, qu’est qui se passe?”, “Bied Number One”, “Dernier Maquis”, “Les Chants de Mandrin”, “Histoire de Judas”, e, appunto, “Terminal Sud”. Si può cominciare con il rituale: “C’era una volta…”. L’ambiente è un indefinito paese sul Mediterraneo. Ineluttabilmente si precipita verso una guerra, che sarà – lo si indovina – feroce e senza quartiere; e c’è un medico che si trova a dover fare i conti con la sua coscienza, l’imperativo etico di dover cercare di fare il proprio dovere, costi quello che costi, e consapevole della sostanziale inutilità del suo agire. Film apparentemente minimalista; di quel minimalismo, tuttavia, che con il “particolare” riesce a comprendere e svelare con grande sensibilità e acutezza le grandi questioni essenziali. A Zaimeche dobbiamo anche la sceneggiatura: eccellente ibridazione di parola e gesto cui sanno ben corrispondere gli interpreti: Ramzy Bedia, Amel Brahim Djelloul, e soprattutto la discreta Slimane Dazi: che proprio in virtu’ dell’apparente discrezione, primeggia. Non aver identificato il “territorio”, aver lasciato solo intuire che si tratta di un’area mediterranea con mille piccoli indizi, “libera” da tentazioni identitarie, rende comune lo spazio, consente e giustifica una identificazione che rende lo spettatore consapevole di rischi e pericoli più incombenti e reali di quanto generalmente si creda.

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