Roberto Biscardini. Chi si muove contro l’imbroglio dell’autonomia differenziata? Siamo ancora in pochi

Roberto Biscardini. Chi si muove contro l’imbroglio dell’autonomia differenziata? Siamo ancora in pochi

Evidentemente sul tema dell’autonomia non c’è consapevolezza della gravità della posta in gioco. Per una serie di ragioni. In primo luogo perché, con assoluta leggerezza e faciloneria, quasi tutti i partiti si sono nel tempo, in un modo o nell’altro, compromessi. Anche se adesso alcuni si rendono conto del danno, nessuno è veramente in  condizione di scagliare la prima pietra. Al di là del caso eclatante dell’Emilia, con il suo presidente Bonaccini, paladino dell’autonomia emiliana, posizione che mette a tacere tutto il gruppo dirigente del Pd, Zingaretti compreso, già cloroformizzato di suo, è significativo ricostruire le  posizioni assunte in Consiglio regionale della Lombardia nel 2017.

A favore dell’autonomia e della proposta leghista si schierarono praticamente tutti. Tutti sostennero più o meno consapevolmente l’operazione propagandistica della Lega lombarda e veneta. Da Forza Italia al M5s. Con qualche incertezza in alcuni settori del Pd e della lista Ambrosoli. Incerti sull’opportunità del referendum ma (ancora peggio) non contrari sui contenuti della proposta in sé. E persino la cosiddetta Sinistra alla sinistra del Pd non fece una campagna contro. Alcuni esponenti del centrosinistra, a titolo personale, si schierarono a favore dell’astensione, ma con tutti i sindaci del centrosinistra schierati a favore, la loro iniziativa non ebbe alcun effetto politico. A favore in prima fila ad esempio il sindaco di Bergamo Giorgio Gori, pilatesca invece la posizione di Pisapia “il referendum è inutile, ognuno voti cosa vuole” e poi Giuseppe Sala “ormai il referendum c’è, quindi andiamo a votare e votiamo sì”.
Nonostante questo, il risultato non fu esaltante neppure per la Lega, ma nessuno glielo fece notare. Votò solo il 32% degli elettori, il 68% dei lombardi andò in montagna.  Ma di questo 32% di elettori  il 96% votò a favore, contro il 3,92 %.

E chi sono stati questi temerari? Una pattuglia di socialisti con alla testa Socialisti in Movimento (che si misurano nel confronto/scontro con la Lega in molte assemblee locali) e qualche elettore della sinistra radicale. Abbiamo fatto bene? Certo e lo rifaremmo. Sperando questa volta di non essere proprio da soli. Perché ci voleva poco a capire che il quadro politico sarebbe andato via via peggiorando. E che, al di là delle buone intenzioni, questo risultato sarebbe stato utilizzato come una clava per scatenare i più feroci egoismi locali, per giunta sostenuti da un efferato centralismo romano. Oggi il centralismo leghista è diventato da regionale anche nazionale. Quindi una pericolosa operazione di destra, che la sinistra non ha capito, e che collocava e colloca la questione dell’autonomia, e persino del federalismo, fuori da una necessaria e più generale riforma dello Stato. Una proposta fatta apposta per solleticare la pancia dell’egoismo.

E come disse allora Rino Formica: Dalla Catalogna ai referendum italiani di Lombardia e Veneto, il passo non è breve ma potrebbe diventarlo, aprendo la strada ad un groviglio politico-istituzionale destabilizzante in molte parti del continente europeo”. Già, il groviglio politico-istituzionale di queste ore, su molti fronti, rispetto al quale ancora pochi sembrano fiatare. Si può pensare che cambi l’aria? Si può pensare oggi ad una reazione politica più razionale? Forse sì. Si può chiedere a chi ha sbagliato allora di ammettere i propri errori e cambiare pagina? Forse sì. Si può sperare, dopo la grande manifestazione di Reggio Calabria, ad una iniziativa dei sindacati e dei lavoratori, ancora più forte fino allo sciopero generale? Forse sì. Si può sperare in una reazione tanto democratica quanto trasversale delle popolazioni del sud e dei loro consigli comunali? Forse sì.

Allora in pochi dicemmo No, nel disinteresse di tutti, per non consentire allo Stato di sfarinarsi oltre misura. Adesso occorrerebbe un fronte largo, nel governo, nel parlamento, nelle istituzioni, nel paese e nel mondo della cultura giuridica per far saltare il banco. Non è mai troppo tardi.

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