Unicredit. Ancora una ristrutturazione, con nuovi esuberi, 10mila non smentiti. L’ad Mustier parla di “prepensionamenti”. I sindacati: “No a piani industriali fatti sulla pelle dei lavoratori”

Unicredit. Ancora una ristrutturazione, con nuovi esuberi, 10mila non smentiti.  L’ad Mustier parla di “prepensionamenti”. I sindacati: “No a piani industriali fatti sulla pelle dei lavoratori”

“Diciamo NO a Piani Industriali e riorganizzazioni fatti sulla pelle dei lavoratori!”. Un no secco arriva dalle segreterie di coordinamento dei sindacati Fabi, First Cil, Fisac Cgil, Uilca, UniSin, a proposito del piano industriale fatto circolare in via ufficiosa da Unicredit. Le notizie diffuse da Bloomberg, riprese dal Sole24ore, né confermate né smentite, come si dice in gergo, il che significa ufficiosamente fatte circolare, lasciano credere che  il piano sia già in fase avanzata di messa a punto e  che quel numero, 10.000 lavoratori in meno, sia nelle intenzioni dell’amministratore delegato di Unicredit, Jean Pierre Mustier. A rendere ancora più grave la situazione il fatto che sono in corso le trattive per il rinnovo del contratto di lavoro.

Il benservito dell’ad ai lavoratori. Esuberi? Opereremo in modo “socialmente responsabile”

Non è un caso che lo stesso ad mentre smentisce si rivolga direttamente ai lavoratori, oltre 80 mila bancari del gruppo in Europa. E la  notizia diventa una pericolosa realtà. Scrive l’ad che non è sua abitudine commentare quello che i media scrivono, la possibilità, appunto della presentazione di un piano da 10mila esuberi. Non solo però non smentisce ma, di fatto, aggrava la situazione. Scrive l’ad, secondo quanto rendono noto i sindacati, che “in Unicredit, ogni evoluzione del gruppo e di tutte le nostre banche sarà gestita attraverso il prepensionamento e, come sempre, in modo socialmente responsabile e in linea con le rappresentanze dei lavoratori del gruppo. So che negli ultimi 3 anni vi abbiamo chiesto molto. Il vostro inesauribile impegno verso UniCredit e il sostegno a Transform 2019 è stato prezioso per renderci una banca migliore e più forte: una banca paneuropea vincente. Ora siamo all’ultimo tratto del piano, con i nostri obiettivi in vista. Permettetemi di ringraziarvi ancora una volta e di congratularmi con tutti voi per tutti i risultati finora ottenuti”. Tradotto, l’ad dà il benservito ai lavoratori. Tutto ciò che i lavoratori dovranno affrontare sarà sotto il cappello della “responsabilità sociale”, parole che non lasciano dubbi sul fatto che il nuovo piano industriale preveda un’ulteriore  riduzione del personale. Però  intende dare a  tutti “alcune informazioni di contesto in modo che non andiate in vacanza con queste voci in mente”. Una conferma che entro novembre il nuovo piano quadriennale verrà messo a punto e poi presentato  il 3 dicembre ai lavoratori, alle loro organizzazioni sindacali e agli investitori.

La “cura” Mustier. Da 140 mila dipendenti a poco più della metà

Dopo il piano Transform 2019, con il prossimo, fa sapere Mustier, “lavoreremo ancora più sulla trasformazione di UniCredit. L’efficienza – afferma l’ad – deriverà principalmente dall’ottimizzazione delle attività, semplificando i nostri processi e la nostra gamma di prodotti attraverso l’automazione e la digitalizzazione. Questa sarà una leva fondamentale in un contesto di debole crescita economica e di tassi negativi che ci aspettiamo per i prossimi anni in Europa”. Poi arriva anche un ringraziamento ai lavoratori che suona come beffa: “Permettetemi di ringraziarvi ancora una volta, e di congratularmi con tutti voi per tutti i risultati finora ottenuti”. Davvero una beffa, tenendo presente che se i tagli saranno 10mila, sotto la gestione Mustier arriverebbero a 24.700 pari al 29% dell’attuale forza lavoro.

Prima dell’arrivo di Mustier Unicredit aveva oltre 140 mila dipendenti. Oggi superano a male pena la metà. Il costo del lavoro, sottolineano i sindacati, che riguarda gli attuali 86 mila dipendenti è di 6 miliardi di euro, pari al 30 % dei ricavi, previsti poco sotto i 20 miliardi nel 2019. Unicredit Italia, ricorda Sileoni, segretario generale della Fabi. Ancora un dato messo in luce dalle organizzazioni sindacali. Si tratta del Cost income, ovvero il rapporto tra i costi operativi e il margine di intermediazione, che nel bilancio degli istituti di credito è il risultato della somma tra margine di interesse, commissioni nette, dividendi e proventi simili, risultato netto dell’attività di negoziazione, risultato netto dell’attività di copertura, utili (o perdite) e risultato netto delle attività e passività finanziarie valutate al fair value. Tradotto in parole povere è uno dei principali indicatori dell’efficienza gestionale.

Cosa nasconde il nuovo piano? Utili miliardari, ulteriore crescita, impegni non mantenuti

In questo quadro più che legittima la domanda dei sindacati: cosa nasconde il nuovo piano? Parlano le organizzazioni dei lavoratori di “Utili miliardari, ed in ulteriore crescita, cost-income migliore in Europa, cessione degli asset più redditizi. In cambio un Piano Industriale che sembra prevedere 10.000 posti di lavoro in meno. Tutto – afferma la nota sindacale – non è accettabile, come già dichiarato dai Segretari Generali delle nostre Organizzazioni”. E fanno notare che l’ennesimo piano industriale che si consuma solo sulla pelle dei lavoratori, risulta essere altresì insopportabile in una fase assai critica e delicata del rinnovo del Contratto Nazionale. I sindacati esprimono “una ulteriore preoccupazione  che deriva dal fatto che siamo entrati nel secondo semestre dell’anno e ci avviamo verso la conclusione di Transform 2019 che, ricordiamo, si era sovrapposto al precedente Piano a scadenza dicembre 2018 e fu presentato come momento di forte discontinuità rispetto al passato”. Quello che è certo è che sono usciti, per esodo e pensionamento, migliaia di lavoratori: a fine 2019 saranno circa 12.000, complessivamente un taglio del 20% di personale. Una bella cura dimagrante, non c’è che dire.

I sindacati: “Dove sono andati a finire gli interventi annunciati, gli investimenti previsti?

“Il risultato della riduzione dei costi, che poggiava essenzialmente sulla diminuzione del personale, è indubbiamente stato centrato; ma che dire degli altri obiettivi di efficientamento che l’azienda si era data?”. Il piano prevedeva forti investimenti (2,3 miliardi in IT), l’ottimizzazione di procedure e processi per il recupero di risorse e tempo, la semplificazione e la digitalizzazione, la rivisitazione dell’organizzazione del lavoro in una logica di complessivo miglioramento. Questi interventi avrebbero dovuto compensare, in termini di efficienza, la prevista fuoriuscita di personale. Si domandano i sindacati dove siano andati a finire gli interventi annunciati e ricordano che il “tormentone dei nostri manager, a partire dall’amministratore delegato, era: fare di più e meglio con meno persone attraverso maggiore efficienza. Secondo le dichiarazioni rilasciate, tutto sarebbe stato previsto, programmato, sotto controllo. Nulla di tutto questo si è realizzato”. In  tutta sincerità, affermano i sindacati, “non possiamo dire di averci creduto più di tanto, perché dopo molti piani e diverse riorganizzazioni, spesso gestiti con improvvisazione e caratterizzati da scelte emergenziali piuttosto che prospettiche, siamo diventati scettici.

La “frenesia” di continue riorganizzazioni  ha creato disorganizzazione

Oggi, la situazione di grande difficoltà è sotto gli occhi di tutti”. E forniscono  un quadro delle difficoltà in cui operano i lavoratori. Nelle agenzie operano in “condizioni estreme” causa la fortissima riduzione degli  addetti. In generale manca una seria programmazione della formazione e non si fa affiancamento tra chi esce dall’azienda e chi subentra nel ruolo, in modo da garantire il passaggio di competenze. La digitalizzazione dei processi, così come la semplificazione, è in gran parte incompiuta. Per quanto riguarda Unicredit Services ha subito numerose riorganizzazioni e ad oggi non è chiaro il futuro della parte IT che viene sempre definita strategica. Gli investimenti tecnologici non sono stati realizzati nei termini preannunciati, con conseguenti continui rallentamenti. Nel gruppo la “frenesia di continue riorganizzazioni, ha creato una situazione di completa disorganizzazione”. In definitiva, dicono i sindacati, “la qualità della vita lavorativa in UniCredit è semplicemente peggiorata”. Conclude la nota sindacale: “Ci viene richiesto di fare di più, con meno persone e soprattutto con meno efficienza. La distanza tra i progetti aziendali e la vita reale dei lavoratori si è purtroppo drammaticamente ampliata. Diciamo no a Piani Industriali e riorganizzazioni fatti sulla pelle dei lavoratori!”.

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