Tiziano Terzani, a 15 anni dalla morte. Ancora un esempio per i giovani

Tiziano Terzani, a 15 anni dalla morte. Ancora un esempio per i giovani
Quindici anni da quel dannato 28 luglio 2004, quando immerso nel paradiso terrestre dell’Orsigna, finalmente in pace con se stesso, ci disse addio Tiziano Terzani, uno dei più straordinari reporter di tutti i tempi, icona del grande giornalismo che fu e versione maschile della Fallaci, con in più un’umanità, un garbo e un gusto per la vita che l’Oriana, tra le sue tante virtù, non possedeva. Quindici anni, dicevamo, e il pensiero corre alla grandezza di questo gigante della penna, innamorato del viaggio e della vita, curioso come nessun altro, capace di indossare la complicata pelle dell’Asia con incredibile naturalezza e di accompagnare quel gigantesco continente attraverso tre decenni di tragedie e rinascite, esplorandone gli angoli più reconditi e cogliendone immensità, splendori e miserie. Terzani è stato la voce dei conflitti sanguinosi e delle riprese incredibili, della gente comune e della sua volontà di andare avanti. Ed è stato anche molte altre cose: narratore, esploratore, critico e cantore, un po’ Kapuściński e un po’ Robinson Crusoe, facendo innamorare di sé persino gli arcigni tedeschi dello Spiegel, mai generosi quando si tratta di italiani. Ha viaggiato, sognato, detto la sua e lottato invano contro un male che se lo è portato via a soli sessantacinque anni, lui che avrebbe avuto ancora tanto da dire e che oggi ci manca soprattutto per quel valore aggiunto, l’umanità appunto, che è diventata merce così rara al giorno d’oggi.
Nel ’76, a Hong Kong, un indovino cinese gli disse che nel ’93 non avrebbe mai dovuto prendere l’aereo per nessun motivo al mondo, in quanto avrebbe corso un elevatissimo rischio di morire, e così Terzani seppe trasformare quella profezia, va a capire quanto ingenua e quanto realistica, in un viaggio attraverso l’Asia che gli consentì di esplorarla attraverso ogni altro mezzo di trasporto, facendo della lentezza la sua arma di successo e restituendoci lo spaccato di un mondo in portentoso cambiamento, a metà fra le vicissitudini novecentesche e il dirompente desiderio di proiettarsi nel nuovo millennio, il tutto condito da bizzarri incontri con indovini, astrolog e stregoni di varia natura. Chissà cosa avrebbe detto di questi anni di crisi, della loro tragicità, di questa Cina vorace e incline al capitalismo di Stato, liberale, a tratti liberista, denghista oltre Deng, pienamente imperiale, autoritaria e rutilante al tempo stesso, in continua espansione eppure refrattaria ad abbracciare il modello Occidentale, specie per quanto concerne aspetti essenziali come le libertà e i diritti.
Mi sono chiesto spesso come li avrebbe interpretati Terzani, cosa avrebbe scritto sullo Spiegel, come avrebbe spiegato ai tedeschi le evoluzioni, e ahinoi le involuzioni, del nostro Paese, come si sarebbe espresso sulle nuove Vie della seta, se si sarebbe messo sulle tracce di Marco Polo, magari regalandoci un reportage dei suoi sotto forma di libro, e quanta altra meraviglia umana avrebbe saputo trovare e descrivere, lui che riusciva a cogliere  il lato positivo di ciascuno e a restituirci, con la sua penna magistrale, un brandello di speranza in un futuro migliore. Se dovessi consigliare a un ragazzo che vuole fare il giornalista qualche testo cui ispirarsi, non avrei alcun dubbio: gli direi di leggere innanzitutto Terzani, poi Biagi, la Fallaci e Montanelli. È giunto infatti il momento di ricordare anche a noi stessi che un vero cronista deve andarsele a cercare, viaggiare intensamente, muoversi, avere il gusto dell’incontro e della parola, saper ascoltare il prossimo e saperlo restituire ai lettori e agli ascoltatori in tutta la sua complessità, senza pregiudizi e senza mai ergersi a giudice o scadere in inutili moralismi.
È la straordinaria lezione di quella generazione che, progressivamente, si sta spegnendo. È l’eredità di Terzani e di quelli come lui, capaci di rimanere sereni e a testa alta persino di fronte alla morte.
Share